Dove sono finiti i vantaggi immaginati dagli ungheresi con l’ingresso in Europa? Viaggio in un paese infiammato dagli attacchi alla sua identità cristiana e da vincoli finanziari «antidemocratici»

Pubblichiamo il reportage di Rodoflo Casadei che appare sul numero di Tempi da oggi in edicola.

BUDAPEST (UNGHERIA) – Budapest non solo offre il secondo più bel parlamento d’Europa dopo quello di Westminster, che è l’esempio a cui si ispira coi suoi pinnacoli gotici disposti secondo una planimetria barocca, ma è probabilmente la capitale numero uno del continente per il numero di statue o busti di bronzo o di marmo sparsi per la città. Non c’è piazza o parco, di qualunque dimensione, al centro dei quali non troneggi una figura pensosa e assorta di scienziato o di poeta, un gruppo di soldati o di patrioti in posa plastica, solenni simulacri di re e di altri padri della patria. Nessuno sfigura, nessuno risulta tronfio, e non necessariamente per la mano felice di scultori e fonditori. Il segreto, tutto ungherese, è il contesto: sono i fusti arborei circostanti, le facciate dei palazzi, le dimensioni che fanno il piazzale o la piazzetta, la viabilità ampia o minuscola, la prossimità al Danubio, a fare la bellezza del monumento. Un bronzo ottocentesco che a Milano parrebbe greve o enfatico, a Budapest troverà facilmente una collocazione appropriata. Gli è che, al contrario (per ora) degli europei occidentali, gli ungheresi sono affamati di storia patria ogni giorno di più. E non solo perché sono i discendenti di quel Regno di Ungheria che all’indomani della Prima Guerra mondiale perse i due terzi del territorio e il 63 per cento della popolazione col trattato di Trianon del 1920. Certo, in ogni casa e ufficio pubblico magiari troverete sempre, nascosta da qualche parte, una mappa della Grande Ungheria pre-Trianon. Ma oggi c’è dell’altro. «Siamo entrati nell’Unione Europea sulla base di condizioni sfavorevoli», argomenta un’autorevole personalità ecclesiale che non vuole essere citata. «Abbiamo tolto le barriere doganali, e tutte le nostre produzioni, a cominciare da quelle agricole, sono finite fuori mercato. Perché restassimo uno sbocco conveniente per i beni prodotti in Europa, siamo stati spinti a indebitarci. Le imprese e le banche straniere hanno realizzato profitti, gli ungheresi hanno perso i loro posti di lavoro. E così oggi la gente si domanda: chi è che ha distrutto la nostra economia? E si rispondono: i ladri post-comunisti che hanno privatizzato e svenduto le nostre industrie agli stranieri e i ricettatori occidentali che le hanno acquistate!». «I vantaggi dell’adesione all’Unione Europea che i politici ci avevano promesso o sono svaniti, o sono ambigui: i generi alimentari costano meno, ma l’agricoltura ungherese sta scomparendo», chiosa Szilard Szönyi, caporedattore del settimanale Heti Valasz. «Voi italiani avete una storia simile alla nostra e potete capirci: agli ungheresi non piace fare parte dell’impero di qualcun’altro».

Ecco, il malinteso è tutto qui. Da Amnesty International alla coppia Repubblica & Corriere, dai socialisti, verdi e liberali del Parlamento Europeo come Martin Schultz, Daniel Cohn-Bendit e Guy Verhofstadt ai commissari europei come Viviane Reding e Neelie Kroes, i progressisti europei non riescono a capacitarsi del perché in pieno XXI secolo gli ungheresi non si ribellino contro una costituzione secondo loro intrisa di fondamentalismo cristiano e contro una maggioranza di governo che sta occupando tutti i posti di potere, dalla magistratura alla Banca centrale, dai media pubblici alle istituzioni di garanzia. Non vogliono capire due concetti semplici semplici. Primo, la delusione e il disincanto nei riguardi del modello democratico è ai suoi massimi storici: «Se le scelte sono tutte obbligate dai vincoli finanziari interni ed esterni, se chiunque governi le ricette sono le stesse a cominciare dal taglio della spesa sociale, che fine ha fatto la democrazia come libertà di scelta del modo in cui si vuole essere governati?», chiede retoricamente l’ecclesiastico in incognito. «Agli ungheresi non dà fastidio la citazione di Santo Stefano nella nuova costituzione, né l’adombrata concentrazione di potere nelle mani della maggioranza: in fondo sono strumenti necessari a rendere il governo più forte ed efficiente di fronte alle sfide globali della finanza e dei mercati», spiega Szöni. «Orban sta perdendo consensi per altri motivi: la situazione economica non tende a migliorare, e il governo di Fidesz negli affari privilegia i suoi protetti come facevano i socialisti prima di lui, anzi: a volte sostituisce i network di sinistra con nuovi network di destra, a volte stipula coi primi accordi nell’ombra».

La spasmodica ricerca delle origini, lo sguardo rivolto al passato anziché al presente e al futuro, la riabilitazione di personaggi discussi della storia nascono dalla delusione verso l’Europa e dalla frustrazione di forze politiche che, non potendo offrire un futuro migliore a elettori e cittadini, promettono “un passato migliore”. E non che lamentarsi, bisognerebbe essere lieti che nella nuova costituzione esso sia identificato con Santo Stefano e col cristianesimo, perché a volte la ricerca sfocia in approdi molto più inquietanti: la rievocazione dello sciamanesimo precristiano da parte di esponenti dell’estrema destra; la nostalgia parruccona per l’Impero austro-ungarico del 1867-1918; la riabilitazione del reggente Miklos Horthy, il personaggio più controverso della storia moderna ungherese, che cominciò alleandosi con l’Italia di Mussolini e la Germania nazista per recuperare i territori della Grande Ungheria e finì arrestato dagli uomini di Hitler nel 1944, ma in mezzo ci mise le prime leggi antisemite d’Europa (la limitazione del numero di ebrei iscritti nelle università) e l’acquiescenza alle deportazioni naziste di 438 mila ebrei ungheresi, prima del sussulto di orgoglio in loro difesa che gli costò la deposizione e l’imprigionamento. Oggi i nostalgici di Horthy erigono statue all’ammiraglio che i suoi detrattori sfigurano con la vernice rossa, mentre per rappresaglia la statua di Raoul Wallenberg, salvatore di ebrei, viene contaminata con teste di porco.

La sinistra europea, impegnata per ragioni propagandistiche a demonizzare l’Ungheria di Orban e a farne il simbolo dei nemici del progresso, grida al “rigurgito antisemita”. Ma questa è pericolosa speculazione politica intorno a una questione delicata. Spiega Shlomo Köves, rabbino capo della comunità Chabad Lubavitch (una delle tre correnti in cui sono divisi i 100 mila ebrei di Budapest): «L’estremismo sta alzando la voce, i discorsi antisemiti sono sempre più diffusi, è in atto una tendenza negativa. In parlamento è rappresentato Jobbik, un partito di estrema destra apertamente antisemita, e questo è un problema non solo per gli ebrei, ma per tutto il paese. Nella società ungherese c’è sempre stata una componente razzista e antisemita, e le difficoltà economiche la fanno emergere. Però l’Ungheria è anche il paese dell’Est europeo che ha visto la maggiore rinascita di vita ebraica dopo la fine del comunismo, quello dove è stata restituita la più grande quantità di proprietà confiscate. Sotto il comunismo potevamo solo praticare il culto in sinagoga, nessuna manifestazione di identità culturale era ammessa e avevamo solo una piccola scuola media con tre ragazzi iscritti; oggi abbiamo tre scuole con 600 studenti, un’università ebraica che ha avuto 5 mila studenti in dieci anni, ristoranti kosher, teatri e festival di cultura ebraica. A Budapest un ebreo può girare per strada vestito in modo riconoscibile senza dover temere per la sua integrità fisica: in Francia o in Belgio non mi sentirei sicuro a comportarmi nello stesso modo. Non ho dubbi che lo Stato ungherese garantirà sempre la nostra protezione, sia che governi la destra oppure la sinistra, ma vorrei che il governo attuale disegnasse un confine più netto fra sé e gli estremisti di Jobbik».

Altra questione usata come una clava contro il governo del centrodestra è quella dei rom: qui progressisti europei ed estrema destra di Jobbik sono uniti nella speculazione politica. Per i primi la generalizzata ostilità ai rom (che in Ungheria sono 700 mila su una popolazione di 10 milioni di abitanti) è la prova delle tendenze fasciste di Orban, per Jobbik invece è la prova che il governo sta facendo troppo poco per reprimere un’etnia votata alla criminalità. Anche in questo caso la realtà è piegata al disegno politico. «La questione rom in Ungheria è scoppiata dopo il 1990», spiega Peter Kreko, direttore dell’istituto di ricerche Political Capital, solitamente critico verso il governo Orban. «I rom lavoravano nelle costruzioni, e questa era la principale strada all’integrazione. Dopo la fine del comunismo, molte imprese statali dell’edilizia hanno chiuso i battenti, altre si sono ristrutturate e hanno eliminato il personale meno qualificato: decine di migliaia di rom sono rimasti senza lavoro, e da allora non l’hanno più ritrovato. Ci sono famiglie dove i figli non hanno mai visto i genitori alzarsi la mattina e andare al lavoro. Questo ha provocato un’impennata della criminalità soprattutto nel nord e nell’est lontano da Budapest. E Jobbik sfrutta politicamente la situazione». «Il nostro è il primo governo ungherese e anche il primo in Europa che abbia disegnato una strategia globale per l’integrazione dei rom. È stata la priorità del nostro semestre di presidenza Ue», s’infervora Zoltan Kovacs, ministro di Stato per la comunicazione governativa. «Persino il commissario Viviane Reding ha avuto parole di apprezzamento!». Che è tutto dire.

La catena degli equivoci e delle approssimazioni malevole continua con talune critiche alla nuova costituzione: «S’è fatta polemica attorno al cambiamento del nome, da Repubblica Ungherese a Ungheria, ma la forma istituzionale resta repubblicana e la scelta ha un motivo pedagogico: si vuole convincere la gente a superare la diffidenza verso le istituzioni facendo capire che Stato e nazione coincidono», spiega Balazs Schanda, preside della facoltà di Legge dell’Università Cattolica. «Le leggi cardinali modificabili solo con maggioranza dei due terzi esistevano già nella vecchia costituzione, che dopo gli emendamenti del 1990 era diventata transitoria, come recitava un suo articolo: bisognava approvarne prima o poi una definitiva. E gli articoli sulla protezione della vita del feto sin dal concepimento e sulla famiglia intesa come matrimonio fra uomo e donna altro non sono che recepimenti di sentenze della Corte costituzionale». A quelli di Amnesty International fischieranno le orecchie.

L’unico vero peccato di cui il governo Orban dovrebbe chiedere scusa, è l’accanimento con cui i suoi nominati all’interno della Commissione di controllo dei media operano perché non sia rinnovata la licenza di trasmettere a Klubradio, un’emittente dell’opposizione di sinistra. La procedura è legale, ma politicamente deplorevole. Tuttavia anche gli esponenti più seri della sinistra ungherese ammettono che il paese non sta sprofondando nel fascismo: «Il governo di Fidesz continuerà con la sua politica della doppiezza, fatta di sorrisi quando si va a Bruxelles per chiedere i fondi di coesione e di grida contro il colonialismo europeo quando si parla agli elettori ungheresi», commenta Miklos Merenyi, ambasciatore magiaro in Italia al tempo del governo socialista-liberale di Ferenc Gyurcsany. «Ma la sinistra in questo momento è troppo divisa e non è pronta per tornare al potere. Se vincesse le elezioni del 2014, non le permetterebbero di governare sia mobilitandole contro la piazza come nel 2006, sia attraverso il boicottaggio da parte degli elementi di Fidesz con cui Orban ha imbottito le istituzioni. Meglio stare fermi un giro e prepararsi alla sfida del 2018».