di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 4 gennaio 2010
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È giusto fare buoni propositi all’inizio dell’anno? Opinionisti affermati e psicologi ironici sconsigliano di farlo.

Tanto, poi, non li seguiremmo, e l’amarezza della frustrazione farebbe più danni della cattiva abitudine. Reso il dovuto omaggio all’ironia, non credo che questo sia un buon consiglio.

Simone Weil ricordava che l’educazione ci chiede di dare (darci) degli obiettivi ideali. Non averli, oltretutto, è anche deprimente, come bene illustrato dall’attuale condizione giovanile.

Educarsi e rieducarsi, combattendo le abitudini dannose accumulate, fu sempre una delle principali passioni umane, in ogni cultura. Anche perché migliorare noi stessi, le nostre giornate, le nostre abitudini, è comunque più facile (dunque più gratificante) che cambiare le tendenze degli altri.

È più facile perdere cinque chili che vincere la lotta contro l’aumento dell’obesità. Questa spinta al miglioramento di sé (di cui i «buoni propositi» sono da sempre uno strumento) si affievolisce però, fino a diventare oggetto di derisione, in civiltà nelle quali le passioni si spengono. Ma non è mai un buon segno. Come testimonia il moltiplicarsi, proprio in questi periodi poco vitali, di personaggi mentalmente deboli, che presentano passioni sgangherate (come negli episodi che hanno colpito, nelle ultime settimane, prima Berlusconi, poi Benedetto XVI). Quasi a riempire, con le loro emozioni distruttive e mentalmente disorganizzate, il vuoto di passioni autentiche di masse ormai disincantate.

Per queste operazioni di ripulitura e disintossicazione personale l’inizio dell’anno, con l’atmosfera di statu nascenti da cui è pervaso (tutto è possibile, proprio perché il «tempo nuovo» è appena cominciato, e nulla è ancora accaduto), è sempre stato riconosciuto come un momento adatto a darsi nuovi obiettivi.

Come in tutte le vicende dell’uomo, ciò che accade anche fuori, nella natura, può più facilmente accadere anche in noi. Tra poco cominceranno nella campagne i lavori di ripulitura, preparazione e fertilizzazione dei campi, e dei boschi. L’uomo ha sempre considerato, in modo più o meno consapevole secondo le culture, il proprio corpo e la propria psiche come quelle terre da riordinare e da ripulire. Su questa base forte, naturale, poggiano i «buoni propositi» di inizio anno: un tempo nuovo che vuole organizzarsi e fruttificare al meglio, in una terra ancora vergine.

Questa è la «psicologia del cambiamento e della speranza» di inizio anno, dominata dall’immagine del Bambino: Gesù, ma anche l’anno ancora bambino, a cui corrispondono i nostri aspetti psicologici ed emotivi nuovi, che preparano i loro germogli sotto il freddo (anche affettivo) dell’inverno, e potrebbero poi assicurarci nuove e piacevoli stagioni.

A questa visione si oppone però una psicologia del disincanto (di successo crescente nell’ultimo secolo), dominata dall’archetipo del vecchio scettico: colui che sa che ogni cosa finisce, e, quindi, non ha più voglia (e non crede possibile, e neppure desiderabile) di cominciarne di nuovo.

Il conflitto tra le due visioni, della speranza e del disincanto, si appoggia in questo periodo dell’anno su potenti forze contrapposte, all’interno della psiche come all’esterno, nella natura.

Il disincanto possiede anche una sua versione aggressiva: quella rappresentata dall’archetipo del «vecchio re» Erode, che, impaurito dall’immagine del possibile cambiamento, ordina l’uccisione di tutti i bambini nati in questo periodo, per evitare di perdere il trono.

Attenzione dunque: nutrite e difendete i vostri buoni propositi (magari anche nascondendoli ai curiosi malevoli).