Si compie in Maria l’attesa umana della risurrezione della carne
di Inos Biffi
Tratto da L’Osservatore Romano del 14 agosto 2011

Con la risurrezione di Cristo appare l’inizio dell’umanità perfettamente corrispondente all’eterno disegno divino: l’umanità, che sulla croce ha vinto definitivamente la morte, entrata nel mondo a motivo del peccato e come impronta del peccato, e ha raggiunto la pienezza della gloria. Jean-Baptiste Bouchardon, Si manifesta così nel Crocifisso risuscitato, beato nell’anima e trasfigurato nel corpo, il modello e la riuscita di tutti gli uomini chiamati a comparire sulla terra, la primizia – com’è detta da Paolo (1 Corinzi, 15, 20) – del destino a loro divinamente assegnato fin dall’eternità.

Il terzo giorno, quando Gesù si risvegliò dal sepolcro, fu il giorno della creazione del vero Adamo, l’uomo “celeste” (cfr. 1 Corinzi, 15, 47): Cristo è il Testamento Nuovo, nel quale gli eventi dell’Antico si rinnovano e trovano compimento.

Alla domanda: “Perché Dio crea gli uomini?”, c’è una sola risposta: “Perché, commorendo con Cristo, con lui risorgano, con lui siano glorificati e collocati alla destra del Padre”, qualunque siano il tempo in cui nascono, la cultura che si ritrovano, le peripezie e quelle che giudichiamo insensatezze e assurde tragedie e irrazionalità che incontrano.

Nessuno è pensato per un destino che sia diverso da quello di Gesù, cioè un destino di gloria, partecipato non solo dall’anima, ma anche dal corpo dell’uomo.

Fin che questo non sia raggiunto, l’uomo è incompiutamente e imperfettamente beato. Ecco perché, in questo stato ancora da ultimare, dimorano gli stessi santi, che pure fruiscono del bene essenziale, che è la visione di Dio. Mancanti della corporeità, essi sono anime, ma non ancora “persone umane” beate.

Questo avverrà, con la risurrezione della carne, quando la gloria rifluirà anche nel loro corpo. Secondo la dottrina di Tommaso d’Aquino, all’anima che possiede per natura la prerogativa della “unibilità” a un corpo, ma di fatto ne sia priva, “non compete né il nome né la definizione di persona” (Summa Theologiae, I, 29, 1, 5m).

Ecco perché, prima della risurrezione dei morti, l’anima beata “è attraversata dal desiderio che la sua stessa fruizione di Dio si riversi e ridondi anche sul corpo” (Summa Theologiae, I-II, 4, 5, 4m).

Vi è però un’eccezione e riguarda la Vergine Maria. La fede della Chiesa, solennemente definita da Pio XII, professa che “l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo”: in Maria, con la glorificazione del suo corpo, già ora la redenzione è perfetta, ed è compiuta la sua conformità con Cristo risorto.

E non fa meraviglia. La grazia della croce aveva attratto e pervaso Maria, prima ancora che il Figlio vi salisse, quando fu concepita immune dalla colpa originale e collocata “più su del perdono”.

Destinata, quale favorita di Dio (“Hai trovato grazia presso Dio” Luca, 1, 30), a essere la madre del Signore, Maria – “la madre del mio Signore”, la saluta Elisabetta, prevenendo il concilio efesino (Luca, 1, 43) – appare da subito segnata dall’impronta della santità di Cristo e a lui intimamente congiunta.

L’esistenza della Madonna si svolgerà tutta dentro il mistero del Figlio di Dio, che si è fatto carne in lei. Dichiarandosi “serva del Signore”, essa accoglie in totale adesione di fede la maternità verginale, opera dello Spirito Santo che scende su di lei – com’è detto nell’annunciazione – e miracolo dell’onnipotenza dell’Altissimo che la copre della sua ombra, come l’antica nube luminosa, a indicare la presenza di Dio (cfr. Luca, 1, 30-38).

I misteri di Gesù si rifletteranno in Maria, tutta volta a meditarne, nello stupore e nel silenzio, il senso profondo. Non ci sono noti i particolari di questa presenza di Maria accanto al Figlio di Dio, venuto alla luce come uomo dal suo grembo e da lei educato e fatto crescere con sapienza materna.

Certamente la guidava una fede docile, salda e perseverante, fondata sulla divina Parola: ma quella fede neppure per lei equivaleva alla visione, bensì, crederemmo, a un insieme di chiarore e di oscurità. Del resto, più uno è prossimo a Dio, più ne sperimenta la vicinanza e ne patisce le tenebre; ora, nessuno più di Maria ha sperimentato e vissuto la comunione e la convivenza con Dio.

Gesù è nato da poco, ed ecco già Simeone, sollevando profeticamente il velo del futuro, le fa lampeggiare, come in uno squarcio, il destino di passione che le sarà riservato: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Luca, 2, 35).

Maria seguirà da vicino le vicissitudini di Gesù.

Sale con lui dodicenne per la festa di Pasqua al tempio di Gerusalemme, dove conosce l’angoscia per la sua scomparsa e le restano avvolte di enigma le parole sul suo doversi “occupare delle cose del Padre”. Anche questi eventi, come le parole dei pastori a Betlemme (Luca, 2, 18-19), la Vergine depone e custodisce, in meditazione, nel cuore (Luca, 2, 51).

La incontriamo a Cana, premurosa fino ad accelerare, con libertà e confidenza materna, l’avvento dell’Ora di Gesù, al quale orienta tutta l’attenzione dei discepoli. L'”inizio dei suoi segni”, l’esordio della fede in lui e la prima manifestazione della sua gloria portano così l’impronta dell’iniziativa di Maria (cfr. Giovanni, 2, 1-11).

La troviamo alla fine, “presso la croce di Gesù” (Giovanni, 19, 25), “Compagna del suo gemito”. Manzoni lo dice della Chiesa, ma vale prim’ancora per Maria.

Dall’alto del legno, con la solennità di un testamento, il Crocifisso affida alla Madre, come suo nuovo figlio, il discepolo che egli amava; e al medesimo discepolo consegna, come nuova Madre, Maria (Giovanni, 19, 25-27). Viene, allora, avverata la figura di Eva. Questa fu “madre di tutti i viventi” (Genesi, 3, 20); Maria sul Calvario è fatta madre di tutti i credenti: Gesù estende, così, a tutta la Chiesa il dono di essere stato figlio di Maria.

Potremmo dire che è Cristo stesso l’autore e l’iniziatore della mariologia e che Paolo VI fu ben più illuminato dei suoi critici, che non mancarono di mugugnare, quando attribuì a Maria il titolo di Madre della Chiesa.

Fedele al mandato di Gesù “da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Giovanni, 19, 27), così prefigurando l’accoglienza che, proclamandola beata, le avrebbero riservato “tutte le generazioni” (Luca, 1, 48). A partire dalla prima generazione cristiana: ecco, infatti, unita agli apostoli, “perseveranti e concordi nella preghiera”, “Maria, la madre di Gesù” (Atti, 1, 14), che rappresenta ai loro occhi l’immagine più connessa e più somigliante al loro Maestro e Signore, la memoria più intensa, o la sua icona vivente.

Considerando la pienezza di grazia, di cui fu arricchita Maria, e il singolare legame che la congiunse col Figlio di Dio, non sorprende che questi l’abbia sottratta a qualsiasi segno o strascico di peccato e subito, al termine dei suoi giorni, l’abbia resa partecipe della sua stessa gloria di Signore risorto, asceso alla destra del Padre.

Per questo, a venerare Maria, non dobbiamo recarci a un sepolcro in cui si siano corrotte le sue spoglie, e attendere anche per lei la redenzione del corpo.

L’istinto spirituale della Chiesa non tardò a intuirlo: il dogma – lo dichiara il Papa che l’ha definito – non ha fatto che coronare “il concorde insegnamento del magistero ordinario della Chiesa e la fede concorde del popolo cristiano”.

Lo stesso popolo che, proprio grazie all’assunzione della Vergine al cielo, ne può sentire l’amore materno più immediatamente vicino. Dal momento che – lo insegna ancora Tommaso d’Aquino – non è il tempo a includere la gloria, ma è la gloria a contenere il tempo.