C’è un senso per il divino connaturato nell’uomo come ce n’è uno per il colore? Ma non c’è il rischio di una fede irrazionale? • Una riflessione del filosofo francese Rémi Brague sulle prospettive del sacro dopo la crisi della secolarizzazione. • Il ritorno a Pascal
di Rémi Brague
Tratto da Avvenire del 15 aprile 2009

Come conoscere Dio? Partia­mo da una frase del matema­tico e filosofo americano Charles Sanders Peirce: «Per vedere Dio, basta aprire gli occhi, e il cuo­re, che è anch’esso un organo capa­ce di percezione». Il che non signi­fica che la conoscenza di Dio sia dell’ordine della sensazione e che si opponga ad altre facoltà, come l’intelligenza, per esempio. Se per conoscere Dio basta «aprire l’oc­chio, e quello buono» qual è, allora, l’occhio buono? E in quale misura anche il cuore è un organo percetti­vo? Che cos’è il cuore? Viene subito in mente una famosa frase di Pa­scal: «Dio sensibile al cuore, e non alla ragione… ». Questo non vuol di­re, come si intende solitamente, che sia accessibile alla sentimenta­lità. Per convincersene, basta leg­gere un altro pensiero: «Il cuore sente che lo spazio ha tre dimen­sioni e che i numeri sono infiniti».

Siamo ben lontani da ogni forma di sentimentalismo. Pascal intendeva dire, invece, che c’è un organo della conoscenza di Dio che lo percepi­sce in modo originario, proprio co­me esiste una facoltà dell’anima at­traverso cui diamo il nostro assen­so ai principi del ragionamento matematico, una facoltà che non si confonde con quell’altra facoltà, la ragione, che ci permette, invece, di trarre dai principi la dimostrazione dei teoremi.

Ci sarebbe, dunque, un «senso per Dio» così come ce n’è uno per il co­lore? E tale senso sarebbe forse la fede? È una formulazione che mi sembra abbastanza corretta, seb­bene debba essere usata con pru­denza, perché il termine sensazio­ne comporta in modo quasi inevi­tabile l’idea di un sapere irraziona­le, incomunicabile, persino arbitra­rio. Di qui, due rischi. Il primo con­siste nel confondere la «religione» con una «religiosità» fondata sul «sentimento religioso» che, da quando è stata inventata, nel XIX secolo, si è diffusa sempre di più. Il secon­do rischio è an­tico quanto l’u­manità e, peg­gio ancora, con­siste nel cercare di suscitare queste sensa­zioni ed espe­rienze del divi­no attraverso un culto estatico.

Ma siamo allora nell’ambito della magia e non della religione. La ma­gia, infatti, consiste nel trattare Dio come un oggetto utilizzabile per u­na tecnica, e non come una perso­na. Contrariamente a ciò che si pensa a volte, la magia non è affat­to vicina alla religione; al contrario, non c’è nulla di più distante.

Arriviamo così a una distinzione stabilita sempre da Pascal. I fram­menti in cui parla di chiarezza e di oscurità vengono spesso riassunti dicendo che Dio si nasconde per lasciarci la libertà di scegliere. Un’obiezione ricorrente, allora, è quella di sostenere che l’assenza di Dio è drammatica, e che un padre che ama i propri figli non si rifiuta di aiutarli. Il che è ovvio, ma in questo modo non si coglie il pro­blema. Il vero Pascal è più com­plesso. Vorrei provare a commenta­re soltanto la seguente affermazio­ne: «(Dio) si nasconde a coloro che lo tentano e si rivela a coloro che lo cercano». Ma questo non significa che Dio punisce coloro che lo ten­tano rifiutandosi gelosamente di manifestarsi a loro, mentre ricom­pensa coloro che lo cercano. Non è questo, per così dire, il suo modo di agire. Semplicemente, ciò che Pa­scal chiama «tentare» Dio non è il buon metodo. In un certo senso, Pascal applica alla conoscenza di Dio una regola analoga a quella di Aristotele, di cui ho parlato sopra, secondo cui gli oggetti devono es­sere trattati per come si danno. Su questa regola si basa anche l’ideale di ciò che Pascal chiama «l’uomo o­on nesto». Mentre l’esperto considera il mondo solo sotto il suo angolo vi­suale, il matematico mi prende per un teorema e il militare per una fortezza assediata, l’uomo onesto mi prende per quello che sono. Il credente è colui che applica a Dio una regola del saper vivere analoga a quella dell’uomo colto verso i suoi interlocutori.

«Tentare» Dio, significa seguire una sorta di metodo sperimentale, ob­bligarlo a ma­nifestarsi im­ponendogli le condizioni, senza chie­dersi se siano adeguate.

«Cercare» Dio, invece, significa an­dare a trovar­lo là dov’è. Ossia, conver­tirsi, nel sen­so originario, platonico, di volgersi nella giusta direzione. Il che, del resto, non è facile. Non ba­sta dire o immaginarsi che si sta cercando Dio per cercarlo vera­mente. Pascal, ancora una volta, ci mette in guardia rispetto a questa confusione: «Gli uomini scambiano spesso la loro immaginazione per il loro cuore; e credono di essere già convertiti, quando cominciano a pensare a convertirsi». Invece, se si cerca veramente Dio là dov’è, la re­gola fondamentale è quella che, del resto, viene enunciata già nel Van­gelo: «Chi cerca trova» (Mt 7, 8).