Non luogo di assistenza ma di studio

Occorre mettersi d’accordo la scuola cosa deve fare? In che modo deve ancora esistere? Deve ancora essere il luogo dello studio? E se sì, l’insegnante deve chiedere ai ragazzi di studiare? Cioè di stare fermi immobili?

La Mastrocola insiste sulla “truffa” colossale, sul tragico inganno che stiamo facendo ai nostri giovani. Riforma dopo riforma, tessiamo una trappola mortale: questa scuola facile, socializzante, divertente, flessibile, adeguata, moderna, innovativa, computerizzata, assistenziale, permissiva, aperta…questa scuola non punitiva, non premiante, non meritocratica, non noiosa, non difficile, non esigente…questa scuola-parcheggio, giardino d’infanzia, centro sociale, club Mediterranée, questa scuola di griglie e di progetti, di moduli e percorsi, di obiettivi e strategie…questa scuola che noi adesso stiamo loro costruendo forse li rovinerà. Condannandoli per sempre a una Ignoranza abissale che non potrà non avere conseguenze sul loro futuro professionale.

L’intera struttura della scuola odierna non premia o valorizza i migliori. Anzi la scuola oggi è pensata espressamente e soltanto in favore degli allievi che presentano difficoltà nello studio. Il recupero-debito da colmare rappresenta un gigantesco piano strategico per agevolare i ragazzi in difficoltà, nella logica di una scuola dell’aiuto. E’ una scuola assistenziale la nostra, dove il messaggio dominante è: ci occupiamo di far andare avanti tutti, il più indistintamente possibile, per non far emergere le differenze. Una scuola così potremmo definirla una meravigliosa ‘strategia del livellamento’.

Questa scuola facile non è utile soprattutto per il ragazzo che ha voglia di studiare e vede tutti i giorni affermarsi il permissivismo, la tolleranza verso gli atteggiamenti più biechi, la legge del più furbo, il pressapochismo, la negligenza, e la costante, benevola complicità del mondo degli adulti, cioè dei suoi stessi educatori.

Fare ogni giorno cose facili, ripetere gli stessi argomenti, non approfondire, non essere spinti mai a salire un gradino in più, penso che possa spegnere qualsiasi intelligenza. La scuola che non alza mai l’asticella per nessuno, condanna tutti alla mediocrità; dove si possano trovare le motivazioni  a continuare a studiare, a migliorarsi sempre?

Concludendo il mio lungo approfondimento sulla scuola bisogna interrogarsi come fa il professore Luca Ricolfi se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o se sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni – scrive Ricolfi – ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti.

Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare – dalla prima elementare! – a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

DOMENICO BONVEGNA

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