Il donmilanismo e il rodarismo, il sessantottismo ideologico nella scuola.

Il 2 Capitolo della seconda Parte di Togliamo il disturbo, la Mastrocola, affronta il cosiddetto, donmilanismo e il Rodarismo, è la parte politica del libro, inizia raccontando un episodio che gli è successo in un convegno a Napoli, qui gli organizzatori, penso delle maestre elementari, hanno fatto vedere un video dove mimavano una favola per i loro alunni. Alla fine la Mastrocola si era permesso di dire che aveva capito perché lei al liceo era costretta a fare dettati ortografici con i sui alunni: “forse perché alle elementari s’impara a mimare tutti insieme il vento”. Apriti cielo, conclusa la conferenza, le maestre, gli hanno urlato contro: noi non facciamo nozionismo!

La frase delle maestre, ha colpito molto la nostra prof di Torino, anche perché è vecchia di quarant’anni, questa gente è ancora ferma lì, e così ha spiegato nel libro, il significato; nozione, significa semplicemente, conoscere. “Avere nozione di qualcosa, vuol dire sapere. Conoscere. Il marinaio ha nozione dei venti, delle rotte, dei porti. Il contadino ha nozione dei trattori, del fieno. L’ingegnere ha nozione del cemento armato, il panettiere dei diversi tipi di farina, e così tutti gli altri mestieri. Infine, l’insegnante di lettere ha nozione della grammatica e della letteratura”.

Non è un peccato avere nozioni, “anzi dovrebbe essere necessario per qualsiasi mestiere, anche per l’insegnante. La scuola dovrebbe insegnare nozioni: dovrebbe condurre alla conoscenza, a che altro se no?”

Purtroppo la parola nozionismo, è stata travolta da una valanga che si chiamò Sessantotto e che la sotterrò per sempre, riservandole solo odio e disprezzo. Ancora oggi – scrive la Mastrocola –, nozionismo, è una parola brutta, infame, vergognosa. Forse per questo chi si occupa di nozioni, come i professori, i maestri, sono considerati, come gli ultimi della terra.

Cosa rappresentano don Milani e Gianni Rodari? Per molti insegnanti, i loro libri, sono diventati come delle bibbie da seguire ciecamente. “Ne è nato una specie di grosso pensiero collettivo identitario comune, un pensiero in cui un folto gruppo di persone politicamente affini si è alla fine totalmente riconosciuto”.

Magari non tutti nella scuola hanno letto Milani e Rodari, ma certamente le loro teorie, che si trovano nella Lettera a una professoressa, del 1967 e ne La Grammatica della fantasia del 1973,  hanno preso piede in quasi tutte le scuole. La Mastrocola, affronta i due miti della scuola, cominciando con don Milani che magari non voleva una scuola senza nozioni, so che nelle sue classi si studiava eccome. Don Milani, “semplicemente voleva una scuola che non escludesse dall’istruzione i ragazzi meno fortunati, quelli che per origini famigliari non possedevano gli strumenti per farcela. Giustissimo. Fu una grande scuola, la sua. Che forse poteva fare solo lui in quel modo. Comunque sia il libro di don Milani, diventa subito un mito. “Si sposa con la protesta studentesca e l’ideologia comunista e cattolica di tanti insegnanti, contrari all’idea di selezione e di nozionismo fine a se stesso. Si vuole abbattere la scuola severa e classista di stampo gentiliano, ingiustamente riservata ai soli figli di papà e destinata a formare le classi dirigenti del futuro”. Ma accettare una scuola che bandiva l’Eneide, i classici, il latino, la grammatica etc, significa, lasciare le persone come sono. Ognuno si tenga le ‘nozioni’ che ha già, che gli vengono dalla famiglia in cui è nato: ognuno abbia, dunque, la vita che già la sorte gli ha dato. Così si costruisce una scuola, che non aggiunge, non eleva, non sfida. Inevitabilmente si abbassa. E così penalizza proprio i più deboli. Tutti bassi, ma tutti uguali. Quello che è stato fatto in questi anni dopo il sessantotto, così invece di aiutare i più deboli, li hanno penalizzati, affossati ancora di più. “Mi sembra – scrive Mastrocola – una vera e propria, distruzione programmatica e scientifica di ogni contenuto culturale che priva per sempre di cultura proprio le classi basse, le quali invece avrebbero avuto bisogno proprio di una cultura alta”.

In pratica nella scuola del sessantotto, al ragazzo contadino si dice: visto che sai fare il formaggio e sai seminare i campi, io a scuola, perché tu ti senta a tuo agio e non discriminato da una cultura che patiresti come oppressiva e classista, ti parlo solo di formaggio e di semina”.

Ecco ancora oggi si pensa così, si teorizza l’esaltazione della metodologia, l’esecrabile vittoria dei metodi sui contenuti, dei ‘modi’ di insegnare sulle ‘cose’, effettive e basilari, che dovrebbero essere insegnate. Mi ricordo sempre, di un corso chiamato di aggiornamento, guidato da una dirigente scolastica, in Sicilia, dove sosteneva che per un anno si può fare Storia, con una unità didattica, tutta sugli esquimesi, tanto quello che conta è insegnare il metodo all’allievo.

Non facendo più grammatica e letteratura, in nome dell’antinozionismo “democratico”, ci è parso di proteggere le classi deboli, invece così li abbiamo condannati per sempre a restare deboli. “Non abbiamo pensato che proprio a quei ragazzi era bene insegnare l’Iliade del Monti, il latino e il greco, onde dar loro l’opportunità di scegliere se restare montanari o diventare professori a Oxford?”

E così oggi, dopo questo tipo quarant’anni di scuola di questo stampo, la maggioranza dei nostri ragazzi, anche quelli che escono dal liceo, non è in grado di affrontare gli studi universitari: si tratta del ben settanta per cento circa, che non ha le conoscenze di base e le capacità minime richieste.

La Mastrocola, ha il sospetto, che abbiamo lasciato che la massa rimanesse massa. Sarebbe come andare “…a visitare popoli primitivi e compiacerci, in nome del rispetto del diverso, del loro felice stato ancora selvaggio, uno stato in cui essi invece – i ‘selvaggi’ – non hanno nessuna voglia di rimanere”.

Infatti se applichiamo questo stesso pensiero di relativismo culturale, alla scuola, “probabilmente i ragazzini ‘arretrati’ ci direbbero: grazie mille per il meraviglioso rispetto che dimostrate verso la nostra ignoranza, grazie di chiamarla diversità, ma se adesso per piacere ci fate un po’ di latino e greco, a noi non spiacerebbe, così magari riusciremo a diventare come voi…”. Purtroppo non l’abbiamo fatto, pensando di fare il lor bene. E i ragazzini dovrebbero ribellarsi per questo, ha detto la Mastrocola nella presentazione del libro, alla libreria Feltrinelli del 13 aprile scorso, questo è il delitto più grave commesso dai cinquantenni, sessantenni di oggi, altro che mancanza di soldi alla scuola pubblica.

Purtroppo ha vinto la scuola progressista di don Milani, il sapere concreto, non astratto, la semina e la potatura, invece che l’arte e la filosofia.

Alla prossima.

 

DOMENICO BONVEGNA

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