La sconfitta per via poliziesca del preside che voleva i calzoni lunghi
Tratto da Il Foglio del 28 maggio 2011

Non si chiama Sergio ma Raffaele. Nel cognome non ha la doppia consonante. Non disegna scenari globali, gli bastano quelli locali. Si chiama Raffaele Marchione, è un preside, a Trieste, Istituto tecnico navale Tommaso di Savoia. Ha provato a fare la sua piccola grande rivoluzione. Ha perso. Giorni fa firma una circolare che vieta agli studenti di indossare i bermuda a scuola. Una trentina di loro si presentano in tenuta non conforme e vengono bloccati sul portone dal bidello. Gli studenti, marpioni, sanno chi chiamare: la polizia, che viene coinvolta in una trattativa surreale e sfiancante.

I pedagogisti da discount denunciano la repressione di comportamenti che devono restare liberi. I Louis de Funès dell’opinionismo trattano il preside da sciroccato o da retrogrado che crede che a scuola conti ancora come ci si veste. I facitori di mode dicono che anche coppie molto glamour se ne vanno gambette al vento, sbagliato dunque prendersela con i bermuda. Invece sono molto nocivi. Almeno quanto lo sono, a scuola, infradito, zoccoli, ciabatte, zeppe, ciocie, costumi da bagno, parei. E ovunque, i pantaloni all’altezza dell’osso sacro, le mutande a vista, le zaffate di profumo alla vaniglia e il chewing gum sparato a bocca aperta.

Un tempo a scuola si andava ben vestiti, al professore si dava del lei e ci si alzava in piedi quando entrava. Pare non usi più. Questo vuole la nuova antropologia, egualitaria solo nel peggio. Genitori che si infuriano con il preside che fa spegnere i cellulari durante le lezioni. E scarrafoni che bevono, magari ruttano, e salutano con sincero spirito democratico, “ciao prof”. Tanto poi, a garantire il proprio cattivo diritto alla sciatteria, ci pensa la polizia.