di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Il 13 febbraio la Santa Sede ha pubblicato il messaggio di Benedetto XVI, formalmente datato 18 ottobre 2011, per la XLIX Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, che sarà celebrata il 29 aprile 2012, quarta domenica di Pasqua, sul tema: «Le vocazioni dono della Carità di Dio».

Il Papa richiama il titolo della sua prima enciclica, «Deus caritas est», e ricorda le parole di san Giovanni: «Chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1 Gv 4, 16). Un tema centrale della Sacra Scrittura è «la storia di questo legame originario tra Dio e l’umanità, che precede la stessa creazione. San Paolo, scrivendo ai cristiani della città di Efeso, eleva un inno di gratitudine e lode al Padre, il quale con infinita benevolenza dispone lungo i secoli l’attuarsi del suo universale disegno di salvezza, che è disegno d’amore». E in Gesù – afferma l’Apostolo delle Genti – il Padre «ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1, 4). Se considerassimo seriamente queste parole, dovremmo avere ogni volta che le leggiamo un moto di stupore: «Noi siamo amati da Dio “prima” ancora di venire all’esistenza! Mosso esclusivamente dal suo amore incondizionato, Egli ci ha “creati dal nulla” (cfr 2Mac 7, 28) per condurci alla piena comunione con Sé».

Questo atteggiamento – corretto – di stupore di fronte all’amore di Dio si ritrova nei Salmi: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal 8, 4-5). «La verità profonda della nostra esistenza è, dunque, racchiusa in questo sorprendente mistero: ogni creatura, in particolare ogni persona umana, è frutto di un pensiero e di un atto di amore di Dio, amore immenso, fedele, eterno (cfr Ger 31, 3)».

«La scoperta di questa realtà – insiste il Pontefice – è ciò che cambia veramente la nostra vita nel profondo. In una celebre pagina delle “Confessioni”, sant’Agostino [354-430] esprime con grande intensità la sua scoperta di Dio somma bellezza e sommo amore, un Dio che gli era stato sempre vicino, ma al quale finalmente apriva la mente e il cuore per essere trasformato: “Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace” (X, 27. 38)». È un altro brano dove risuona lo stupore come atteggiamento corretto di fronte al mistero ineffabile dell’amore di Dio.

È «un amore senza riserve che ci precede, ci sostiene e ci chiama lungo il cammino della vita e ha la sua radice nell’assoluta gratuità di Dio». Sembrano – e sono – considerazioni molto generali, ma in esse, spiega il Papa, si trova racchiuso tutto il tema della vocazione «Ogni specifica vocazione nasce, infatti, dall’iniziativa di Dio, è dono della Carità di Dio! È Lui a compiere il “primo passo” e non a motivo di una particolare bontà riscontrata in noi, bensì in virtù della presenza del suo stesso amore».

L’iniziativa parte sempre da Dio. Il Pontefice invita a rileggere un brano dell’enciclica «Deus caritas est», secondo cui «di fatto esiste una molteplice visibilità di Dio. Nella storia d’amore che la Bibbia ci racconta, Egli ci viene incontro, cerca di conquistarci – fino all’Ultima Cena, fino al Cuore trafitto sulla croce, fino alle apparizioni del Risorto e alle grandi opere mediante le quali Egli, attraverso l’azione degli Apostoli, ha guidato il cammino della Chiesa nascente. Anche nella successiva storia della Chiesa il Signore non è rimasto assente: sempre di nuovo ci viene incontro – attraverso uomini nei quali Egli traspare; attraverso la sua Parola, nei Sacramenti, specialmente nell’Eucaristia» (n. 17). Si tratta dunque di «riannunciare, specialmente alle nuove generazioni, la bellezza invitante di questo amore divino, che precede e accompagna: esso è la molla segreta, è la motivazione che non viene meno, anche nelle circostanze più difficili».

È una «misura alta della vita cristiana» che va proposta ai giovani ancora oggi. «Alla priora del monastero di Segovia, in pena per la drammatica situazione di sospensione in cui egli si trovava in quegli anni, San Giovanni della Croce [1542-1291] risponde invitandola ad agire secondo Dio: “Non pensi ad altro se non che tutto è disposto da Dio; e dove non c’è amore, metta amore e raccoglierà amore”». Ancora, Benedetto XVI cita Papa San Gregorio Magno (540-604) il quale, per mostrare come da questo amore di Dio sgorga l’amore verso il prossimo, «usa l’esempio della pianticella: “Nel terreno del nostro cuore [Dio] ha piantato prima la radice dell’amore verso di Lui e poi si è sviluppato, come chioma, l’amore fraterno”».

La vocazione al sacerdozio o alla vita religiosa ha come «elemento qualificante» l’unione strettissima fra amore per Dio e amore per i fratelli. «Infatti, l’amore per Dio, di cui i presbiteri e i religiosi diventano immagini visibili – seppure sempre imperfette – è la motivazione della risposta alla chiamata di speciale consacrazione al Signore attraverso l’Ordinazione presbiterale o la professione dei consigli evangelici. Il vigore della risposta di san Pietro al divino Maestro: “Tu lo sai che ti voglio bene” (Gv 21, 15), è il segreto di una esistenza donata e vissuta in pienezza, e per questo ricolma di profonda gioia». Il Papa ricorda le parole del Santo Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney (1786-1859), il quale «amava ripetere: “Il prete non è prete per sé; lo è per voi”».

La vocazione sacerdotale o religiosa dovrà essere coltivata con amore tramite la Parola di Dio, l’eucarestia e la preghiera nella comunità cristiana, ma – ricorda Benedetto XVI – può nascere solo in famiglia. Soltanto nelle famiglie «le nuove generazioni possono fare mirabile esperienza di questo amore oblativo. Esse, infatti, non solo sono il luogo privilegiato della formazione umana e cristiana, ma possono rappresentare “il primo e il miglior seminario della vocazione alla vita di consacrazione al Regno di Dio” ([beato] Giovanni Paolo II [1920-2005], Esort. ap. “Familiaris consortio”, 53), facendo riscoprire, proprio all’interno della famiglia, la bellezza e l’importanza del sacerdozio e della vita consacrata». Le famiglie che diventano «case e scuole di comunione», «sul modello della Santa Famiglia di Nazareth, riflesso armonico sulla terra della vita della Santissima Trinità», sono il luogo dove risuona la voce di Dio che chiama alla vocazione.