Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Questi ultimi giorni, il presidente del Gruppo UMP (partito sarkoziano di Governo) Jean François Coppé ha accettato di partecipare a un grande dibattito televisivo contro una giovane ragazza francese convertita all’islam che portava il Burqa. A invitare le due persone è stato il cattolico Thierry Ardisson, il Maurizio Costanzo francese, conosciuto per aver lasciato la parola diverse volte a Tariq Ramadan e per essere a favore del velo islamico in Francia in funzione anti-laicista.

Era anche presente al dibattito un ex-ministro importante di François Mitterrand, Roland Dumas, il quale ha paragonato la proposta di Jean Françaois Coppé di fare una legge per proibire il Burqa negli spazi pubblici ad una misura che “ricorda Vichy (la Francia filonazista) e il trattamento degli Ebrei durante l’occupazione tedesca… La discussione si inseriva nell’ambito del dibattito sull”identità nazionale che appassiona il pubblico francese e i politici e intellettuali francesi e che è stato lanciato dal Presidente Sarkozy. Per quanto riguarda la questione specifica del Burqa, bisogna ricordare che si tratta di un ultimo episodio di un grande dibattito sull’Islam e la Repubblica che nacque nel 1989, quando scoppio’ il primo scandalo mediatico-politico attorno alle ragazze e le associazioni islamiche che rifiutavano di togliere il velo islamico nelle scuole pubbliche. Il problema del velo islamico fu al centro di una serie di polemiche e opposizioni a volte violenti (tra musulmani moderati e islamisti radicali d’una parte e tra laici e credenti e poi tra destra e sinistra dell’altra) che sembrarono di essere state risolte nel 2004 con una legge (adottata sotto la presidenza di Jacques Chirac) e che vietava il velo islamico, non definito come tale, ma in nome del rifiuto dei “segni religiosi ostentatori nei luoghi pubblici”. Già allora, nessuno fra gli oppositori al velo islamico oso’ nominare espressamente il velo islamico ma il presidente gollista laico Jacques Chirac e i suoi ministri e deputati decisero di vietare nei luoghi pubblici i segni ostentatori di “ogni religione”, per non sembrare di “offendere l’islam” o i Musulmani.
In Belgio, dove la situazione è un po’ diversa perchè non si tratta di un paese ufficialmente laico e di tradizione anti-clericale come la Francia, il Burqa è anche stato questi ultimi mesi al centro del dibattito nazionale sull’l’integralismo islamico. Infatti, come in Francia, le diverse espressioni di integralismo religioso islamico come in particolare il Burqa islamico cominciano a preoccupare seriamente le autorità belghe e l’opinione pubblica. E il motivo per il quale per la prima volta, è stato proposto (dalla senatrice MR Christine Defraigne) un disegno di legge che condannerebbe il burqa. Ma va precisato che la proposta di legge della senatrice belga non prevede di vietare il velo islamico integrale o il burqa come tale, cioè come abito politico-religioso, ma intende vietare “ogni abito che nasconde o dissimula il viso parzialmente o in totalità e che impedisce di identificare le persone”. Quali lezioni possiamo trarre da questo dibattito sul burqa?

L’accelerazione della Storia

Apparentemente, queste due iniziative belga e francese, ma anche il referendum svizzero sui minareti, sembrerebbero dimostrare che starebbe nascendo in Europa una presa di coscienza del pericolo islamico nel vecchio continente e una reazione di fronte alla strategia di conquista delle organizzazioni islamiche europee. In verità, possiamo ragionare diversamente se osserviamo l’evoluzione del dibattito sull’islam. Infatti, è difficile negare che lungi di essere diventati più esigenti, i politici e gli intellettuali europei hanno abbassato il livello delle loro esigenze e hanno ceduto di fronte alla strategia di ” escalation” degli islamici radicali. Questi esigono sempre di più per ottenere sempre di più e sono riusciti a fare credere che il velo islamico sarebbe un antidoto contri il burqa. Infatti, se fino ad un paio d’anni fa, il dibattito riguardava il velo islamico (il copri capo rivendicato dagli islamici radicali come segno d’inferiorità della donna e come abito politico-religioso e sociale che copre il corpo, le orecchie, i capelli e il collo), adesso, la battaglia è indirizzata sul Burqa. Un abito politico-religioso ancor più totale che il velo e che è meno accettabile, perché copre anche il viso della donna. Questa è considerata come un essere diabolico di cui ogni centimetro del corpo e del viso sono occasioni di tentazioni per gli uomini cosi fragili.
Nello stesso modo, in Svizzera o altrove in Europa, mentre qualche anno fa si discuteva dell’opportunità di aprire nuove moschee, dal referendum svizzero si parla solo dei minareti come se l’espansione delle moschee fosse ormai scontata e totalmente accettata, cioè non discutibile. Il fatto di essere riusciti a spostare l’epicentro della discussione dal velo al burqa è stato da parte degli, islamici e dei loro alleati rossi-verdi una vittoria di guerra “assimetrica”, un rovesciamento di ruoli e di legittimità. Ad esempio, se la legge francese sulle “insegne religiose nelle scuole pubbliche ” adottata nel 2004 era stata considerata come una vittoria del campo laico contro le rivendicazioni integraliste islamiche che esigevano il velo, cioè una delegittimazione del velo, oggi, il velo islamico è presento – pur essendo illegale nei luoghi pubblici – come un antidoto contro il burqa!

Rivendicazione del Burqa e banalizzazione del velo islamico

Nella maggioranza dei paesi europei (ma anche in America, con Obama che difende il diritto delle musulmane ad indossare il velo islamico), possiamo notare lo spostamento dell’epicentro del dibattito dal velo islamico al burqa e l’invenzione recente – per “lottare contro il Burqa” – di un nuovo personaggio “rassicurante”: la donna velata “mediatrice” tra la Repubblica laica e le ribelli vestite col burqa. Secondo questa nuova teoria islamofila sviluppata su larga scala dalla sinistra e in particolare dal sociologo francese di origine iraniana Farhad Khosrokhavar (che è stato consultato parecchie volte dai politici e dai media sull’attuale dibattito), il vantaggio di banalizzare e legalizzare il velo islamico (chador persiano, türban turco o Hijab arabo) sarebbe di “poter convincere” le donne coperte col Burqa di “lasciare la loro maschera e la loro prigione volontaria” adottando il velo islamico, diventato da poco “progressista” per magia, in nome del “diritto alla differenza”, e quindi un segno di “liberazione” in confronto con il Burqa.
Seconda osservazione, la vicenda del burqa ha dimostrato la progressione dell’ideologia dell’islamicamente corretto. E cosi che mentre la legge francese contro il velo islamico era stata approvata dalla maggioranza della classe politica laica francese di sinistra socialista e di destra, oggi, la proposta di avviare una legge contro il Burqa appare molto meno consensuale e meno accettata dalla stessa sinistra anticlericale ma anche da una parte del partito maggioritario di Sarko, l’UMP, che esprime dei dubbi sulle intenzioni di Jean François Coppé, personaggio pro-israeliano e ebreo odiato da molti gollisti pro-arabi, accusato di volere stigmatizzare i musulmani nell’ambito delle prossime elezioni regionali e del dibattito sull’identità nazionale voluto da Sarko e targato come ‘”islamofobo” dalla sinistra.

Strumentalizzazione del relativismo, vittimismo e colpevolizzazione

Terza osservazione, possiamo notare l’estrema efficienza della strategia delle organizzazioni islamiche francesi e europee, che hanno vinto una nuova battaglia, nel fare colpevolizzare gli Europei per aver condannato in passato il velo, e nel strumentalizzare il relativismo culturale per giustificare l’islamizzazione. In tale modo, e grazie ad una doppia strategia di vittimizzazione e di strumentalizzazione del “diritto alla differenza”, le organizzazioni islamiche europee sono riuscite a fare credere che il fatto di indossare il velo o il burqa sarebbero un argomento degno di dibattito e un semplice e naturale diritto delle persone, paragonabile al fatto di vestire la minigonna o di avere i capelli blu o il piercing. Hanno saputo godere e strumentalizzare i valori del relativismo europeo odierno che consiste nel mettere tutte le culture allo stesso livello e nel rinunciare ai valori delle nostre società occidentali dando a quelli che non li condividono dei diritti diversi in nome del diritto alla differenza.
La strategia di banalizzazione del velo islamico in funzione relativista è stata vittoriosa in Turchia da 15 anni: prima, il velo islamico era mal visto dai Turchi laici o kemalisti stessi, e esisteva nelle campagne, come d’altrove in Egitto o in prossimo Oriente, in Iran o in Maghreb, non il burqa o il Velo islamico, ma un classico copri capo come esisteva anche in Corsica o in Spagna. Poi, gli islamici (Fratelli musulmani arabi, i Talebani e il Tabligh indo-pakistani, il Milli Gorus turco) hanno fatto credere che il velo islamico era obbligatorio e che la donna doveva vestirlo nei paesi musulmani e rivendicarlo nei paesi europei o laici, in nome del “diritto alla differenza” e dei diritti dell’Uomo strumentalizati. E cosi che Il Premier turco Recep Taiyyp Erdogan diceva nella campagna elettorale del novembre 2002 che se le donne musulmane hanno scelto nel passato la minigonna, dovrebbero poter scegliere oggi “tra la minigonna e il velo e preferire quest’ultimo se vogliono”. Nello stesso modo, il Presidente turco anche lui neo-islamista membro del Partito di governo AKP, Abdullah Gül, ha spesso detto che il “diritto della donna a indossare il velo è il primo diritto dell’uomo”…. Questa è anche la strategia del Fratelli Tariq e Hani Ramadan in Europa e di Yusuuf al Qaradawi a Dublino, Bruxelles e Londra, dove questo “papa” del salafismo sovversivo è riuscito a sedurre i politici, i dirigenti, molti intellettuali e a avviare un’alleanza tattica con gli elementi più anti-occidentali della sinistra altermondialista e antisionista (alleanza rosso-verde”).

Politica di compromesso e di rinuncia

In conclusione, osserviamo che mentre prima era considerato “progressista” essere contrario al velo, oggi non solamente non lo è più, ma è anche considerato anti-progressista” o “razzista” essere a favore di una legge contro ben peggio, il burqa. E cosi che in funzione di una lotta contro un peggio, si arriva a tollerare e anche a promuovere un “meno peggio”, che rimane comunque un pericolo per le società democratiche occidentali, la laicità e la dignità delle donne. Questo argomento che si appoggia sul principio di escalation e di contrasto, tende ad affermare che per meglio lottare contro l’uso del burqa, dobbiamo tollerare, anche se è stato in precedenza giudicato illegale per legge, il velo islamico perché il divieto sarebbe un “segno di arroganza”, una manifestazione di intolleranza laicista contro i credenti musulmani, una prova di islamofobia, che potrebbe “radicalizzare”, “umiliare” e “arrabbiare” i musulmani, ecc.
Infine, dal punto di vista non islamico, quindi da quello delle democrazie occidentali, il fatto di leggitimare il velo islamico come “antidoto contro il burqa”, ci ricorda la massima degli accordi di Monaco di Baviera, basata sulla strategia del compromesso seguente : per lottare contro il fascismo, dobbiamo cominciare rinunciando ad opporsi a lui, impedendoci ogni forma di resistenza diretta che potrebbe essere percepita come “offensiva”, quindi segno di guerra e di minaccia. Questa strategia di compromesso, percepita come assurda, incomprensibile e vigliacca da molti osservatori o dagli elettori lambda, rappresenta un altro rischio, come  possiamo osservare oggi in Olanda, in Svizzera o altrove in Europa: molti elettori indignati e impauriti dal progresso dell’islamismo radicale in Europa e che non sono filosoficamente di estrema destra o intolleranti, non esitano più a girare all’estrema destra radicale, populista e apertamente anti-immigrati e anti-islamici.