La strategia di conquista delle organizzazioni islamiche in Europa: dal velo islamico al Burqa
Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Sconosciuta prima del 1989, la “questione del velo” è emersa in Francia, in  Belgio e altrove dove la presenza di musulmani è importante e radicata, alla fine degli anni ’80, non per caso ma nel contesto geopolitico mondiale della rinascita dell’Islam mondiale e della strategia di espansione in Europa concepita da quelli che ho chiamato i “5 Poli dell’Islamismo” (Iran, Arabia Saudita-wahabismo, salafismo dei Fratelli musulmani; polo indo-pakistano -Tabligh, Deobandi, e polo Turco-fondamentalista Milli Görüs).

Queste organizzazioni islamiche integraliste decisero di lanciare in un contesto mondiale di radicalizzazione islamica e di regressione del vecchio nazionalismo arabo laico, una grande offensiva mediatica e psicologica per testare le reazioni delle società ‘infedeli”, provocando vicende e scandali mediatici riguardo il velo islamico, la “blasfemia” o altri casi di “offese contro l’islam” come quello dell'”apostata” Salman Rushdie. Questi riccorrenti scandali mediatici, sempre intensificati, ribaditi, rinnovati, dal 1989 alla crisi dei Minareti (2010) o del Burqa (2010), da Salman Rushdie al Discorso di Ratisbona (2006), senza dimenticare la crisi delle vignette di Maometto (2005), possono retrospettivamente essere considerate come delle prove di forze. Lo scopo evidente di questi scandali mediatici dove i musulmani pretendono di essere vittime del “razzismo” e dell'”islamofobia” occidentale, è ovviamente di costringere la autorità infedeli (cosi colpevolizzate e neutralizzate da una retorica vincitrice e eversiva efficace) a cedere alle richieste fondamentaliste, al fine di “calmare” le comunità musulmane. Nel caso contrario, se non ottennessero concessioni, “immunità territoriali” e deroghe al diritto per estendere l’islam in Europa, queste ultime fanno sapere che potrebbero reagire violentemente. Questo tipo di ricatto fu espresso apertamente in mia presenza da Hamza Piccardo e da Nour Dachan nel novembre del 1997 durante una conferenza sull’islam in Europa dove questi due leader dell’UCOII, come denunciato da anni da Magdi Cristiano Allam, spiegavano che se le autorità italiane non finanziassero di più le organizzazioni islamiche sarebbe stato “impossibile” impedire le reazioni terroristiche o violente dei giovani musulmani “arrabbiati” che andavano secondo Dachan ad allenarsi in Pakistan, in Bosnia e in Kosovo in segno di “proteste”. Queste vicende furono le prime tappe di una vasta strategia dell’escalation che abbiamo definito nell’articolo precedente. Dall’estrema efficienza di questa strategia prende radice l’attuale dibattito sul Burqa. Ed è stata sempre questa strategia fatta di prove di forze e di escalation intensificata (favorita dalla sinistra europea e dal pensiero politicamente corretto) a permettere durante 15 ultimi anni, che le esigenze islamiche e le concessioni europee siano sempre  più forti. Questa strategia spiega perchè oggi il dibattito sul velo si è spostato dal hijab al burqa, dalle moschee ai minareti, ecc, dando per scontato oggi cio’ che non lo era ieri e aumentando sempre di più il livello delle esigenze.

L’alleanza con gli adetti del “Pensiero unico”: politicamente corretti e sinistra pro-araba, terzomondista e antisionista

Contemporaneamente (anni 1989-1990), a livello nazionale, nacquero in Francia i primi movimenti “anti-razzisti” come “SOS Racisme”, creato dalla corrente trotzkista del partito socialista francese o come il “Movimento contro il razzismo, l’antisemitismo e per la pace (MRAP, vecchia associazione strumentalizzata e  ribattezzata dal leader arabo difensore del velo islamico Mouloud Aounit), strutturalmente legata o al partito comunista francese. Dal 1989, il MRAP e SOS Razzismo decisero di cambiare il loro secolarismo iniziale socio-trotzkista col neo-comunitarismo islamico, strumentalizzando il “diritto alla differenza” per poter mobilitare nuove truppe di militanti rivoluzionari capaci di destabilizzare le società “borghesi”.  E cosi che il primo “caso del velo islamico” (ottobre 1989) scoppiato nelle scuole pubbliche francesi quando giovane marochine rifiutarono di togliere il copricapo all’entrata del liceo, fu immediatamente strumentalizzato da SOS Racisme e dal MRAP, che denunciarono tatticamente il “razzismo” e “l’intolleranza islamofoba” di coloro che si opponevano all’uso del hijab nelle scuole. Parallelmente, tramite l’atteggiamento vittimista, gli islamisti hanno saputo attizzare il malcontento sociale dei musulmani delle “banlieues”, dei “desereditati”, degli “oppressi”, sfruttando un sentimento di persecuzione e frustrazioni che all’inizio non hanno niente che a vedere con l’islam o la religione. Questa strategia vittimista ha permesso a tante organizzazioni islamiche di avvicinare alle loro posizioni un numero considerevole di giovani figli di immigrati sradicati, nati musulmani ma spesso ignoranti delle cose islamiche e non praticanti, ma anche giovani francesi di origine o” neri ” [black] di periferia, il cui senso di ribellione e la situazione di insicurezza sociale sono stati ripresi dai fondamentalisti. Affascinati dal “carisma” di un Tariq Ramadan, famosi campioni sportivi come Jamel Bourras (Judo) o il giocatore nero di basket convertito all’islam Olivier Saint Jean, hanno aderito all’organizzazione dei Fratelli Musulmani francese (UOIF, equivalente dell’UCOII). Travagliati nello stesso tempo d’una parte dall’ideologia anti-occidentale e rivoluzionaria dell’estrema sinistra pro-palestinese e anti-colonialista e dall’altra dalle organizzazioni islamiche fondamentaliste, molti giovani musulmani o convertiti delle banlieues povere sono diventati dei neofondamentalisti non in base ad un desiderio iniziale di religiosità, ma in funzione “identitaria”, definendo qui l’identità come non solo etnica ma “islamica”, in modo tale da sentirsi “muslims”, “musulmani”, di appartenere alla comunità islamica,  rassicurante e “vittima”,  di fronte al complotto e all’ostilità delle società pagane ex-colonizzatrice, questi musulmani “born again” hanno cominciato a sentirsi sempre di più come una comunità separata, una nazione “musulmana” all’interno della nazione. E proprio qui che entra in azione il modello anglosassone chiamato “comunitarismo” (comunalism) e il relativismo: in nome di questo modello multiculturalista, è stata iniziata dagli anni 90 una nuova moda, un fenomeno promosso dai mezzi di comunicazione di massa, dagli intellettuali e dai dirigenti politici : il ” comunitarismo”, il diritto di appartenere alla società che si sceglie, il diritto di esigere regole diverse degli altri e il diritto di rimettere in discussione l’unità giuridica, politica e sociale della comunità nazionale in nome dell’appartenenza a sotto-comunità o comunuità diverse che hanno doveri, diritti e regole diverse.

La strategia comunitarista: impedire l’integrazione dei musulmani in nome del “diritto alla differenza”

Nell’ambito della strategia di conquista elaborata dalle organizzazioni fondamentaliste islamiche che agiscono sul suolo europeo, i temi del comunitarismo e del multiculturalismo (o “società multiculturale”) sono diventati negli ultimi anni il cuore del processo di mobilitazione delle masse musulmane che le organizzazioni islamiche non vogliono vedere integrati ai valori “infedeli” delle società non musulmane d’accoglienza. Qui, il discorso “comunitarista” come si dice in Francia, ha come funzione quella di giustificare una serie di richieste fondamentaliste e di impedire, in nome di un cosidetto “diritto alla differenza”, qualsiasi forma di integrazione di queste comunità. Per promuovere questo programma di riunificazione dei musulmani europei con la “Umma” (Comunità-madre che unisce i musulmani attraverso il mondo), e assicurarle l’espansione islamica in Europa, serve prima di tutto vincere la battaglia della deligitimazione delle regole e usanze delle società d’accoglienza laiche e europee. Come? adottando una retorica “vittimista” che equipara la laicità repubblicana al “razzismo”, all'”esclusione” o anche all’ “islamofobia”. In nome di questa efficiente strategia fondata sulla colpevolizzazione e il principio di escalation (aumento continuo delle esigenze), le organizzazioni islamiche europee sono riuscite ad ottenere questi ultimi anni una serie di eccezioni, immunità legali, eccezioni, e hanno consentito di fare ammettere che le regole e i diritti e doveri non sono uguali per tutti ma legali all’appartenenza religiosa. In breve, le regole sarebbero le stesse per gli Infedeli ma diverse per i “veri credenti”, i “musulmani”, la cui integrazione laica costituirebbe una “umiliazione” e una forma laica di “razzismo”. Al contrario, il fatto di riconoscere loro una forma di “autonomia” o di deroga politico-sociale e giuridica, cioè una “comunità” separata, sarebbe l’unico modo per non “offenderli” e per non frustrali. Contrariamente ad una credenza popolare, questo comunitarismo neo-islamico europeo  dominato da posizioni sempre più radicali (velo islamico, burqa, denuncia di blasfemia contro l’islam nelle opere di Dante o i discorsi dei dirigenti e degli scrittore, Jihad by Court, ecc), non è il risultato di una spontanea islamizzazione dei giovani immigrati o figli di immigrati in Europa, che spesso ignorano tutto della cultura islamica di origine, ma il frutto di una strumentalizzazione del loro sentimento di frustrazione economica, sociale e identitaria. In termini chiari, il loro Islamismo è più un’appartenenza spazio-temporale che una pratica religiosa o una spiritualità privata.