L’altro giorno curiosando nella libreria Feltrinelli a fianco del Duomo, nella pila di libri della Mastrocola, Togliamo il disturbo, edito da Guanda, nella striscetta che accompagna il volume c’è scritto, 5 edizione, quindi in poco più di un mese dalla sua prima pubblicazione, il libro ha già venduto, ben 99 mila copie. Questo significa tante cose, oltre la comprensibile curiosità, insita già nel titolo e soprattutto nel sottotitolo, saggio sulla libertà di non studiare, indica che il libro affronta argomenti che attendono di essere discussi, e pone significative domande che necessitano urgenti risposte. Del resto l’emergenza educativa rimane una questione prioritaria della nostra società.

Questo libro è una battaglia, – scrive Paola Mastrocola nella copertina – perché la cultura non abbandoni la nostra vita e prima di ogni altro luogo la nostra scuola, rendendo il futuro di tutti noi un deserto. È anche un atto di accusa alla mia generazione, che ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento. Infine, è la mia personale preghiera ai giovani, perché scelgano loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e soprattutto famigliare. E perché, in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant’anni ci governano e ci opprimono.

Con una presentazione così come si fa a non leggere il libro, almeno per gli addetti ai lavori, i docenti, i professori, i maestri che operano ogni giorno nella scuola, ma forse, il libro dovrebbero leggerlo tutti, soprattutto i genitori.

Togliamo il disturbo, si divide in tre parti: I non studianti (le cose che ho, che abbiamo, sotto gli occhi) breve storia del non studio (una ricostruzione storica di come è andata a partire dal Sessantotto) infine lo studio come scelta (la “modesta proposta”, quale scuola mi inventerei). Questo libro rappresenta, la conclusione organica di quello che la Mastrocola aveva scritto un po’ disorganicamente, alcuni anni fa, ne La scuola raccontata al mio cane.

Ho scritto questo libro per dire le cose che vedo e le cose che penso a partire da quello che vedo. Mi sono permesso di avere delle idee culturalmente scorrette. La prima parte inizia con i test d’ingresso che a settembre vengono fatti agli alunni di prima superiore, al Liceo Scientifico, dove insegna la Mastrocola. Somministriamo un bel test uguale per tutti, risultato: neanche una sufficienza, su 25 allievi. In giro in altre scuole, in altre città, si scopre che l’esito è lo stesso. Almeno 230 allievi su 250 non sono idonei a fare quel che sono entrati a fare e dunque presumibilmente lo faranno malissimo. Nonostante questo gli alunni saranno tutti resi idonei. Chi li deve rendere idonei? Noi insegnanti, ma come diavolo possiamo insegnare ai ragazzi che hanno quattordici anni cose tipo la calligrafia, l’ortografia e la grammatica, che dovevano imparare da bambini? Impossibile perché ormai a quattordici anni ormai è fatta. Così nel biennio delle superiori, si prova ad iniziare a piantare i semi, sperando poi di avere alberi da potare. Si ricomincia dall’inizio come se prima nulla fosse stato, spieghiamo gli accenti, gli apostrofi, le virgole, le congiunzioni, la divisione in sillabe, i nessi -gn-e-cq. Ma il tempo non basta.

Ma cosa importa un apostrofo, una virgola, quando intorno a noi tanti muoiono? Si chiede un collega della prof. E lei dice a muso duro: una casa si comincia a costruire mettendo i mattoni dritti. Se sono storti, la casa cade.

Il libro naturalmente racconta le ore trascorse a scuola con gli alunni, e sono belli i quadretti che ne fa la professoressa di Torino, tra le nebbie mattutine, che rischi di essere travolto, se per caso entri a scuola insieme ai studenti. E poi le spiegazioni, le interrogazioni, tutto normale. Il mondo scolastico va ancora così: l’insegnante spiega, l’allievo studia, l’insegnante interroga e l’allievo ripete. E poi la Mastrocola immagina un pomeriggio tipo dei suoi alunni, anche qui ci sono dei quadretti, del vissuto giovanile, leggendoli, possiamo confermare l’esattezza dei racconti della professoressa. Sarebbe normale che chi viene a scuola, al pomeriggio aprisse i libri e studiasse. E sarebbe solo normale che un insegnante desiderasse allievi che studiano, visto che lui di mestiere insegna. Del resto come tanti altri altri mestieri. La Mastrocola non vuole classi di geni, voglio ragazzi normali che normalmente, visto che vengono a scuola, aprano i libri e studino. E’ un desiderio vergognoso? E’ troppo? Invece tutto questo non succede, a mia percezione – scrive Mastrocola – circa il sessanta per cento dei ragazzi non lo fa: non apre un libro, non studia. O studia poco.

A volte sembra che i ragazzi non studiano perché non sanno di dover studiare. Mi viene il dubbio che non lo sappiano perché noi non gliel’abbiamo detto. Forse ci siamo dimenticati di dirglielo. In otto anni che sono stati a scuola prima di arrivare al liceo (cinque di elementari e tre di medie) ci siamo scordati e non gli abbiamo detto che, andando a scuola, dovevano anche studiare.

La professoressa nel libro raramente parla di questioni legate alle riforme, ma a pagina 33, è abbastanza chiara, il problema della scuola di oggi, non sono le riforme strabilianti, investimenti generosi che ricoprono di denaro le scuole. Il denaro non è il punto, purtroppo. Inutile anche pensare a rivoluzioni copernicane dei saperi e dei metodi d’insegnamento, a miracolosi corsi di formazione per insegnanti, a futuri maestri Superman, eroi di Supermotivazione, novelli Orfei capaci di motivare allo studio anche le pietre e le bestie feroci e le foglie degli alberi che si muovono al vento. Il vero problema è che i nostri giovani, almeno quelli che vanno al liceo, non hanno nessuna voglia di studiare.

Continua.

 

DOMENICO BONVEGNA

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