di Ferdinando Cancelli

“Accanto al malato la speranza ha il volto della cura” affermava – a conclusione della sua relazione – il cardinale Angelo Bagnasco e, citando Cicely Saunders, fondatrice del primo hospice inglese, “la risposta cristiana al mistero della sofferenza non è una spiegazione ma una presenza”. La presenza dei curanti, chiamati ad assicurare al malato quel “grembo vivo di relazioni” all’interno del quale egli possa continuare a vivere, ma anche e soprattutto “la presenza del grande Paziente, Cristo crocifisso, che abita e colma la solitudine del corpo e dello spirito in quelle fragilità così personali e profonde dove nessuna umana presenza può abitare pienamente”.
Il convegno “L’uomo di fronte al mistero della sofferenza”, svoltosi a Torino a margine dell’ostensione della Santa Sindone, è stato l’occasione per una riflessione profonda sul mistero della sofferenza e sui sentieri percorsi per intravedere la speranza racchiusa nel senso di questa ineludibile esperienza umana.

Sebbene pronunciate a distanza di un giorno l’una dall’altra, le relazioni dell’arcivescovo di Genova e quella di Francesco Botturi – ordinario di filosofia morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore – si sono intrecciate e ritrovate quasi per dialogare in più punti.
Soffermandosi in apertura sull’uomo di fronte alla sofferenza nella cultura contemporanea, il cardinale Bagnasco ha sottolineato come la società oscilli “tra rimozione e spettacolarizzazione”:  attraverso la “mediazione protettiva dello schermo televisivo” è possibile assistere alla “morte esibita” e al “particolare macabro” come in un rito di “esorcizzazione collettiva della sofferenza stessa”, quasi fosse possibile poi allontanare il tutto semplicemente “cambiando canale”, senza quel pudore che, “quasi riflesso istintivo di fronte al dolore e alla morte”, pare ormai assente.
Ma vi sono casi in cui prendere le distanze dal contenuto di un’esperienza ne provoca invariabilmente la dissoluzione:  questo è – secondo Botturi – il caso della sofferenza:  non ci si può “porre di fronte a essa” perché la si ridurrebbe a un sintomo, a un qualcosa di soggettivo ed esterno all’osservatore mentre, ha continuato il filosofo, “la sofferenza esiste solo se vissuta in prima persona”. Il tentativo di rimuoverla tenendola a distanza porta solamente – afferma Botturi – all'”insofferenza per la sofferenza” e al “risentimento per la sofferenza”:  diviene insopportabile ciò che non si riesce a vivere, diviene insopportabile chi, con la propria immagine, ricorda ai sani che la sofferenza è parte della vita umana.
Di fronte alla non accettazione del soffrire – prosegue il cardinale Bagnasco – l’uomo moderno tenta di rifugiarsi, quando non nella “fuga dalla realtà che va dall’irresponsabilità fino alla deconnessione psichica”, ottenuta mediante il ricorso a sostanze stupefacenti o all’alcol, almeno nella convinzione, “quanto meno ingenua”, di poter “essere padrone pieno ed assoluto della salute e della vita”. Si vorrebbe, per dirla con le parole di Botturi, che la tecnicizzazione della medicina fosse esauriente e che l’universo della sofferenza potesse essere ridotto al capitolo della terapia del dolore; ma l’atto curativo ha una portata ben maggiore rispetto alla tecnica:  è uno spazio nel quale riprende senso il termine “compassione” sulla base di qualcosa che, avendo una radice comune, può essere patito insieme in quel “grembo di relazioni” citato dal cardinale Bagnasco che rappresenta l’alveo naturale dove scorre la vera relazione terapeutica.
Come uscire quindi da questo vicolo cieco di fuga e stordimento che sembra sfociare unicamente nell’angoscia e nella disperazione? “In ultima analisi – afferma il cardinal Bagnasco – la delusione per il fallimento di ogni rimedio e la mancanza di un contesto culturale e relazionale capace di confrontarsi con la sofferenza hanno l’effetto di rendere questa esperienza umana ancora più dolorosa, perché vissuta come qualcosa di assurdo e di inutile”. “L’uomo che considera la propria vita priva di senso non è solo infelice ma è anche incapace di vivere” scriveva a questo proposito Albert Einstein, ma l’esperienza ci dice che, essendo la sofferenza parte integrante della vita umana, l’espressione potrebbe essere parafrasata affermando che è incapace di vivere colui che considera la propria e l’altrui sofferenza priva di senso. I due relatori concordano nell’affermare che l’umanità più vera fiorisce nella misura in cui esce da sé per farsi dono. E, direbbe Viktor Frankl, i momenti nei quali l’uomo può “essere, diventare o restare se stesso” sono proprio quelli nei quali tende a “uscire da sé” e a vivere per un altro:  amare, pregare e morire.
La sofferenza, che “si riassume nel vertice della morte fisica – sottolinea il cardinale Bagnasco – sembra appartenere alla trascendenza dell’uomo e (…) la misteriosa possibilità offerta all’uomo di trascendersi mediante la sofferenza apre la prospettiva di un senso e di un compimento”.
La credibilità che l’esistenza acquista quando attraversa il patire e l’autorevolezza che promana da chi ha sofferto o soffre per testimoniare un valore sono evidenze, quasi parole, del misterioso linguaggio con il quale la sofferenza ci parla di un qualcosa che ci sorpassa, di un Qualcuno in grado di colmare la nostra inquietudine esistenziale e quel “desiderio contraddetto” di pienezza e di pace nel quale è da ricercare, secondo Botturi, la radice di ogni umano patire, la spinta che fa perennemente oscillare l’uomo tra disperazione e affidamento.
L’origine del termine “sofferenza” rimanda in effetti a qualcosa da portare – dice Botturi – a un peso da caricarsi, distinguendosi in questo nettamente dal termine “dolore” che invece rimanda più  direttamente a una disfunzione, a un deficit:  una cultura che accetti la sofferenza, dice lo studioso, ha bisogno di conservare tale distinzione per interpretare  correttamente  la  compassione.
Ma a questo punto già lo sguardo è portato a levarsi verso la Sindone, verso l’Uomo umiliato e offeso, verso le ferite che come una scrittura incisa nel suo corpo ci svelano un senso che ci sorpassa e ci parla di eternità, un senso che ci aiuta a vivere davvero da uomini.

(©L’Osservatore Romano – 22 aprile 2010)