Tratto da L’Occidentale

Sara ha abortito. È finita così, almeno sui giornali, la storia della sedicenne di Trento che incinta del suo ragazzetto albanese, voleva tenere il suo bambino.

I genitori, che si erano rivolti anche alla giustizia per costringere la figlia ad interrompere la gravidanza, oggi cantano vittoria, sostenendo che ha vinto la libera scelta della ragazzina e non l’ennesimo atto di forza esercitato su di lei. Forse, ad aver convinto definitivamente la ragazza ad abortire è stato proprio il colloquio con un magistrato del Tribunale dei minori di Trento. O forse la fuga programmata (da una cospicua somma di denaro) del fidanzatino albanese “violento, che spesso la picchiava” aspirante papà. Quale sia stato il motivo per il quale Sara ha deciso di interrompere la sua gravidanza – motivo che forse non conosceremo mai – oggi tutti sembrano essere felici e contenti. E la storia finisce qui.

Eppure la vicenda di Sara lascia spazio a molte riflessioni. E non sono solo quelle che gridano alla difesa della vita, che suonerebbe quasi come un refrain stantio e logoro, né alla libertà di scelta di Sara come di tutte le donne, giovani o meno giovani, alla quali nessuna autorità, né genitoriale né giudiziaria né di altro tipo può ordinare di abortire. E neppure quelle che raccontano della totale inadeguatezza della legislazione sulle adozioni nel nostro paese, che, adeguata a nuove realtà, darebbe la possibilità a molti aspiranti genitori di far felici bambini indesiderati ma non abortiti come quello di Sara.

Questa storia fa riflettere, invece, almeno su altre due questioni, che non riguardano più la povera Sara e il figlio mai nato ma riguardano principalmente i suoi genitori e la magistratura di questo paese.

Un volenteroso magistrato di Trento, alla stregua del buon padre di famiglia, avrebbe (d’obbligo il condizionale) consigliato alla giovane Sara di abortire il figlio concepito col fidanzato albanese, per dare una mano ai genitori incapaci di convincere/costringere la figlia a farlo: ma – ci chiediamo – un magistrato deve applicare una legge o fare una legge?

La legge sull’aborto – a meno di una interpretazione eccessivamente estensiva – non conferisce ad un magistrato il potere di fungere da consultorio o struttura socio-sanitaria, che sono gli istituti preposti per aiutare le giovani donne incinta decidere del futuro delle proprie gravidanze. Recita la 194: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria, oltre a dover garantire i necessari accertamenti medici, hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall’incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, nel rispetto della dignità e della riservatezza della donna e della persona indicata come padre del concepito, le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”). Perché mai, dunque, un giudice avrebbe convinto Sara ad abortire? Era forse nelle sue prerogative? E ancora, non era forse un’azione obbligatoria quella dello stesso magistrato, o chi per lui, di perseguire il giovane albanese violento (e da quanto si legge, clandestino) o di fare degli accertamenti sui genitori di Sara, che avrebbero pagato una somma cospicua al padre del nipote al solo scopo di farlo sparire?

E veniamo ai genitori. I genitori, si sa, vogliono solo il bene dei propri figli. Sono disposti a tutto pur di assicurarglielo, tanto che quelli di Sara, disperati per la caparbietà della figlia e incapaci di farle davvero da guida, si sono rivolti al tribunale dei minori per convincere/costringere la propria figlia ad abortire. Ignari o noncuranti del trauma esistenziale che un aborto provoca nella condizione psico-fisica di qualunque donna, meglio un aborto subito che un problema in carne ed ossa più avanti, su di loro hanno avuto la meglio altre considerazione, a loro modo legittime se inserite in tutt’altro contesto: “Che futuro poteva avere una relazione costruita sul sopruso, sull’irresponsabilità, sulla miseria? Un figlio deve essere il frutto di una scelta consapevole; un bambino ha il diritto di avere una famiglia che lo accoglie”.

Del resto, quella fatta per Sara non era una scelta inconsapevole nemmeno per la giovane mamma: la ragazzina a quindici anni aspettava un altro bambino e aveva fatto ricorso alla pillola abortiva per metter riparo ad un errore. Ma, ci chiediamo facendo pesare anche un giudizio morale su tutta questa faccenda, perché mai i genitori di Sara, come di molti altri giovani figli, esercitano il proprio ruolo solo quando i figli sbagliano. Dov’erano quando la figlia veniva picchiata da un albanese clandestino e violento? Dove quando consumava rapporti sessuali non protetti? Dove quando aveva bisogno di attenzione, aiuto e comprensione, quella che probabilmente ha trovato in un disperato di passaggio nel nostro paese o in un giudice eccessivamente protagonista? “Ora, spiegano i genitori a Repubblica, dobbiamo solo pensare al futuro di nostra figlia. Dobbiamo aiutarla a ricominciare”. Sarebbe ora.