A convegno i giornalisti cattolici di Italia e Francia
Tratto da L’Osservatore Romano

La stampa cattolica di fronte all’era digitale. Blog, twitter, facebook: le nuove formule e gli strumenti più innovativi della comunicazione interpellano in primo luogo gli addetti ai lavori. E richiamano i battezzati a un impegno più puntuale. E anche sempre più credibile. Dall’Italia alla Francia, i giornalisti cattolici nei giorni immediatamente successivi alla ricorrenza del proprio santo patrono, Francesco di Sales (24 gennaio) hanno affrontato un percorso di profonda riflessione che Oltralpe ha portato alla pubblicazione di un “libro bianco” sulle nuove tecnologie e nella Penisola alla redazione di un nuovo statuto dell’Unione cattolica stampa italiana (Ucsi). Con sullo sfondo ben presenti le parole di Benedetto XVI contenute nel messaggio diffuso proprio negli stessi giorni in vista della Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si terrà il 20 maggio prossimo: “Educarsi alla comunicazione vuol dire imparare ad ascoltare, a contemplare, oltre che a parlare”.

Un richiamo autorevole a far meglio interagire i due momenti portanti della comunicazione, il silenzio e la parola, che spesso nel vortice del mondo mediatico finiscono per escludersi a vicenda. Nella consapevolezza – come ha ricordato il vescovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, Mariano Crociata, parlando a Caserta al congresso dell’Ucsi – che il giornalista svolge anche un servizio irrinunciabile per il bene della società. “La verità per quanti operano nel campo dell’informazione è un orizzonte irrinunciabile e la condizione della propria onestà. Un orizzonte per il quale, a latitudini diverse dalle nostre – è bene non dimenticarlo – si può anche perdere la vita. In tempi come questi, nei quali la stessa dimensione del “pubblico” ha assunto spesso un significato negativo, dinanzi al prevalere dell’interesse privato e alla mitologia che ne ha segnato in questi anni l’affermazione socio-economico-politica, il solo parlare di “informazione come servizio pubblico” può apparire un atto temerario, se non una sfida culturale. A noi, che come credenti intendiamo stare dentro quest’ora drammatica ed esigente, viene invece naturale intendere così il servizio dell’informazione”.

Di qui la necessità di un’azione più incisiva e competente. Anche e soprattutto attraverso le nuove tecnologie. In Francia, dove il 2011 ha rappresentato un anno di svolta per la stampa – con la chiusura di numerose testate in versione cartacea e il contemporaneo lancio di nuovi siti d’informazione partecipativa – tutto ciò è stato al centro della 16ª edizione delle Giornate di studio della Federazione francese della stampa cattolica tenutesi il 26 e 27 gennaio ad Annecy. Tema: “Il digitale, un sfida per la stampa cattolica e i media cristiani”.

La Chiesa accoglie la sfida del digitale perché la “sua missione è annunciare la Parola” e per farlo deve essere in grado “di utilizzare tutto ciò che è a sua disposizione per annunciare il Vangelo e la sua visione dell’uomo”, ha sottolineato l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che ha parlato ai partecipanti alle giornate francesi in una registrazione-video. “La Santa Sede è profondamente consapevole di questa evoluzione”. La linea indicata è quella di mantenere sempre “un atteggiamento di accoglienza e di rispetto”. Si tratta “di fare un cammino insieme. Ed è spesso un cammino nel deserto, nel deserto delle solitudini contemporanee”. Ai convegnisti – tramite facebook – ha fatto arrivare un saluto anche il vescovo di Soissons, presidente del consiglio per la comunicazione dell’episcopato francesce, Hervé Giraud, uno tra i più entusiasti utilizzatori delle cosiddette “twittomelie”. Il presule ha fatto cenno alle sette sfide individuate dal “libro bianco” dei giornalisti cattolici francesi – l’identità, il contenuto, i destinatari, l’opinione pubblica, lo sviluppo, l’immagine, il digitale – e sulla necessità di trovare un punto d’unione, una convergenza d’azione. Anche perché, come ha sottolineato il presidente dei giornalisti cattolici d’oltralpe, Bernard Bienvenu, “né la stampa cattolica né la Chiesa fuggono di fronte a questa rivoluzione digitale”.

Una sfida, quella del mondo digitale, ben presente anche nel nuovo statuto dell’Ucsi presentato a Caserta nel corso dei tre giorni di congresso nazionale che si è concluso domenica 29. Uno statuto aperto a “tutti i comunicatori”. L’obiettivo, ha precisato il presidente Andrea Melodia, è “rinnovarci, ringiovanirci, aprirci a tutti i “comunicatori” interessati al nostro mondo e insieme fare rete”. Sono sempre più numerosi, infatti, coloro che – soprattutto giovani – comunicano usando “vecchi” e “nuovi” media e, anche se non si possono definire a tutti gli effetti giornalisti, meritano “attenzione e collaborazione, in una comune opera formativa. Pensiamo ai nuovi media e a chi li realizza: questi sono interessati dagli stessi problemi di qualità e di etica dei media tradizionali e un’associazione come la nostra non può ignorarli”.

In questo senso, ha sottolineato il consulente ecclesiastico nazionale dell’Ucsi, padre Francesco Occhetta, occorre “recuperare la testimonianza profetica del comunicatore per dire le cose che tutti vedono, ma non sanno riconoscere”. Anche perché come ha detto Melodia citando un “dato sconcertante” contenuto in un recente rapporto Censis-Ucsi, i giornalisti sono ritenuti poco affidabili dal 49,8% degli italiani, poco oggettivi dal 53,2%, poco indipendenti addirittura dal 67,2%.