Jonah Lynch

Limitare, censurare, imbavagliare: sono questi i verbi che si usano per descrivere chi vuole regolamentare Internet. Si dice che invece bisogna salvaguardare innanzitutto la libertà di espressione. La libertà, intesa come “fare ciò che mi pare”, è senza dubbio la parola che più usano i promotori dell’Internet Wild West.

Ma Internet non è soltanto uno spazio di espressione in cui la libertà si gioca. È anche un insieme di strumenti potentissimi che distribuiscono quella libera espressione a tutto il mondo, quasi istantaneamente. Prendiamo un semplice esempio. Non si può bestemmiare in un bar, davanti a pochi avventori. Ci sono ancora le targhe a testimoniare quella vecchia legge. Anche in televisione non si potrebbe bestemmiare, come i recenti dibattiti su Grande Fratello hanno ricordato. Ma in Internet l’unica bestemmia è dire “non bestemmiare” – e così le bestemmie vere (sfruttamento di minori, latrocinio, associazione a delinquere, terrorismo…) raggiungono ogni angolo della terra. Questo potere moltiplicatore ha senz’altro delle conseguenze.

Per evitare di pensare a quelle conseguenze, gli “spazi” della rete (Youtube, Blogger, Facebook, ecc.) vengono spesso descritti con termini che ricordano quelli usati una volta per lo spazio newtoniano: sarebbero delle “scatole vuote” che possono essere riempite con ogni tipo di contenuto.

Ciò che vi si mette dipenderebbe interamente dalla buona o cattiva volontà di chi lo fa. Ma la scatola sarebbe neutrale, non responsabile di ciò che contiene. Si teorizza che debba essere così, proprio per salvaguardare la libertà di cui sopra.

Aggiungi poi l’anonimato dell’utente, e non rimane più nessuno che può essere tenuto responsabile di un gesto. Il che equivale a dire che si può essere liberi senza essere anche responsabili. Questa non è neutralità – questa è una potenza sbalorditiva, che mette in scacco i fondamenti stessi del diritto (il “territorio” è tutto il mondo; azioni vengono compiuti che non sono imputabili a nessuno…).

Ne L’impegno del cristiano nel mondo, von Balthasar sviluppa sinteticamente alcuni temi che ci possono aiutare a comprendere questo intreccio di libertà e potere. Rimando al testo per un approfondimento; qui vorrei citare una frase soltanto. “Dal cristianesimo si è sprigionata la luce dell’amore sull’umanità intera e in questa luce risplende la dignità personale di ogni singolo uomo. Solo a partire da essa si possono formulare i diritti comuni…”

E’ un giudizio innanzitutto storico, ampiamente condivisibile: dal cristianesimo è nato il concetto di “persona”. Da quel concetto deriva la possibilità stessa che venissero stilati degli elenchi dei diritti inalienabili della persona. Nel contesto della condanna di Google, ci aiuta a ricentrare l’attenzione sul soggetto principale, che è la persona. Non la “persona giuridica”, la persona umana: quella che ultimamente compie ogni azione. Questo è il bene che va tutelato prima di ogni efficienza e prima di ogni sistema per pubblicare qualsiasi cosa sempre più in fretta. Questo va ricordato, perché a colpi di fatalismo (“la rete è così, non si può fare niente”) o di sbeffeggiamenti progressisti (“cosa vuoi fare, tornare al medioevo?”) si finisce per non guardare ciò che è realmente in gioco.

Non si può accettare che in nome della libertà di tutti venga calpestata la libertà concreta di non essere calunniato. Sarebbe la pura e semplice legge del più forte, ciò che contrassegna la barbarie, non certo la civiltà.

Non è colpa di Google se hanno caricato un video choc, il pestaggio di un disabile? No, ma è anche colpa di Google se qualcuno l’ha visto.

da Il Sussidiario.net