L’esigenza dei diritti differenti in nome del “diritto alla differenza”

Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Comunicatori efficienti, le organizzazioni islamiche europee ostili all’integrazione hanno saputo attizzare il malcontento sociale e le frustrazioni dei figli di immigrati delle “banlieues islamiche”. Hanno saputo sfruttare e “religiosizzare” il malessere sociale e i problemi d’inserzione economica degli immigrati che, all’inizio, non ha niente che a vedere con la religione.

Hanno fatto credere ai musulmani che la reislamizzazione e la richiesta di diritto comunitari speciali fossero l’unica via per combattere il supposto “razzismo” islamofobo degli autoctoni, spiegazione unica di tutti i problemi degli immigrati musulmani, come se fosse solo la società d’accoglienza a dovere fare sforzi d’integrazione e non gli stessi immigrati. Questa strategia vittimista ha permesso ai radicali islamici di reclutare tanti giovani sradicati, vagamente nati musulmani ma spesso ignoranti delle cose islamiche o non praticanti, attizzando il senso di ribellione. Affascinati dal “carisma” di un Tariq Ramadan, dai famosi campioni sportivi musulmani come Myke Tison o Jamel Bourras, o dai gruppi rap-muslim anglossassoni, questi giovani, travagliati paralmente anche dalle idee rivoluzionarie dell’estrema sinistra antisionista, anti-imperialista, sono diventati dei neofondamentalisti non in base ad un desiderio iniziale di religiosità, ma in funzione di un”identità islamica” e in funzione insurezionale. Di fronte all’”ostilità” delle società d’accoglienza, questi neomusulmani si sono considerati una nazione “musulmana” all’interno della nazione. Quindi, invece di aiutare questi giovani ad inserirsi nel tessuto sociale autoctono, ad identificarsi con l’identità maggioritaria locale, gli islamici e i loro alleati rossi “anti-razzisti” e rivoluzionari hanno e alimentato il sentimento di persecuzione, la permalosità, il vittimismo e quindi la paranoia collettiva di tutta una genrazione di giovani reislamizzati che invece di chiedersi cosa possono dare alla nuova patria, hanno interiorizzato l’idea seconda la quale la società li deve tutto o essere combattuta.

La guerra di rappresentazioni

Siccome le vere mete dei movimenti islamici sono filosoficamente e giuridicamente inaccettabili dal punto di vista dei valori delle società europee democratiche e secolarizzate, gli islamisti radicali nascondono il loro oscurantismo dietro una retorica “vittimista” che consiste nel rovesciare l’accusa di intolleranza contro la maggioranza non islamica, mentre dovrebbe essere quest’ultima a targare di ” intolleranti” le rivendicazioni maschiliste, teocratiche e estremiste degli islamici radicali.  Infatti, per reislamizzare i musulmani europei e costruire una “Umma europea” separata, le organizzazioni islamiche sono riuscite a delegittimare le regole e usanze delle società laiche e europee, equiparando la laicità al “razzismo”, all'”esclusione” o anche all’ “islamofobia”. Questa strategia evversiva basata sulla colpevolizzazione li ha conseguito di ottenere tante eccezioni e immunità legali che non li sarebbero mai stati consentiti se avessero espresso apertamente il loro oscurantismo. Ottenendo dei diritti diversi, in funzione dell’appartenenza religiosa e etnica, e criminalizzando la criticha leggitima della religione (islamica o altre), gli islamici sono riusciti a provocare une vera regressione giuridico-filosofica in Europa. Nelle borgate povere e in via d’islamizzazione, la situazione della donna è globalmente tornata indietro, e l’antisemitismo ormai condannato dai cristiani è nuovamente leggitimato dal vittimismo islamico e dalla “ribellione” dei figli di colonizzatori. Secondo questa concezone manichea (cattivo occidentale versus buono islamico ex-colonizzato), condivisa da una buona parte della sinistra europea terzomondista, le regole sarebbero diventate diverse per i “musulmani”, la cui assimilazione all’identità locale sarebbe un “umiliazione”, una forma laica di “razzismo”. Al contrario, il fatto di riconoscerli “autonomie socio-politiche” o deroghe giuridiche, cioè una “comunità” separata, sarebbe l’unico modo per non “offenderli”, per non “frustrali” e finalmente per “risarcirli”. Perchè il postulato che fa avvanzare l’islamizzazione in Europa è che dobbiamo pagare con più isamizzazione le nostre colpe giudaico-cristiane… Accettando questo terribile postulato psico-politico in contradizione con il principio di laicità e d’uguaglianza, le elite europee commettono l’errore di equiparare il pluralismo democratico o la tolleranza con il differenzialismo intollerante promosso dagli islamici, in nome del “diritto ala differenza”. Hanno dimenticato come spiegato da Sir Karl Popper oppure da Giovanni Sartori, che una società puo’ essere pluralista senza essere multiculturale, mentre alcune società pluriculturali come l’Egitto, il Sudan, l’ex-Unione Sovietica, possono perfettamente essere dittatoriali, anti-pluraliste e anti-democtratiche…