I ragazzi vanno a scuola per “figheggiare” non per studiare
di Domenico Bonvegna

Togliamo il disturbo, il testo che sto leggendo della Mastrocola, può essere anche definito un saggio di sociologia, sui ragazzi naturalmente. Dai tredici ai sedici anni, belli, brutti, ricchi, poveri. Guardiamoli come si comportano, in particolare, il sabato pomeriggio, come procedono in massa compatta, tagliano l’aria come un esercito lento e assonnato. Per l’intero pomeriggio, non fanno altro che sostare, davanti ai negozi di elettronica, bar, mercati, outlet. Sostano, dondolano, ondeggiano, ridono, strattonano, gracchiano, ululano, grugniscono, ruttano, insultano, palpano, una serie di verbi che la Mastrocola usa per descrivere la massa dei ragazzi che rumorosamente, sostano anche davanti a niente, bevendo birra, beveroni rossi o verdi.

Stiamo esagerando? Certo la Mastrocola un pizzico di esagerazione lo mette, un libro deve anche provocare, e subito chiede a noi lettori, provate a leggere Torquato Tasso, quello della Gerusalemme Liberata a questi ragazzi-branco, pieni di gel, orecchini, pance nude e tatuate e che poi di notte riempiono le piazze del centro, ugualmente fermi, in piedi, ciondolanti, ma con bottiglia da scolare in mano fino all’alba. Un bel problema, siete in grado di immaginare l’impatto violento tra le loro teste e i versi di Torquato Tasso?

La professoressa di Torino, non si illude, prevede le valanghe di critiche al suo ragionamento: i giovani non sono tutti così. Non conta l’aspetto esteriore. I vestiti? Neanche a parlarne. E poi è la moda, cosa ce ne importa di come si vestono i ragazzi, si è sempre fatto così. E’ l’insegnante che deve essere bravo a trasmettere la bellezza di quello che insegna, Tasso compreso, e se non ci riesce è solo colpa sua, quindi che cambi mestiere. E poi se la scuola propina ancora Tasso, è chiaro che i ragazzi di oggi non hanno voglia di farlo… Il solito ritornello di quelli che pensano che è sempre colpa dell’insegnante che non sa motivare. C’è un masochisto senso di colpa, legato alla parola, “motivazione”, una paroletta magica che ha fornito un meraviglioso alibi e ai ragazzi più svogliati e ai genitori più indulgenti: sì mio figlio non studia un accidenti, ma sai, ha un insegnante che non sa proprio motivarlo, non è capace, non lo appassiona… “

Ma la Mastrocola insiste, una volta, riferendosi al 68, la moda riguardava pochi, oggi la quasi totalità dei giovani. Inoltre, gira più denaro rispetto al passato, e l’offerta dei prodotti si è dilatata a dismisura, centomila prodotti, centomila modi per ‘personalizzare’. Infatti Mastrocola è convinta che i giovani oggi vanno a scuola non per fare qualcosa, ma per essere qualcuno. Infatti i vestiti sono uno dei possibili strumenti per esprimere il proprio essere, nonché il proprio appartenere.

La Mastrocola risponde anche all’obiezione di quelli che affermano che la scuola non è mai piaciuta ai ragazzi. Certo questo è anche vero, la scuola non piaceva ai nostri nonni, non piaceva ai nostri genitori e non piaceva neanche a noi. A parte una risibile minoranza, in generale l’umanità ha sempre preferito far altro.

Il problema è che oggi si giustifica collettivamente il diritto di non studiare. Questo non era mai successo. “Nessuno di noi comuni mortali avrebbe giudicato suo diritto andare a scuola non studiando, o anche non studiare pur andando a scuola. Avevamo l’idea di un dovere – continua la Mastrocola – l’idea che non si dovessero fare esclusivamente le cose che procurano piacere, ma che qualche cosuccia di un po’ sgradevole o faticoso o di non completamente appagante facesse normalmente parte della vita… “ Oggi invece un’intera generazione, rifiuta a parole e a gesti quello che si dovrebbe fare a scuola. Nonostante questo il paradosso di oggi è che questi ragazzi non se ne stanno a casa, ma frequentano la scuola. In fondo, è un luogo, dove non si sta poi così male, anzi, si vedono gli amici, si fanno quattro chiacchiere, si mostrano i vestiti nuovi e il motorino fiammante, si conoscono ragazze carine, insomma si ‘figheggia’.

La professoressa, fotografa con grande precisione, l’odierna situazione della scuola: questi ragazzi, “vanno a scuola e non studiano. E’ una specie di avversativa-concessiva: vanno a scuola ma, ciò nonostante non studiano. Una paradossale aberrazione. Sarebbe come sedersi al ristorante e non ordinare niente, dicendo al cameriere: No grazie, guardi, stasera non mi va proprio di mangiare. Cosa pensate che direbbe il cameriere?”

La Mastrocola tenta di fare autocritica, vediamo cambiamo autore da studiare, forse Tasso, è difficile, proviamo con altri, ma il problema non cambia, i nostri ragazzi non hanno più la capacità di capire quello che leggono. I libri richiedono conoscenze e capacità che non sono più state attivate. I libri sono fatte di parole, e le parole impegnano. Oggi i ragazzi hanno una povertà lessicale sconcertante, afferma Mastrocola. Possiedono poche parole, quando leggono, ne ‘saltano’ moltissime perché non conoscono il significato. La povertà lessicale è esattamente causata dalla dismissione della lettura: Non si possiedono parole, se non si legge “. L’analisi mi ricorda un articolo provocatorio del critico letterario, Ferdinando Camon, “se non leggi non vivi”, pubblicato l’anno scorso da Avvenire . Per la Mastrocola, non leggendo più, perdiamo le parole.

Ma se siamo a questo punto per la Mastrocola molte colpe sono degli adulti, forse non leggono perché noi a scuola non gli abbiamo più fatto Torquato Tasso (…)se noi ai giovani non abbiamo, in otto anni di scuola, strutturato la mente, i giovani adesso non leggono libri e non sanno scrivere (…) ‘strutturare’ vuol dire fare un progetto, gettare le fondamenta, erigere i pilastri portanti, i muri, il tetto.

Certo perché il ragazzo abbia voglia di leggere deve trovare anche un mondo che attorno a sé ami leggere, o che perlomeno mandi il messaggio che è bene farlo. Se no, spiegatemi per quale ragione mai dovrebbe essere l’unico che lo fa. La colpa è nostra, la generazione degli anni Cinquanta, noi generazione del Sessantotto e dintorni. Risultato finale: quasi nessuna sa più scrivere, il 70%, 2/3 dei ragazzi che escono dalle superiori, non sanno scrivere quello che eventualmente, pensano. Domanda finale: se questi sono i risultati di quindici anni di scuola, non era meglio andare tutti sull’ottovolante?

Domenico Bonvegna
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