A leggere in modo assai superficiale l’articolo di Ritanna Armeni su il Foglio del 13 Aprile scorso – articolo che metteva sotto la lente di ingrandimento il tema dell’aborto – pare che la storica femminista e giornalista de Il Manifesto,l’Unità e Liberazione abbia deposto falce e martello per prendere in braccio la causa della vita dato che in più punti del suo pezzo plaude alla decisione delle donne di mettere al mondo il proprio figlio “anche quando si è giovani, anche quando tutto congiura contro la maternità: il lavoro, i soldi, la società, il modo di pensare delle generazioni precedenti, la mentalità comune e diffusa”. Ma per capire se una banconota è vera o falsa occorre perlomeno metterla in controluce per verificare in essa la presenza della filigrana. Allora abbiamo provato a mettere in controluce il pezzo della Armeni e abbiamo constatato che la filigrana non c’è.

L’ex portavoce di Bertinotti esordisce così: “Le donne che hanno lottato per la libera scelta della maternità, e quindi per leggi che garantissero anche l’aborto a chi non poteva o non voleva fare un figlio…”. Il solito inganno logico che nasce da un errore di ragionamento o da posizioni saldamente ideologiche: la maternità responsabile (decidere quando avere un figlio ma rimanendo sempre aperti alla vita) è un valore. Ma quando è in atto la gravidanza non si può scegliere di essere madri perché già si è madri dal momento che già c’è un figlio. Da ciò segue che la madre è responsabile del figlio che porta in grembo e quindi non può ricorrere all’aborto come strumento di maternità responsabile. Quest’ultima si può predicare solo prima del concepimento. Dopo questo, l’unica scelta è l’accettazione e l’accoglienza del figlio (almeno fino al parto).

“Una maternità precoce – prosegue l’Armeni – può non essere una dramma,
 può arricchire e non spezzare la vita di una ragazza se lei la vuole, se attorno a lei c’è un clima di accettazione”. Frase che rinfocola l’usuale cliché che la decisione di proseguire una gravidanza indesiderata, a maggior ragione quando si è giovani, è un atto eroico da vere e proprie martiri. Invece non è un’azione superogatoria (come donare un rene o la propria vita per altri) bensì un dovere morale: se un essere umano è venuto ad esistenza non si può sopprimerlo, anche nel caso in cui la sua venuta al mondo non è stata cercata.

Inoltre la giornalista dà per scontato che una maternità in giovane età sia di per sé stessa un dramma. E perché dovrebbe esserlo? Anzi a dare retta a madre natura il periodo più fertile di una donna è intorno ai 18-25 anni. E’ perciò la stessa fisiologia della donna ad indicarci come periodo più opportuno per essere madri la giovane età. Oppure l’Armeni vuole contraddire ciò che è inscritto a lettere di fuoco nel corpo delle donne?

Proseguiamo nell’azione di carotaggio giornalistico: “Non è in nome della vita dell’embrione o ‘contro l’aborto’ che si vuole essere madri, ma in nome della propria vita che si ritiene essere più felice con la scelta della maternità”. Il periodo mette in evidenza una visione utilitarista ed egoista dell’esistenza: l’unico indice da tenere in considerazione nel decidere se continuare o meno la gravidanza è il wellness della donna. E il figlio che è il vero attore della maternità? Dimenticato.

Infine l’Armeni commenta i film pro-life “Juno” e il recente “17 ragazze”:
 “Non c’è in loro [nelle protagoniste dei film le quali decidono di non abortire n.d.a] alcuna ideologia pro-life. L’aborto? Semplicemente […] preferiscono di no”. L’Armeni a chiare lettere ci dice che è la scelta a fondare l’etica e non viceversa. Ciò a dire che qualsiasi decisione di per se stessa è lecita a priori purchè sia libera. E’ esattamente quello che scriveva Thomas Hobbes (1588 –1679) nel Leviatano: “Auctoritas non veritas facit legem”. E’ il potere decisorio del soggetto che crea la legge morale non il fatto puro e semplice del riconoscimento che nell’utero della donna c’è un essere umano. In questo senso la morale si fonda, come scrive l’Armeni, sulle preferenze, sui gusti, sulle opportunità. Così ancora una volta Thomas Hobbes: “Bene e male sono nomi che significano i nostri appetiti e le nostre avversioni”.

L’intervento della Armeni sul quotidiano di Giuliano Ferrara non manda,
 come recita il titolo, “Magnifici segnali di vita”, ma è l’ennesimo spot al principio di autodeterminazione della donna. Ma quando quest’ultima si scopre madre l’unico atto di autodeterminazione che può compiere è amare quel figlio che già custodisce nel suo grembo. Questo sì che arricchirà il wellness e la salute psico-fisica della madre. Anche nel caso di una gravidanza indesiderata. Insomma, si sta dalla parte delle donne se si sta dalla parte del bambino.

di Giovanna Arcuri da La Bussola Quotidiana