Nel Paese iberico l’aumento record tra gli Stati Ue: +115% in 10 anni

DA M ADRID M ICHELA C ORICELLI
U n aborto ogni 4 minuti e mezzo. Tredici aborti ogni ora: 317 al giorno. Numeri agghiaccianti, in continua crescita. Il business delle interruzioni volontarie di gravidanza (il 98% vengono realizzate in cliniche private) non attraversa nessuna crisi in Spagna. Negli ultimi dieci anni (dal 1998 al 2008) gli aborti sono aumentati del 115%, passando da 53.847 a 115.812. Una gravidanza su cinque, nel 2008, è stata troncata volontariamente.
Nonostante gli sforzi del governo di José Luis Rodriguez Zapatero – che assicura che la nuova legge sull’aborto allineerà la Spagna al resto d’Europa – il triste panorama iberico è in controtendenza rispetto a numerosi vicini. La Spagna è il Paese in cui gli aborti aumentano di più. Mentre in Germania, Italia e Romania (i Paesi in cui sono stati registrati più aborti negli ultimi anni) il trend è in calo, in Spagna il fenomeno continua in rialzo.
Le interruzioni volontarie di gravidanza realizzate nella penisola iberica nell’ultimo decennio rappresentano l’87% dell’incremento totale dei primi 15 Paesi dell’Unione Europea.
Sono le allarmanti cifre dell’ultimo rapporto dell’Istituto di Politica Familiare (Ipf ).
I calcoli sono terribilmente semplici: in Spagna gli aborti crescono del 5% ogni anno. Per Eduardo Hertfelder, presidente dell’Ipf, se la tendenza non cambierà, il Paese iberico nel 2020 potrebbe superare i 220mila aborti annuali, sorpassando la Gran Bretagna e ottenendo la maglia nera europea. Nella «migliore» delle ipotesi, la Spagna si assesterà sui 169mila aborti, dopo Inghilterra e Francia.
In futuro abortire sarà ancora più facile. La scorsa settimana il Senato ha dato il via libera alla legge voluta dal governo di Zapatero, che liberalizza completamente l’interruzione di gravidanza nelle prime 14 settimane e permette alle minorenni di 16 e 17 anni di compiere questo drammatico passo in assoluta autonomia (e solitudine), senza l’autorizzazione dei genitori.
Finora in Spagna l’aborto era permesso solo in caso di violenza sessuale, malformazione del feto o grave rischio fisico e psicologico per la madre. Per il governo socialista la norma rappresenta un progresso per le donne spagnole, in sintonia con la legislazione degli altri Paesi europei. Ma è falso, denuncia l’Ipf. Nella maggior parte delle nazioni europee è necessaria una ragione che giustifichi l’aborto e le minorenni non possono interrompere la gravidanza senza il consenso dei genitori.
Come il Parlamento, anche la piazza spagnola è spaccata di fronte alla nuova legge. Mentre l’Ipf svela i dati più crudeli del fenomeno, cominciano a riscaldarsi i motori di un nuovo appuntamento pubblico contro l’aborto. Domenica 7 marzo in 70 città spagnole e in alcune località europee, latinoamericane e australiane si celebrerà la Marcia Internazionale per la Vita 2010, con lo slogan: «Spagna, Sì alla Vita». Le associazioni familiari e le organizzazioni pro-life l’avevano promesso: l’approvazione del polemico testo non fermerà le proteste, al contrario. Non resteranno in silenzio.

Con Zapatero sei anni di attacchi ai valori

« Se c’è una cosa che caratterizza questo governo è che ha un progetto (…) per ridefinire l’identità sociale e storica della Spagna moderna». Così il primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero si espri­meva nel libro-intervista «Ritratto di un presi­dente », uscito nel 2007. E qualche mese dopo, lu­glio 2008, al 39° Congresso del Partito socialista spagnolo ribadiva l’impegno alla «trasformazio­ne della società» di cui «il governo è uno stru­mento ». Il «progetto» sociale di Zapatero è dichiaratamente totalizzante e intende ridefinire il diritto alla vita, il significato della famiglia e la libertà religiosa. «La politica – diceva ancora nel libro-in­tervista – è creare il diritto di creare nuovi diritti», dove è ovviamente lo Stato a defini­re ciò che va o meno tutela­to. «L’idea di una legge natu­rale – proseguiva – che pre­cede le leggi degli uomini è una reliquia ideologica».
Per questo la nuova legisla­tura (2009-2012) ha come programma anzitutto u­na ridefinizione (ma sarebbe meglio dire l’elimi­nazione) del diritto alla vita: dalla procreazione assistita alla liberalizzazione dell’aborto (la legge appena approvata), dalla liberalizzazione della pillola del giorno dopo (disponibile in tutte le far­macie dall’1 settembre scorso) all’eutanasia, fino alla ricerca sugli embrioni. In questa prospettiva Zapatero persegue anche l’eliminazione del di­ritto all’obiezione di coscienza che – nelle sue pa­role – «non può essere una scusa permanente per disobbedire alla legge».
Il «progetto» Zapatero prevede anche il consoli­damento dell’ideologia di genere, già sancito con il Piano nazionale dei diritti umani, agendo anche attraverso l’educazione sessuale obbligatoria. Ul­timo pilastro del progetto è una legge organica sulla libertà religiosa, che mira a espellere la reli­gione dalla vita pubblica sostituendo la mora­le «religiosa» con una «morale di Stato» Ma la questione più interessante è che Zapatero vede la Spagna come un laboratorio che ha una missione che si allarga a tutto il mondo ispanico, ovvero a quell’America Latina dove l’influenza del­la cultura cattolica è ancora molto forte. Non a caso dal momento in cui ha assunto la guida del governo (2004) si sono moltiplicati i viaggi del vice-premier per l’America Latina, con l’evidente scopo di rafforzare l’influenza di Madrid sulle vecchie colonie. Il governo Zapatero ha anche varato una «Alleanza della ci­vilizzazione », attraverso la quale ha investito 528 milioni di euro per diffon­dere l’ideologia di genere. A questo scopo ha an­che creato un Ambasciatore speciale per la poli­tica di genere, in seno al ministero degli Esteri. Ed esperti spagnoli lavorano ormai al fianco dei go­verni «amici». Come ha dovuto ammettere il pre­sidente dell’Ecuador Rafael Correa, dopo la con­troversa approvazione nel 2008 di una Costitu­zione che apre la porta alla legalizzazione dell’a­borto e alle unioni omosessuali.

Riccardo Cascioli

© Copyright Avvenire 3 marzo 2010