Invocano dal clero scomuniche politiche, e la chiamano profezia
Tratto da Il Foglio del 26 gennaio 2011

Se noi “atei devoti” diciamo che forse bisognerebbe salvare il matrimonio tra uomo e donna dalla legislazione eticamente indifferente di Zapatero, che ha abolito i nomi di marito e moglie e di padre e madre in  favore di un più neutrale progenitore A e progenitore B, precisiamo subito che si tratta di critica culturale e civile, e che l’incontro con le posizioni del clero cattolico e del magistero ecclesiale su quel terreno si risolve, distinguendo kantianamente peccato e reato, e coniugando con molte sfumature ethos e legge. Lo stesso facciamo quando, da laici, critichiamo l’indifferenza morale all’aborto, la kill pill, l’eugenetica del figlio sano, la fabbricazione della prole, tutti fenomeni una punta più rilevanti, in senso pubblico, di alcune cene nella villa di Arcore rese note da quella che il cardinal Bagnasco ha eufemisticamente chiamato, con scandalo dei benpensanti laicisti, “una ingente mole di strumenti di indagine”.

Quando tocca a loro, ai laicisti, ragionare sull’ethos privato di un uomo pubblico che considerano nemico, Berlusconi, lo fanno invitando esplicitamente la chiesa all’ingerenza, alla scomunica, alla condanna iperpolitica. Criticando la gerarchia perché sceglie una posizione di equilibrio e un modo di ragionare laico e incline alle distinzioni, insinuano interessi obliqui e patti col demonio del potere per chi non faccia vibrare il bastone canonico contro il reprobo. Pubblicano su MicroMega e su Repubblica invettive moraleggianti di vescovi emeriti, indicono crociate clericali (con l’eccezione dei loro unici moralisti veri, Serra e Sofri), mentre i monaci da sbarco scoprono sulla Stampa di Gianni & Lapo il peccato della lussuria. E questo incredibile battage neoclericale, questo lungo comizio integralista, lo chiamano profezia.