Reazioni identitarie di fronte alla globalizzazione e al politicamente corretto: tribalismo, separatismo, estremismo rosso o nero o islamismo

Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Come l’ha spiegato benissimo il defunto Samuel Huntington, la necessità di identità non è né un sentimento di cui bisogna vergognarsi, né un fenomeno del passato che sarebbe stato cancellato dalla magica globalizzazione. Anzi, Huntington dimostrava nel suo saggio sul The Clash of Civilisations (1997) che invece di cancellare l’appartenenza identitaria, la globalizzazione rafforza i fenomeni identitari profondi, sia locali (regionalismo come chiusura e ritorno ad un’identità concreta rassicurante di fronte alla globalizzazione senza radici) che di civiltà (l’appartenza ad una stessa civiltà globale asiatica  e il fatto di condannare, reprimere o semplicemente negare il “bisogno d’identità” naturale di tutti gli essere umani, è foriero di frustrazione e guerre).

Quindi, contrariamente al luogo comune politicamente corretto secondo il quale l’Uomo nuovo moderno, nato nella globalizzazione, potrebbe affrancarsi di qualsiasi appartenenza etno-culturale, nazionale e identitaria, i fatti dimostrano ogni giorno che lungi dal cancellare la necessità d’identità o l’identità stessa, la globalizzazione e la negazione ideologica del bisogno d’identità hanno fatto nascere gravi frustrazioni. Hanno fatto sorgere un “ritorno della rimozione identitaria” (per parafrasare Freud) e hanno quindi creato una richiesta di appartenenza ancor più forte, a volte espressa in maniera radicale, violenta, convulsiva.  Torniamo sempre alla famosa frase di Nicolas Sarkozy: “un’ identità frustrata e repressa, non è un’identità cancellata, ma un identità radicalizzata”.

E chiaro che l’uomo ha per natura bisogno di rivendicare e conoscere i suoi radici, le sue origini. Per essenza, l’essere umano è un uomo politico, come scrivono Aristotele e san Tommaso d’Aquino, cioè un uomo che vive in una società fondata su principi e valori comuni, su un “voler vivere” insieme,  su una storia comune e sui progetti comuni. Quindi l’uomo ha un naturale bisogno di appartenenza e d’identità, la cui negazione non puo’ che provocare frustrazioni, paure, angoscie e radicalizzazioni convulsive. Percio’, da quando l’Europa ha negato la sua appartenenza identitaria giudaico-cristiana e ha promosso l’idea secondo la quale l’unica identità dell’Europa sarebbero gli astratti Diritti dell’Uomo o l’utopia mondialista, basata su un relativismo culturale, una globalizzazione ideologizzata e un laicismo anticristiano, non c’è da stupirsi per il fatto che gli immigrati musulmani in Europa siano sempre più sedotti dalle proposte fortemente identitarie delle organizzazioni integraliste sopra citate. Ma non è neanche sorprendente il fatto che l’uomo europeo moderno si senta cosi confuso, perso, angosciato e frustrato nella sua richiesta legittima d’identità e di appartenenza e se è tentato da soluzioni estreme come il separatismo regionalista o l’estrema destra razzista. In nome dell’utopia mondialista e della colpevolizzazione dei radici giudaico-cristiani e del patriottismo (stranamente promosso per gli altri popoli ma condannato in Occidente), l’Europa ha negato la sua storia passata. Condanna ogni forma d’orgogli per la sua appartenenza alla civiltà occidentale giudaico-cristiana, ma promuove, anche se ciò è ideologicamente una totale contraddizione, la civiltà dei popoli extraeuropei, come se l’unica civiltà ad aver torto nella promozione della propria identità fosse quella occidentale, in quanto tale identità avrebbe danneggiato quelle delle altre civiltà e perciò dovrebbe espiare tale colpa  “risarcendo” gli ex-popoli colonizzati accettando di scomparire culturalmente e anche demograficamente… Ma questa ideologia dell’autolesionismo e della colpa collettiva è doppiamente pericolosa, perchè quando l’identità è respinta, frustrata, emerge inevitabilmente una reazione identitaria ancor più radicale, estrema e violenta. La prima conseguenza di quest’ideologia europea basata sull’idea di respingere l’identità giudaico-cristiana europa per non “offendere” i musulmani per meglio  “integrarli”, anche mediante la promozione  della civiltà islamica considerandola “buona” e vittima da quella occidentale “cattiva”, ha provocato nei fatti l’effetto contrario: prima, ha lasciato lo “spazio identitario” libero per gli islamisti radicali in Europa e ha favorito il loro scopo di impedire l’integrazione e di favorire il comunitarismo islamico. Secondo, siccome l’identità nazionale è stata colpevolizzata e demonizzata fra gli Europei, questi ultimi si sono rifugiati, nella loro ricerca di appartenenza identitaria, nel regionalismo, nel separatismo, nel “localismo”e nelle nuove identità tribali virtuali (Internet, Giochi di Ruolo, piercing, tatuaggi, appartenenza alle mode, ecc). Per molti europei privi di radici e disperatamente alla ricerca di una nuova appartenenza, queste nuove identità locali, tribali o virtuali rappresentano spesso l’unica soluzione di fronte alla globalizzazione e all’antinazionamlismo promossi dappertutto ma creatori di angosce e di squilibrio. E quindi non è tanto sorprendente osservare che nelle “banlieues” di Francia cosi come nelle periferie di Milano o Amsterdam, in nome di questo nuovo comunitarismo post-nazionale e del relativismo che lo accompagna, i giovani scelgono tra il tribalismo (“rap”, “tags” “tatuaggi” e “piercing”) della cultura ritmica afro-americana, il separatismo populista, l’estrema destra razzista neo-fascista, o l’islamismo radicale… Non è quindi sorprendente che nell’ambito del dibattito sull’identità nazionale e dei sondaggi organizzati questi ultimi giorni in Italia, sul modello francese, da il Giornale, molti lettori hanno rivendicato non l’identità nazionale italiana come tale ma quella padana, veneta, lombarda, toscana, meridionale, ecc. Ma secondo me e secondo molti analisti, queste risposte derivano dalla cultura dell’autodisprezzo promossa dai grandi leader politici nazionali di sinistra e di centro o di destra (Casini e Fini condividono le idee politicamente e islamicamente corrette della sinistra) e da un legittimo sentimento di «antipolitica» di fronte al malgoverno e al fatto che gli unici che non hanno mai cessato di proclamare l’amore dell’Italia come Nazione orgogliosa sono stati i fascisti, neo-fascisti, e spesso gli estremisti razzisti.