di Francesco Botturi
Tratto da Avvenire del 20 settembre 2009

In che senso l’educazione è divenuta una sfida? Come ha detto Benedetto XVI la  questione educativa è ormai un’ «emergenza» che coinvolge tutti, la società civile, lo Stato e la Chiesa.

Ma che ciò sia una «sfida» – come ci ricorda ora il ‘ Rapporto- proposta sull’educazione’ del Comitato per il Progetto culturale della Cei – significa che la provocazione emergente e urgente è anche un’occasione storica e una possibilità di iniziativa. Proprio a partire dal livello educativo – anzi, forse solo da lì – la crisi d’epoca in cui siamo può trovare le risorse per un nuovo ciclo di umanesimo.

È evidente che luoghi primari dell’esperienza e della formazione umana, come famiglia, scuola, convivenza sociale e la stessa comunità cristiana, sono in affanno quanto alla loro capacità di formare persone a vivere da persone. Ed è anche chiaro, benché meno evidente, che tale crisi, prima e più radicalmente che da motivi di tenuta morale o di relativismo culturale – che pure incidono pesantemente –, dipende dal nichilismo incorporato in un sistema sociale che svuota la domanda di senso e la rende inoperante dentro la vita. Cosa a tal punto avanzata che la mancanza di senso unificante l’esistenza viene accolta come una condizione nuova e irrinunciabile di libertà, benché consegni quotidianamente il vivere a una frammentazione penalizzante e moltiplichi le situazioni di orfananza e di solitudine, di disperazione e di violenza.

Educazione in questo contesto non può più essere intesa in senso limitativo, come un’attività specializzata nel trasmettere valori, che non troverebbero più corrispondenza nel vivere. Dell’educazione va riscoperto, invece, il suo essere dimensione strutturale del vivere umano e qualità indispensabile delle relazioni umane come tali: essere educati non significa ricevere regole di comportamento, ma ricevere risposta a un bisogno umano primario, quello di essere aiutati a giungere a se stessi. Ciò avviene in una relazione umana autentica: l’educazione trova alimento nella buona relazione nella quale la persona fa l’esperienza di essere riconosciuta, messa in cammino, fatta progredire, e così generata alla sua umanità.

Certamente l’educare ha i suoi luoghi paradigmatici nella famiglia e nella scuola, ma per sua natura investe la totalità dell’esperienza e delle forme di relazione, perché ovunque e costantemente l’uomo ha bisogno nel corso della sua vita di essere generato alla sua umanità e di diventare a sua volta generatore di altri all’umanità. Si comprende, perciò, perché la questione educativa abbia a che fare con l’intera vita sociale e stia al cuore di qualunque forma di civiltà umana: la società nasce dal riconoscimento tra gli uomini e si mantiene nella misura in cui tra essi è data e ridata forma all’umanità.

La crisi contemporanea dell’educare riguarda esattamente questo livello fondamentale della cosa: il nichilismo diffuso, l’idea astratta di libertà, la privatizzazione delle identità culturali e religiose, la proceduralizzazione delle relazioni, nascondono il fatto drammatico che nella vita sociale la cura della sua generazione e rigenerazione è fondante, e che tale aver cura è l’educazione. Una società che non si cura di educare e che non si interroga sull’origine delle sue difficoltà o dei suoi fallimenti educativi è una società in cui il senso di morte prevale sulla percezione della vita. Al contrario, il coraggio di mettersi in questione a questo livello segnala – per quanti problemi vi siano – la riscossa della volontà di vita. A quest’ultima si rivolge la sfida educativa.