Da quando il soprannaturale è stato naturalizzato cioè confuso con la vita dell’uomo, con i suoi slanci d’amore, di passione, di compassione e di morte; da quando tutto ciò ha preso il via in ossequio al metodo scientifico, all’esegesi storico critica innamorata degli arzigogoli filologici, la vita dell’uomo comune ne è risultata impoverita.

I miracoli, le apparizioni mariane, tutto ciò che non collima con l’ideologia scientista e i suoi dogmi è confinato nell’ambito dell’irrazionale se non del primitivo.

E’ questa la ragione per cui non pochi sacerdoti guardano ai tradizionali usi, alle devozioni, al culto del Sacro Cuore, all’adorazione, alle processioni, alle consacrazioni al Sacro Cuore, alle apparizioni mariane, con sospetto e con altera e compassionevole sopportazione.

A che tutto ciò se Dio è nel mondo -dicono- se egli sta alla radice di ogni esperienza personale, se egli incarnandosi ha santificato l’intero creato. Dio è nel mondo, soffre con esso, egli appartiene ad ogni amore autentico, ad ogni espressione di gratuità ad ogni intuizione artistica. Questo pensano, seppur non lo dicono, non pochi preti.

Non argomento sulla natura panteistica di una tale prospettiva, sul puro immanentismo che si mostra in ragionamenti simili. Basti dire che incarnazione non significa confusione fra natura umana e natura divina e che comunque l’incontro pieno tra l’umano e il divino si è realizzato solo in Cristo. Il mondo dopo Cristo, seppure salvato, resta mondo, come S. Paolo insegna; basti ricordare come l’apostolo delle genti presenti la prospettiva mondana, come distingua tra il vivere secondo la carne e il vivere secondo lo spirito. La carne è per Paolo espressione del limite e della finitezza sia fisica che morale. Questa distanza fra spirito del mondo e spirito di Cristo, invocato, accolto e custodito, significa che la natura umana ha costantemente bisogno della grazia.

Questo sembrano aver dimenticato certi preti dai costumi e dai modi totalmente laicizzati.

Allora si comprende il motivo per cui tre sacerdoti vestiti come manager, come politici di lungo corso, campeggiano al centro di una foto mentre ricevono un premio dal capo dello stato.

Li guardi e noti come nulla li distingua dalle persone comuni, dai laici.

Dov’è l’abito del prete? Si dirà che l’abito non fa il monaco, ma è veramente così? Cos’è la divisa per un sacerdote?

Un medico lo riconosco per il camice, un direttore di coro perché sta davanti al coro, un bagnino per la scritta che porta sulla maglietta, un tutore dell’ordine per la divisa.

Chi tipo di soccorso porta all’umanità sbandata, “l’abito del prete”, sia esso un colletto bianco, un croce appuntata sulla giacca, la talare con i suoi cento bottoni?

Nel segno, anche se non sono credente, io posso riconoscere la speranza, la gratuità, la possibilità che questo mondo in perpetuo movimento possa avere un centro, un senso.

La “divisa del prete” è di per sè una presenza che contrasta con il mondo, una piccola catechesi che suggerisce al nostro essere, un oltre, la possibilità di alzare lo sguardo superando la presunzione dei propri passi.

Per il sacerdote, questo Altro dovrebbe essere il tutto, in un mondo nel quale l’orizzonte temporale del calcolo, del successo, dell’affare ha la pretesa totalitaria di porsi come l’unica realtà dotata di senso.

L’abito è un segno e l’uomo vive di segni, anche l’uomo religioso. Non è sufficiente dire che Dio è Spirito, che egli abita ovunque, questo è in parte vero e in parte non vero. Se ci fermiamo a tali considerazioni come possiamo distinguere l’esperienza religiosa autentica dal semplice stato d’animo, dall’emozione?

La fede non appartiene alla pura interiorità essa ha bisogno di concretezza, di una Chiesa sociologica, fatta di strutture, di ruoli, di funzioni, di luoghi fisici, di paramenti e tradizioni.

Ognuno di noi è stato inserito in una contesto parrocchiale preciso, nessuno ha scelto autonomamente di aderire o meno al cattolicesimo; da questa adesione inconsapevole sono venuti i frutti più splendenti della fede, i Santi.

La fede zoppicante, convenzionale, dei più è la norma, una santa norma.

Una mia alunna conferma con una battuta quanto sto dicendo: “Ma quale fede! io andavo all’oratorio, per stare con gli amici e per giocare a calcetto dopo la catechesi. ”

Benedetto fu il calcetto, visto che quella ragazza è cattolica e perlomeno crede in Dio. Forse non avesse amato il calcetto…

E c’è chi è entrato in Chiesa perché amava un ragazzo e poi si è innamorato di Dio, chi per cantare nel coro… chi per…quante storie.

Nella semplicità di una tradizione accolta, non conquistata attraverso i ragionamenti sono maturate generazioni di cattolici.

E’ una magra consolazione e un pericoloso calcolo quello di quei preti che esaltano la maturità di chi oggi si dice cattolico adulto, perché capace di vivere in un mondo consegnato a se stesso, in cui la religione si riduce ad ambito separato.

L’opera di laicizzazione della vita umana, pianificata anche con la partecipazione di una parte del clero, ci consegna un mondo di ragazzi per i quali l’esperienza è quella di appartenere a due realtà distinte: il mondo con le sue regole autonome e la fede come dimensione intima.

Per questa via, i più ritengono irrilevante per la vita appartenere a qualsiasi chiesa.

Quando il segno perde ogni valenza pubblica, in breve si appanna, anzi, quasi diventa un ostacolo per partecipare alla vita civile completamente laicizzata. Ecco allora, che persino il prete per essere ben accetto, si confonde, si rende mondano, si pone in prima fila nella battaglia per cancellare la dimensione pubblica dei segni cristiani, proprio come “i nostri tre sacerdoti. ”

E ancora una volta la giustificazione esalta la laicità, senza accorgersi di dar credito al laicismo, magari incensando la virtù di quei “cattolici adulti”che nonostante tutto conservano uno straccio di fede.

E gli altri?

Nessuna religione può vivere se non attraverso una qualche dimensione pubblica.

Il pubblico che ci viene presentato come il luogo della neutralità e della tolleranza, in realtà si rivela come lo spazio del nichilismo ateo, accanto al quale sono tollerate le singole religioni.

Questo è il disegno laicista al quale una comunità credente, consapevole e seria deve opporre una cultura della laicità, che faccia tesoro della nostra tradizione cattolica, anche, sin dove è possibile, nello spazio pubblico.

di Marco Luscia
Tratto da Liberta e Persona