L’agenzia governativa scrive che sulla “rimozione” del crocefisso AsiaNews ha riferito “storie infamanti”. Altre fonti governative dicono che la croce è stata distrutta dai fedeli. Peccato che sia stata fatta saltare con l’esplosivo, che le bastonate della polizia abbiano fermato la protesta dei parrocchiani e che i vescovi invitino le autorità a non tenere comportamenti che suscitino “ulteriore malcontento, rabbia e sfiducia tra la popolazione”

Roma (AsiaNews) – “I cattolici non hanno subito repressione”. Forte della certezza che le viene dal non poter essere smentita, in patria, nemmeno dai fatti, la Vietnam News Agency, organo del regime, intitola così una nota del 16 gennaio sulla vicenda della croce distrutta a Dong Chiem. Nel testo si legge che “AsiaNews.it ha diffuso storie diffamanti riguardanti la recente rimozione di una croce illegalmente eretta sul monte Nui Che”, “riprese dalla Radio Vaticana e da Radio Maria, portando incomprensione e preoccupazione nella comunità internazionale”.

Notiamo, intanto, come è descritto l’accaduto. La VNA parla di “rimozione” del crocefisso, il che dà l’idea di una cosa smontata, che può essere rimontata. In realtà, come dice il vescovo Francis Nguyen Van Sang e AsiaNews ha riportato, la croce è stata fatta saltare con l’esplosivo da agenti e militari. E, per restare alla descrizione del fatto, altre fonti filogovernative, come Hanoi Moi e la Voice of Vietnam, hanno scritto che “i fedeli hanno distrutto la croce dopo essere stati ammaestrati dal governo ed aver riconosciuto il loro errato comportamento…”.
Non sappiamo se questi fedeli sono gli stessi cinque arrestati il 7 gennaio, il giorno dopo la “rimozione” della croce, o i due finiti in ospedale (ci sono le foto) perché protestavano insieme a molti altri, tutti bastonati, o JB Nguyen Huu Vinh, giornalista cattolico aggredito e lasciato svenuto in mezzo alla strada, mentre cercava di informarsi sull’accaduto. O i mille della parrocchia di Ham Long che volevano recarsi sul monte Che, fermati dalla polizia sequestrando la patente dei conducenti dei bus, o le centinaia di parrocchiani di Ham Long che, invece, hanno usato le loro motociclette, e sono passati. O quelli, pure arrivati, che hanno usato le barche. O i duemila della vicina parrocchia di Nghia Ai che, insieme a fedeli locali, il 13, hanno inscenato una protesta davanti all’ufficio del Comitato del popolo.
E non si capisce perché della vicenda di questi “cattolici che non hanno subito repressione” si sono occupati numerosi vescovi vietnamiti, come mons. Joseph Nguyen Van Yen, di Phat Diem, che è andato di persona a portare solidarietà, o mons. Michael Hoang Duc Oang, vescovo di Kon Tum, che, nell’impossibilità di recarsi a Dong Chiem, ha inviato una lettera di solidarietà a mons. Joseph Ngo Quang Kiet, arcivescovo di Hanoi, nella giurisdizione del quale c’è anche Dong Chiem. Arcivescovado dal quale il vicecancelliere, padre John Le Trong Cung, il 7 definiva “un vero sacrilegio” la distruzione della croce. E aggiungeva “l’aver assalito brutalmente inermi e innocenti civili è un atto selvaggio e inumano, che ferisce gravemente la dignità umana. Questa ottusa condotta va condannata”.
Forse, più che preoccuparsi di “addomesticare” i fatti, i responsabili vietnamiti dovrebbero prestare ascolto ai 10 vescovi del nord del loro Paese che, a proposito di questa vicenda, invitano le autorità a non usare misure che possono creare “ulteriore malcontento, rabbia e sfiducia tra la popolazione” e confermano la volontà di “collaborare con il governo” per il bene del Paese e la costruzione di “una grande famiglia” in cui tutti i membri possano coesistere in maniera pacifica. Senza rischiare di “non subire repressione”.