Diagnosi prenatale: «Il registro dell’Emilia Romagna sulle malformazioni congenite» ricorda il neonatologo Bellieni «rivela che il tasso di aborto dei feti con sindrome Down è oltre il 60% del totale; oltre il 50% delle bambine con sindrome di Turner sono abortite»
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire – Bologna 7 di domenica 18 settembre 2011

«Il registro dell’Emilia Romagna sulle malformazioni congenite – tra le poche fonti italiane consultabili – rivela che il tasso di aborto dei feti con sindrome Down è oltre il 60 per cento del totale (e sopra il 70 se consideriamo solo le donne italiane); oltre il 50 per cento delle bambine con sindrome di Turner (bassa statura e bassa fertilità) sono abortite. Nel primo caso si tratta di un ritardo di sviluppo intellettivo, nel secondo di un ritardo fisico: motivi sufficienti per eliminarli? » E’ questo il grido d’allarme lanciato dal neonatologo Carlo Bellieni in un recente articolo pubblicato da «L’Osservatore Romano». Una denuncia che tocca da vicino la nostra regione, ma non solo. Dal registro europeo Eurocat addirittura si vede che per i casi di schisi orofacciale – una lesione del labbro o del palato, quindi una condizione lieve e operabile – il tasso di aborti è oltre il 10 per cento. In Francia il 96 per cento dei feti Down è abortito. In molti Stati, ricorda Bellieni, viene proposta a tutte le donne incinte la ricerca di fattori indicativi di sindrome Down nel feto nel sangue materno o con amniocentesi o misurando a tutti i feti gli indici di sindrome Down (plica nucale, osso nasale) durante le comuni ecografie, eseguendo così uno «screening» genetico prenatale indiretto. Genitori e medici, secondo il neonatologo, dovrebbero riflettere: «Cercare un responso diretto o indiretto sui cromosomi del feto quando si è ancora in tempo per abortire ma assolutamente non in tempo per curare è per lo meno ambiguo, almeno se si crede nella sacralità della persona umana. Ce ne accorgiamo guardandoci in giro: non vediamo più bambini “imperfetti”, cioè segnati da malattie genetiche. Censurati dai media, tenuti dalle famiglie al riparo di una società che non li accetta nonostante tanti proclami, ma soprattutto abortiti. Si ricercano a tappeto prima che nascano, e una volta individuati troppo spesso si impedisce loro di nascere. E il grave è che noi di questo setacciare e selezionare non ci stupiamo più: è la norma». La scomparsa degli individui con disabilità genetica dal panorama sociale è dovuta, secondo Bellieni, anche a un altro motivo: l’incapacità della società di accettare culturalmente il diverso e il pudore delle famiglie, che si sentono una sorta di fuorilegge genetici, e quindi tengono tra le mura domestiche il figlio malato. «Il calo numerico ottenuto per selezione prenatale o per emarginazione sociale» conclude Bellieni «produce una conseguenza: bloccare la ricerca di terapie. Se ci fosse un investimento economico per curare le malattie genetiche pari a quello che si stanzia per non far nascere i malati, otterremmo notevoli progressi».