Destra o sinistra, prevale sempre un pensiero scolastico genericamente progressista e totalitario.

Ricordandomi del monito dell’amico Gianluca Cheli, curatore di miradouro.it, che l’anno scorso lamentava una mancanza di miei interventi sulla scuola, credo opportuno continuare a presentare Togliamo il disturbo, di Paola Mastrocola.

Allora, la Mastrocola fa un’ampia critica al rodarismo, al metodo didattico nato dal testo di Gianni Rodari, La Grammatica della fantasia, l ‘autore auspicava una scuola della fantasia dove, attraverso le parole e il loro libero gioco, i bambini arrivino a scrivere, a produrre in proprio filastrocche, favole, poesie, racconti. Rodari, smontava e rimontava un testo, partendo dalle parole, e giocando all’infinito sul senso e nonsenso. Per la Mastrocola questo è una rivoluzione. Rodari diventa il maestro della fantasia e con i suoi libri, forse anche involontariamente, forma migliaia e migliaia di maestri e maestre, in questi ultimi quarant’anni.

Così per Rodari, la scuola doveva smettere di fare cose noiose tipo la grammatica, per mettersi invece a educare alla libera facoltà creatrice. Rodari andava nelle scuole e si sedeva per terra, tra i bambini, metteva i banchi a cerchio, per far apparire che la scuola non sta facendo scuola. La Mastrocola, però ammette: solo don Milani poteva fare scuola “alla don Milani”, solo Rodari poteva fare scuola“alla Rodari”. E così tutti gioiosamente, nella scuola elementare, hanno pensato che fare grammatica fosse un male. “Abbiamo dato inizio alla ‘scuola del gioco’; la scuola è gioco. Il messaggio, è stato che, se non si gioca, non va bene e che tutto ciò che non è divertente è da buttare. Forse abbiamo sostituito il verbo giocare col verbo studiare.

Per la Mastrocola la fantasia dovrebbe essere un risultato finale, prima bisogna passare anni a studiare, immagazzinare nozioni, eseguire esercizi, leggere libri, annotare pensieri, ripetere lezioni e anche annoiarsi. Ma questo è un discorso controcorrente e difficile e forse preferiamo non farlo.

La Mastrocola punta l’attenzione sui vari concorsi a cui si dedicano colleghi delle elementari e delle medie, collezionano vittorie, e ne vanno fieri, così attraverso i concorsi si svicola tutti dalla normale e noiosa programmazione didattica, ancora, il solito ritornello: uscire dal piatto e tedioso nozionismo per approdare alla creatività libera e gioiosa. In pratica, un insegnante con il pretesto di un concorso, può smettere di fare il programma di grammatica o di letteratura, può evitare di sudare per ore cercando di far entrare una pagina nella zucca dei suoi bambini.

A coronamento di tutto questo metodo didattico, c’è un libro sempre di Rodari, Le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica, nella quinta tesi c’è una critica alla pedagogia linguistica tradizionale, un preciso atto di accusa nei confronti della scuola tradizionale, incolpata di insegnare i verbi, l’ortografia, l’analisi logica e la sintassi, per di più ‘ai più dotati’. Tradotto significa: la scuola tradizionale è verbalistica, mentre la nuova scienza pedagogica, può far imparare l’ortografia in modo indiretto e non verbale, per esempio ballando, apparecchiando la tavola e allacciandosi le scarpe.

Per Mastrocola ha prevalso un’idea politica di scuola, in cui la cultura è una parola negativa. Così nel 2000, De Mauro al tempo della riforma di Berlinguer, combatte contro il tema di italiano. Si voleva una scuola utile, dei saperi pratici, concreti, spendibili. Con Berlinguer si conclude il processo di democratizzazione della scuola iniziato negli anni sessanta. Dopo, – scrive Mastrocola – si sono succeduti governi di destra e di sinistra, ma nulla di sostanziale è cambiato. Le idee pilastro, della nuova scuola sono: obbligo scolastico il più esteso possibile, il tempo in classe il più possibile “pieno”, fede nelle nuove tecnologie multimediali, predominanza del metodo di studio sui contenuti, importanza dell’apprendimento e non dell’insegnamento, centralità dello studente, autonomia scolastica, il POF, ovvero il Piano dell’Offerta Formativa. In breve, una scuola che punta alla socializzazione e si alleggerisca dai contenuti culturali a cominciare dal latino.

E mentre gli americani, prendono le distanze da una formazione tutta appiattita sul presente e sull’utile, immediatamente e concretamente spendibile e ci sono imprese che addirittura formano i loro manager a colpi di cultura classica, con periodi di studio a base di filosofia, lingue classiche, lettura dei grandi capolavori letterari. Noi invece, riduciamo i contenuti, deculturalizzazione e deverbalizzazione: con vittoria conseguente delle verifiche a crocetta, delle animazione visive e teatrali e soprattutto dei videogiochi. Del resto Maragliano, presidente della commissione Berlinguer, scriveva: “Il videogioco è la più grande rivoluzione epistemologica di questo secolo”. Lo smanettamento collettivo e l’invasamento tecnologico è la logica conclusione dell’antinozionismo invocato negli anni Sessanta.

L’ultimo capitolo della Parte Seconda, il libro affronta il tema dei nuovi mostri: famiglia, Europa, Internet. Qui la Mastrocola sfoggia una straordinaria conoscenza dei nuovi mezzi tecnologici, intorno ad internet, ma prima accusa un certo tipo di moralismo perbenista-progressista, qualcosa che va al di là degli esiti elettorali. E’ come se ci si ritrovasse post-sessantottini senza aver fatto il Sessantotto, iscritti a un progressismo univoco e leggermente totalitario.

La Mastrocola vede dominare nella scuola di oggi un pensiero scolastico genericamente progressita, che a sua volta diventa, un muro difficile da scalfire. I capisaldi di questo pensiero totalitario sono: 1 la scuola non deve insegnare nozioni; 2 la scuola deve motivare allo studio (possibilmente divertendo); 3la scuola deve far andare avanti tutti senza selezionare; 4 la scuola deve essere utile, e servire essenzialmente a trovare lavoro. Ecco la famiglia di oggi dagli anni novanta in poi si è inserita in questo contesto, magari, senza appartenere per forza a qualche partito politico, senza saper niente di sessantotto o della sinistra, senza aver letto Rodari o essere scesa in piazza per contestare. Le famiglie di oggi hanno accettato che la scuola non sia più severa, intransigente ed esigente. Se la scuola dà meno compiti, se dà poche insufficienze, e se poi li recupera con appositi corsi di recupero, va benissimo: la famiglia così ha più agio di andare in montagna e al mare, fare viaggi, etc. Se la scuola fa meno studiare e più giocare, va bene.

E qui la professoressa di Torino punta il dito sugli adulti, una società del piacere ha bisogno di una scuola del piacere, non certo di una scuola della sofferenza o della fatica! Infatti se la società degli adulti a un certo punto ha inteso la vita come un divertimento-intrettenimento, uno svago perenne, con ricerca spasmodica del successo e della felicità, la scuola non poteva certo rimanere una faccenda seria, barbosa ed esigente, in cui per esempio si dovesse studiare molto. Certo se un padre mette la sveglia alle tre per andare a prendere la figlia in discoteca, cosa pensate che possa fare la scuola? E così quando i figli non  studiano la colpa è sempre degli insegnanti che non li sanno motivare.

Alla prossima.

 

DOMENICO BONVEGNA

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