La Turchia post-kemalista e re-islamizzata sfida l’Europa. Da Ankara arriva l’accusa all’Ue di essere un “club cristiano” mentre è la Turchia, che ha abbandonato la sua tradizionale laicità, che deve dimostrare di non essere un “club musulmano”
Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Qualche giorno dopo la visita ufficiale di Angela Merkel in Turchia e prima dell’incontro bilaterale franco-turco, Ankara accusa Francia e Germania di ostacolare l’entrata della Turchia.

nell’UE ma continua a sfidare l’Occidente, ad islamizzare sempre di più la società turca e a trascurare i valori europei… Nel frattempo, il braccio di ferro tra l’esercito laico turco kemalista e il partito di governo filo-islamico Akp continua. I

Sfida contro Israele e l’Occidente della Nuova Turchia reislamizzata e “post-kemalista”

A livello internazionale, i leader dell’Akp vedono nell’adesione alla Ue l’occasione di sostituire la compromettente alleanza israeloamericana con quella, più filomusulmana, dell’Unione. I dirigenti di Ankara vogliono infatti dimostrare alla loro base filopalestinese che aderendo ai Ventisette (e riavvicinandosi all’Arabia Saudita, all’Oci e alla Siria) saranno meno dipendenti dai Satana “americano-sionisti”. Per l’Akp, l’alleanza con la Nato e Israele è stata imposta dalla guerra fredda e dai militari kemalisti. Ed Erdogan non può opporvisi troppo per non provocare l’ira dei militari che ne traggono un vantaggio strategico (scambi di spazi aerei, importazione di alta tecnologia militare israelo-americana, ecc). Ciò non toglie che i diregenti Akp abbiano sempre denunciato questa alleanza per non perdere il loro elettorato islamico pro-palestinese. La nuova strategia nazionale, regionale e internazionale della Turchia è quindi basata sulla necessità di “riconciliare” Ankara con il suo vicinato islamico per: 1) favorire gli scambi economici; 2) presentare la Turchia come un “ponte” fra l’Occidente e il mondo islamico; 3) fare perdonare il “peccato originale” dell’alleanza con Israele. Questa nuova strategia panislamica è stata concepita da Ahmet Devatoglu, il ministro turco degli Esteri. Per Devatoglu, che è nato a Konya (Anatolia centrale), la Turchia deve aumentare la sua “profondità strategica”, titolo di un suo libro. Una profondità che impone di bilanciare l’alleanza israeliana maledetta con un’alleanza “fraterna” con i vicini islamici, specialmente l’Iran o la Siria. Per Devatoglu, la Turchia, la Siria e l’Iran gettano le basi per un fronte unito dall’Asia ai confini della Cina (turcofona) che potrebbe modificare l’ordine regionale. Quindi, lungi dall’allontanarsi dai paesi islamici più pericolosi, la scelta europea di Ankara ha piuttosto accelerato l’avvicinamento ai peggior nemici dell’Occidente e di Israele. E questo non dovrebbe sorprendere, perché i dirigenti turchi non hanno mai nascosto la loro politica panislamica inaugurata sin dagli anni Ottanta dal premier nazional- islamista Ozal e poi negli anni Novanta dal premier islamico Erbakan, l’ex-maestro di Erdogan. Conosciamo tutti i leit motiv dei sostenitori della candidatura turca come ad esempio: «l’Europa deve provare di non essere un club cristiano» oppure: «è meglio averla con noi che contro di noi». La povertà di questi argomenti retorici risiede nel fatto che non tocca all’Europa scristianizzata (che accoglie milioni di musulmani e possiede migliaia di moschee) dimostrare di non essere un club cristiano, ma alla Turchia reislamizzata (dove cristiani ed ebrei sono in pericolo) provare di non essere un club islamico. La Turchia di oggi è infatti membro di un club esclusivamente musulmano: l’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), associazione degli Stati islamici con sede in Arabia Saudita e la cui presidenza è stata affidata a un turco: Ekmeleddin Ihsanoglu. Lo stesso che pretese da Javier Solana e dal Vaticano scuse ufficiali in merito – rispettivamente – al caso delle vignette blasfeme danesi e alle dichiarazioni di Papa Benedetto XVI sull’Islam all’Università de Ratisbona (Regenburg) che provacorono la furia del mondo musulmano (settembre 2006). Contestualmente, Erdogan suggerì all’Europa, secondo lui troppo anti-clericale, di «limitare la libertà d’espressione in materia religiosa».

Solidarietà panislamica versus kemalismo : la nuova strategia internazionale filo-islamica dell’AKP
n questi giorni, infatti, il partito di Erdogan Akp si appresta a modificare la carta costituzionale, in vigore dall’inizio degli anni Ottanta e basata sulla laicità kemalista. Il vice-premier Cicek giustifica i cambiamenti in nome dei negoziati con Bruxelles e dei valori demiocratici europei… Parallelmente, nell’ambito del processo- scandalo nazionale chiamato “Ernegekon”, che accusa i militari laici e nazionalisti anti-islamici di aver voluto perpetrare un “golpe” contro il governo AKP, il movimento filo-islamico del Primier Erdogan e del Presidente Abdullah Gül ANkara si appoggia anche sull’Ue per deleggitimare gli ufficiali anti-islamici (ma anche gli intellettuali kemalisti laici membri della rete) accusandoli di preparare un golpe per ostacolare l’islamizzazione. Anche se la rete Ernegekon è effettivamente esistita, rappresentava una tendenza minoritaria dell’esercito ed era composta essenzialmente da ex-ufficiali pensionati e ideologi d’estrema destra anti-Nato ostili al vertice dell’esercito turco. E chiaro che con gli incoraggiamenti di Bruxelles, il governo islamico di Erdogan ha approfittato della vicenda del processo Ernegekon per screditare globalmente i kemalisti e nazionalisti turchi ostili all’islamizzazione.
Alla 36esima sessione dei ministri degli Esteri dell’Oci, riunitasi di recente a Damasco per discutere di “promozione della solidarietà islamica”, si è parlato di: “solidarietà” incondizionata ai palestinesi; condanna delle “aggressioni” del regime israeliano; lotta all’islamofobia e anche all’iranofobia, riguardo il dossier nucleare iraniano e il tentativo occidentale di “isolare” e “umiliare” Teheran. Una delle proposte è stata quella di creare dei caschi verdi, composti da truppe dei 57 Paesi dell’Oci, che appoggia l’applicazione della legge islamica e la condanna dell’islamofobia in seno alle Nazioni Unite, dove Ankara esercita, assieme al Pakistan, alla Lega Araba e all’Arabia Saudita, una efficace lobby pro-islamica. Ankara è diventata l’alleata strategica delle dittature islamiche come l’Iran o il Sudan, degli Stati dittatoriali alleati a Teheran e anti-occidentali come la Siria, il Sudan, il Venezuela e la Bolivia. Con la Siria degli Assad, che appoggiano Hamas ed Hezbollah, Ankara ha firmato tre accordi di cooperazione dal 2005. È inoltre diventata un alleato diplomatico del regime militar-islamista del Sudan del generale Al-Bashir, condannato dall’Onu e dalla Corte penale internazionale per genocidio. Dagli anni Novanta,Ankara si è molto avvicinata all’Arabia Saudita. Lo stesso presidente turco Abdullah Gul ha lavorato 8 anni come consulente presso la Banca Islamica dello Sviluppo (Bis) che finanzia organizzazioni islamiche radicali col denaro della Zakat. Parallelmente, la Turchia si è avvicinata all’Iran. Quando nel giugno 2009, i giovani manifestanti democratici iraniani contestavano la legittimità della rielezione di Ahmadinejad, i dirigenti turchi furono tra i primi al mondo a congratu congratularsi con Ahmadinejad. I motivi profondi della nuova alleanza geopolitica Iran-Turchia sono: 1) gli interessi geopolitici comuni. Ankara ha bisogno dell’energia (petrolio e gas) iraniana per il proprio consumo. Le pipeline e i gasdotti attraverseranno sia il territorio turco sia quello degli altri paesi membri dei paesi turcofoni (i cosiddetti T6: Azerbaigian, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirgikistan e Turchia). 2) Gli scambi commerciali, che si calcola supereranno a breve i sei miliardi di euro all’anno. 3) L’antikemalismo: benchè l’Iran sia sciita e la Turchia sunnita, e benchè la costituzione turca si riferisca al kemalismo laico di Ataturk, i due governi sono ugualmente contrari al kemalismo “anti-islamico” inaugurato da Ataturk, visto come un apostata. 4) Il nucleare iraniano: secondo Erdogan, è ingiusto fare pressioni sull’Iran per il suo programma atomico, visto che nella regione “qualcun altro”- ovvero Israele – possiede queste armi. Il governo neo-islamico non ha mai accettato l’alleanza con Israele imposta dai militari kemalisti. Dall’operazione Piombo Fuso a Gaza in poi, Erdogan ha regolarmente criticato Israele. Fino a chiedere il suo bando dall’Onu.