di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 2 giugno 2011

«Una soluzione pratica a un problema reale, decisa senza tentennamenti di tipo etico»: questo l’incredibile commento che si leggeva ieri su un quotidiano italiano al nuovo sistema per affrontare il «problema» dei malati terminali in Gran Bretagna. Per loro la «soluzione pratica» trovata dai medici di base inglesi – senza discussioni di sorta su questioni etiche – sarebbe semplice: le volontà dei pazienti terminali sui trattamenti sanitari di fine vita vanno messe per iscritto, e si devono rispettare.

In altre parole, i medici di famiglia e gli infermieri inglesi hanno condiviso e diffuso linee di indirizzo che rendono vincolanti le «necessità e i desideri» dei propri malati «vicini alla fine della loro vita», purché messi nero su bianco. Non si parla di consenso informato ma di volontà, e niente viene detto sulla natura delle possibili richieste dei pazienti terminali: i medici si impegnano ad ascoltarli, a sostenerli insieme ai loro cari e a dare loro le migliori cure possibili – e fin qui tutto giusto, ovviamente – ma soprattutto promettono di mettere in atto le loro volontà qualunque esse siano, e di farle rispettare da ogni medico si trovasse ad assisterli.

Una soluzione sicuramente molto «pratica», e per diversi motivi. Innanzitutto, è la strada più semplice: il malato dispone e il medico esegue, senza entrare nel merito delle richieste. In secondo luogo, un’iniziativa come quella assunta dai medici di base inglesi evita il fastidioso iter parlamentare di una legge ricorrendo alla scorciatoia già utilizzata in molti Paesi: si elaborano linee di indirizzo per instaurare una prassi che, una volta diffusa, prima o poi sarà riconosciuta e legittimata dalla giurisprudenza e dalla legislazione.

Il documento ora diffuso è stato accusato di apertura a eutanasia e suicidio assistito, ma l’ordine professionale dei medici inglesi ha respinto ogni obiezione sostenendo che queste indicazioni condivise sul fine vita servono solo per «proteggere» medici e familiari dall’intervento dei magistrati «quando mancano evidenze certe». Qualora così fosse, l’accusa sarebbe purtroppo confermata: se le richieste del malato diventano legittime e vincolanti solo per il fatto di essere evidenti perché messe chiaramente per iscritto, senza individuare il tipo di trattamenti che si possono effettuare e distinguendoli comunque da atti eutanasici, la porta per la legalizzazione di eutanasia e suicidio assistito è praticamente spalancata.

Il punto di arrivo di iniziative come quella inglese è chiaro: non si tratta di tenere conto – come è giusto – delle intenzioni espresse da chi e malato inguaribile, ma piuttosto di legittimare la “buona morte” e farla entrare nell’ ordinamento giuridico senza chiamarla per nome. La parola maledetta – «eutanasia» – scompare magicamente se c’è una richiesta esplicita e scritta di un malato terminale, e si trasforma in volontà da rispettare.

Le parole scomode vengono insabbiate perché certe idee possano diffondersi incontrando la minima resistenza possibile: se si circoscrive sempre più l’uso della parola «eutanasia», limitandolo a casi estremi molto eclatanti (arriveremo a considerarla solo come «omicidio del non consenziente»?), si tende a sbiadirne il significato, fino a farlo quasi scomparire, per renderlo accettabile. Non c’è dubbio: una bella «soluzione pratica». E, naturalmente, senza tentennamenti – ohibò – etici…