di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Quest’anno Pasqua cade un mese dopo l’iniziativa parigina del «Cortile dei gentili», promossa dal Pontificio Consiglio per la Cultura del cardinale Gianfranco Ravasi e cui il Papa si è rivolto con un videomessaggio, che abbiamo a suo tempo commentato su La Bussola Quotidiana.

A Pasqua la contrapposizione fra credenti e atei emerge in modo particolarmente evidente: «Dio o c’è o non c’è. Ci sono solo due opzioni», ricordava Benedetto XVI ai giovani di Roma rispondendo alle loro domande il 6 aprile 2006.

E nel libro Gesù di Nazaret. Seconda parte il Papa critica chi cerca le stesse improbabili terze vie a proposito della Resurrezione. Gesù o è risorto o non è risorto. Anche qui «ci sono solo due opzioni». «Se Gesù sia soltanto esistito nel passato o invece esista anche nel presente – ciò dipende dalla risurrezione. Nel “sì” o “no” a questo interrogativo non ci si pronuncia su di un singolo avvenimento accanto ad altri, ma sulla figura di Gesù come tale». «La fede cristiana – si legge nel libro di Benedetto XVI – sta o cade con la verità della testimonianza secondo cui Cristo è risorto dai morti. Se si toglie questo, si può, certo, raccogliere dalla tradizione cristiana ancora una serie di idee degne di nota su Dio e sull’uomo, […] ma la fede cristiana è morta. Gesù in tal caso è una personalità religiosa fallita».

E tuttavia il giorno di Pasqua, per tradizione, si vedono nelle chiese anche alcuni di coloro che rientrano nella vasta e sfuggente categoria degli «atei», su cui il Cortile dei gentili ha voluto interrogarsi.

Ma chi sono gli atei oggi? Se per avventura a Pasqua entrano in chiesa, che cosa possiamo dire per indurli a ripensare la loro non credenza? Anzitutto, secondo la distinzione proposta a Parigi dal cardinale Ravasi, ci sono tre diversi tipi di atei. Esiste l’ateismo filosofico tradizionale, fondato sulle ideologie del XIX e XX secolo, che è sempre più un fenomeno circoscritto a pochi intellettuali. In secondo luogo, «esiste un ateismo ironico e sarcastico» legato a nomi come lo scrittore ed ex-professore di filosofia negli istituti tecnici Michel Onfray in Francia, il divulgatore scientifico Richard Dawkins – quello degli «autobus atei» – in Gran Bretagna e il matematico Piergiorgio Odifreddi in Italia. Sono quelli che il cardinale Ravasi ha chiamato «atei minori», «‘mino­ri’ da un punto di vista intellettuale, ma ‘maggiori’ in termini di diffusio­ne» giornalistica e televisiva. In terzo luogo, secondo il cardinale, c’è «il campo dell’indif­ferenza, a mio avviso più grave e im­portante. Interrogarsi sulle domande dei laici […] per gli indifferenti rappresenta l’ul­timo dei problemi». Il terzo tipo di ateismo, l’indifferenza, è insieme il meno studiato e il più diffuso.

È evidente che, da un certo punto di vista, alle tre categorie di atei si dovrebbe parlare in modo parzialmente diverso. E tuttavia c’è un filo comune. Sul punto ha svolto al Cortile dei gentili di Parigi considerazioni molto interessanti il filosofo francese Fabrice Hadjadi, di origine ebraica e con un passato maoista, convertito al cattolicesimo nel 1998. Hadjadi ha notato anzitutto che «l’uomo è un animale che si stupisce per il solo fatto di esistere». Non possiamo dire che siamo solo «delle scimmie più evolute», perché nessuna scimmia porta in sé questo stupore e dal punto di vista evolutivo lo stupore rappresenta piuttosto uno svantaggio: «Invece di vivere in santa pace seguendo il suo istinto l’uomo cerca un senso». E tuttavia «essere uomo è anzitutto questo: non solo vivere, ma porsi la domanda sulle ragioni per cui si vive»; e farlo in una «tensione straziante» perché ogni uomo «sa che morirà».

Soprattutto gli atei del terzo tipo, gli indifferenti, si abbandonano alla frenesia della vita contemporanea per non porsi neppure più la domanda sul senso. Se questa non riemergesse mai, ogni dialogo sarebbe impossibile. Ma qualche volta riemerge. Anche oggi, nonostante tutto, almeno in qualche momento affiora il desiderio di «oltrepassare» la dimensione del mero quotidiano. Se intendiamo questo «oltrepassare» come semplice andare altrove, non nasce una spiritualità ma un turismo spirituale, «e il turismo – ha detto Hadjadi – in materia di spiritualità è molto più frequente di quanto non immaginiamo». Ma il turismo non soddisfa. Secondo la parola di Blaise Pascal (1623-1662) «l’uomo va infinitamente al di là dell’uomo», e Dante (1265-1321) parla del desiderio di «trasumanare».