Ad ogni fine e inizio d’anno scolastico si accende il dibattito sulla scuola, ognuno ha le sue idee, di destra o di sinistra, ma di fronte alla realtà dei fatti, dovremmo tutti convenire che lo stato di salute della nostra scuola non è buono.

Abbiamo assistito al dibattito sulle bocciature agli esami di maturità, il mio amico Alessandro Pagano plaude alle nuove regole della riforma Gelmini che ha prodotto più serietà agli esami di Stato con circa il 30% di bocciati in più rispetto all’anno scorso. Dall’altro fronte quelli come il professore Umberto Veronesi che invece non applaude per niente, anzi secondo lui se la scuola boccia significa che i professori sono da bocciare. Veronesi continua ad avere nostalgia della scuola del sessantotto, del buonismo con le promozioni di massa e il merito al bando.

Certo occorre interrogarsi perché tanti studenti sono fermati all’ultimo anno, perché non sono stati bocciati prima? Non si aspetta l’ultimo anno a bocciare chi doveva ripetere prima. La situazione che si è creata è quanto di più contrario vi sia ad un percorso didattico-educativo, sia perchè si è trascinato per anni un problema senza volerlo affrontare sia perché quando lo si è voluto guardare in faccia è stato troppo tardi, tanto da creare un danno ancor più grave di quello che un buonismo irresponsabile aveva già procurato. Così quindicimila studenti, dopo essere stati trascinati avanti a peso morto, saranno parcheggiati per un anno dentro nuove classi in attesa di non si sa che. (Gianni Mereghetti, Maturità 2009. Il mistero dei 15.000 studenti bocciati e le responsabilità dei professori, 26.7.09 Il Sussidiario.net).

La selezione è bene farla negli anni prima della maturità; l’esame di stato dovrebbe essere una formalità, bisogna dare più credito alla valutazione degli anni precedenti.

In ogni modo per il professore Luca Ricolfi la realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano. Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire. (Luca Ricolfi, La scuola ha smesso di insegnare, 23.7.09 La Stampa).

Ai grandi e non facili problemi della scuola, un notevole contributo per cercare di risolverli potrebbe arrivare dalle “provocazioni” dell’ottimo libro di Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane, Ugo Guanda editore, giunto alla 10 edizione, (pp191, 12 euro). Mastrocola, professoressa di lettere in un Liceo scientifico, fa una descrizione spietata dell’attuale sistema scolastico italiano, offrendoci ottimi spunti per una vera “riforma” della scuola; il libro dovrebbe essere letto da tutti quelli che operano nelle scuole, dai docenti ai genitori. Insieme a questo andrebbe letto il volumetto, Elogio della disciplina, Bernhard Bueb, Rizzoli, (pp.156, 12,50 euro) già il titolo è tutto un programma, i giovani hanno diritto alla disciplina, bisogna educare con severità per insegnare a crescere.

Una volta c’era un patto tra scuola e società, si volevano le stesse cose e si lavorava nella stessa direzione. Per esempio la scuola esigeva studio e fatica, e la famiglia era d’accordo. La meta da raggiungere era condivisa: una buona formazione culturale che la scuola s’impegnava a fornire. Adesso questo patto è saltato, scrive la Mastrocola, la famiglia rema contro, e desidera che i propri figli sorridano e siano lasciati in pace, senza traumi, punizioni, prezzi da pagare. Noi insegnanti, percepiamo di avere un nemico, sono i genitori, noi stessi, o meglio, la società. Quando noi genitori chiediamo alla scuola che sia facile e divertente, che abolisca le difficoltà, la fatica e l’impegno, noi in realtà chiediamo alla scuola di snaturarsi, e di abdicare anche lei, così come abbiamo abdicato noi.

Alla prossima puntata.

DOMENICO BONVEGNA

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