Nella nostra condizione sussiste un enigma su cui abbiamo il dovere di tornare a riflettere: perché ci consegniamo alla spirale del male e temiamo di seguire il bene? Il primo grave errore è accettare di vivere senza respirare. La persona umana porta in sé la nostalgia per una felicità che non ha mai conosciuto. Questa felicità è fatta di un bene compiuto e universale. Per una creatura così, respirare significa esistere senza che la nostalgia sia spezzata o degeneri in angoscia. Senza tradire la bellezza della vita, in noi o negli altri. Anzi, scoprendo che solo nel respiro di quanti ci sono affidati c’è il senso che fa vivere anche noi. Il respiro dell’anima è la prima condizione della libertà. Ognuno deve poter «co-spirare» insieme agli altri. Perciò «l’oblio dell’aria», come lo chiama Luce Irigaray, distorce la cognizione dell’esistenza. Non è una metafora. Il respiro non solo del corpo, ma della persona intera è quella condizione della vita vera che viene apprezzata solo da chi rifiuta la credenza di dover accettare il male per poter sopravvivere. Esso non vince quando ci colpisce con sofferenze e lutti. Vince quando ne subiamo il ricatto. Chi diventa cinico, illudendosi di approfittare dei presunti lati positivi della sua schiavitù, ha già smesso di respirare. Non ha lo spazio interiore per sentire il valore di sé e degli altri, per capire che il male, nelle sue molte forme, non è mai necessario né insuperabile. Il problema è che all’inizio non si vede il male come tale, ci si adatta al non-bene e si sposta ogni colpa sugli altri. È un adattamento sordo, a causa del quale, con il tempo, si lascia da parte l’equivoco, ormai superfluo, di prendere il male per un bene. Ci si piega e basta, benché si sappia che questa distretta è la nostra rovina. Spiega Kafka: «Una volta che si è accolto il male presso di sé, esso non pretende più che gli si creda». Le conseguenze storiche e politiche di questa resa, moltiplicata per milioni di individui, sono note e ogni volta dimenticate. Primo Levi ricorda che quanti accettarono l’orrore del nazismo «furono soffocati dalla paura, dal desiderio di guadagno, dalla cecità e dalla stupidità volontaria». Eppure la possibilità del bene ci inerisce così radicalmente che ci resta sempre vicina. Accanto a noi e in noi c’è, non vista, la soglia della liberazione. L’evento in cui giungiamo a riconoscerla ci rende capaci di attingere a quelle forze di interruzione del male che restituiscono al respiro la sua distensione: la fiducia, l’ospitalità della natura e quella umana, l’arte, il sorriso, la gentilezza, la gratuità, l’amicizia, il perdono ricevuto e dato, la speranza, la compassione, la misericordia, l’umorismo, l’esodo dalla logica di competizione, l’evasione dal carcere dell’egoismo, ogni gesto libero dalla violenza e, in ognuna di queste liberazioni, l’abbraccio di Dio. Riguardo al senso del suo cammino Gandhi ha detto: «La nonviolenza per me non è un semplice principio filosofico. È il respiro della mia vita». Ogni persona ha bisogno di futuro qualitativo: non la ripetizione del presente con le sue miserie, ma la trasfigurazione in bene di ciò che siamo e viviamo. Allora il futuro si apre nel cuore del presente stesso. Rimandare sarebbe perdersi. Di fronte a ogni esperienza bisogna chiedersi se essa ci permette di respirare. Se no, la possibilità che abbiamo dinanzi è falsa. Quando la rifiutiamo iniziamo a respirare scoprendo in noi una nuova integrità. Ciò che chiamiamo libertà è questo respiro.

da Avvenire