di Gianni Santamaria da Avvenire
La pillola abortiva Ru486 da oggi potrà essere utilizzata da tutte le strutture sanitarie italiane. Come era da tempo in programma, ieri, infatti, è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale la “determina” con cui l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) autorizza l’immissione in commercio del Mifegyne, prodotto dalla francese Exelgyn. Le indicazioni terapeutiche stabilite dall’Aifa prevedono l’utilizzo della pillola abortiva al massimo entro la settima settimana di gestazione, vincolandolo al ricovero ospedaliero, che va garantito dall’assunzione del farmaco all’espulsione del feto, nel rispetto, secondo le intenzioni dell’Aifa, della legge 194 sull’aborto.

Nei giorni scorsi era divampata l’ultima polemica sul controverso prodotto abortivo, quando l’Aifa ha deciso di non modificare la delibera del 30 luglio scorso che autorizzava l’immissione in commercio della pillola, malgrado la richiesta del ministro Sacconi di ulteriori precisazioni circa la necessità del ricovero ospedaliero. Fermo sulle posizioni finora assunte dal suo ministero il commento rilasciato ieri in tarda serata – a caldo, subito dopo la diffusione della notizia – dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella. «Resta il parere del ministro Sacconi che sarà portato alla Commissione europea. E quindi la verifica della compatibilità con la legge vigente, che non spetta all’Aifa bensì al ministro e, come da direttiva europea, agli organi legislativi».

La Roccella non nasconde, comunque, la preoccupazione per il fatto che sul versante dei ricoveri possano essere attuate diverse procedure sul territorio nazionale, visto che sulla sanità ampi sono i poteri delle Regioni. «Vigileremo e ci attiveremo, affinché ciò non avvenga – promette il sottosegretario –, perché non è possibile che una legge sia applicata in 21 modi diversi». A livello di ipotesi, la Roccella accenna anche a un passo che il ministero potrà compiere verso l’agenzia, in modo da sollecitarla a «esercitare il monitoraggio e la farmacovigilanza che le competono». La pubblicazione definitiva sulla Gazzetta arriva dopo mesi di aspre polemiche. E dopo la conclusione di un’indagine conoscitiva messa in campo dal Senato che – avendo portato avanti una lunga serie di audizioni nelle quali è stata sollevata anche la questione della pericolosità della sostanza e della numerose morti che ha causato – si è conclusa con la richiesta del parere a Sacconi, il quale a sia volta ha sottolineato l’obbligo previsto dalla 194 che il ricovero debba essere di carattere ordinario – nel quale comunque la donna così come stanno le cose potrebbe sempre firmare e andarsene–, non in regime di day hospital. Sulla necessità del ricovero si sofferma a lungo il punto 3 della delibera Aifa, ma la parola «ordinario» non compare.

«Tutto il percorso abortivo – si legge – deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico cui è demandata la corretta informazione sull’utilizzo del medicinale, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative e sui rischi connessi», oltre all’attento monitoraggio «per ridurre al minimo le reazioni avverse segnalate, quali emorragie, infezioni ed eventi fatali». Proprio «con particolare riguardo alle possibili reazioni avverse, tenuto conto anche del riassunto delle caratteristiche del prodotto approvato dei dati disponibili di farmaco- vigilanza nonché della bibliografia disponibile, che avvertono sui rischi teratogeni (cioè mortali ndr) connessi alla possibilità del fallimento di interruzione farmacologica di gravidanza e del sensibile incremento del tasso di complicazioni in relazione alla durata della gestazione, l’assunzione del farmaco deve avvenire entro la settima settimana di amenorrea».

Un dato non da poco: sono 29 i decessi segnalati dalla stessa azienda produttrice, di cui 17 per uso abortivo. Di questi 7 sono dovuti al micidiale batterio Clostridium Sordellii, che causa choc settico, 4 sono legati alla “privatizzazione” della procedura (quindi al mancato ricovero), sei restano non spiegati. Dalle statistiche risulta che l’aborto chimico ucciderebbe10 volte di più di quello chirurgico. Seza contare gli effetti non sul corpo delle donne ma sull’immaginario collettivo, dove potrebbe passare l’idea che l’aborto così sia più semplice e indolore. Infine, last but not least, la determina dà conto delle confezioni e dei prezzi che la sostanza avrà. La confezione da una compressa da 200 mg avrà un prezzo ex factory (cioè alla casa produttrice) di 20 euro, al pubblico di 33,01 euro. Quella da tre compresse costerà rispettivamente 66 euro per l’azienda, 99,02 euro al pubblico.