Domenica 25 marzo il popolo sloveno si è espresso a favore del referendum abrogativo del cosiddetto Codice di famiglia, una legge quadro sulla famiglia approvata il 16 giugno 2011 dall’ex maggioranza parlamentare di sinistra, e che regolando l’intero ambito della vita familiare, parificava le coppie omosessuali alla famiglia naturale, aprendo a esse perfino la strada all’adozione di bambini, sebbene per il momento limitata ai soli figli biologici di uno dei partner.
Dopo l’approvazione della legge da parte del Parlamento, il gruppo Iniziativa civica per la famiglia e i diritti dei bambini ha promosso una raccolta di firme per chiedere un referendum abrogativo, raccogliendo già nei primi due giorni di campagna referendaria più della metà delle quarantamila firme richieste, e superando anche lo scoglio della valutazione di ammissibilità costituzionale richiesta dall’allora maggioranza parlamentare.
In presenza di un’affluenza alle urne piuttosto bassa – circa il 30 per cento degli aventi diritto, ma in Slovenia non vi è un quorum da raggiungere pena l’annullamento della consultazione – circa il 55% degli elettori ha votato per l’abrogazione della legge.
Il risultato rappresenta senz’altro una sorpresa positiva, poiché il fronte contrario all’abrogazione della legge era molto ampio e includeva la quasi totalità dei mass-media nonché i partiti dell’ex maggioranza di centro-sinistra e il popolarissimo sindaco di Lubiana Zoran Jankovic, che con il suo nuovo partito Slovenia positiva aveva ottenuto la maggioranza relativa con il 28,5% alle elezioni politiche del 4 dicembre, senza tuttavia riuscire a formare una maggioranza di governo. A favore dell’abrogazione della legge si erano espressi invece quasi tutti i partiti dell’attuale maggioranza di centro-destra, nonché la Chiesa cattolica, quella ortodossa e la comunità musulmana della Slovenia.

Anche il Presidente della Repubblica, Danilo Türk, dimenticando il suo ruolo di personalità super partes e manifestando un disprezzo poco costituzionale per lo strumento referendario, aveva preso posizione in favore della legge, dichiarando che il referendum era inutile e che “l’autorità del legislatore richiede che le leggi vengano rispettate e non impugnate con referendum”.

Di tutt’altro tenore le dichiarazioni di Aleš Primc, leader referendario, il quale, vedendo nella legge abrogata uno degli aspetti dell’omosessualizzazione della società, ha commentato che con il risultato del referendum si è dimostrato che “le cittadine e i cittadini in grande maggioranza rispettano la maternità e la paternità e non desiderano che i loro figli a scuola siano educati in modo tale da diventare omosessuali”.

Con l’abrogazione del Codice di famiglia tornerà a essere in vigore la vecchia legge sulla famiglia del 1976, e per un anno non si potrà legiferare sull’argomento. Grazie al cambio di maggioranza nel Parlamento sloveno, c’è tuttavia da prevedere che la questione verrà trattata in modo diverso escludendo i temi che più hanno diviso l’opinione pubblica, cioè la questione delle unioni omosessuali e dei loro presunti diritti.
Dalla Slovenia giunge quindi un segnale positivo, poiché si è dimostrato che se non si lascia l’ultima parola ai superburocrati di Bruxelles e a estemporanei interventi della magistratura, come avviene ad esempio in Italia, ma si interpella il popolo sulle questioni essenziali relative alla famiglia e all’educazione dei figli, la lobby omosessuale farebbe molto più fatica a far passare i propri principi. Proprio per questo motivo in Croazia, mostrando di avere compreso la lezione proveniente dalla Slovenia, la maggioranza di sinistra sembra intenzionata a modificare la Legge sul referendum in modo da evitare che le leggi favorevoli all’universo Lgtb possano essere bocciate dal popolo, e ciò con il pretesto che quelli che essa ritiene “diritti civili” non possono essere sottoposti a referendum. Con tanti saluti alla democrazia e un passo indietro verso il socialismo reale.
di Michele Poropat
da La Bussola Quotidiana