Tratto dalla newsletter dell’agenzia Corrispondenza Romana il 15 gennaio 2010

Don Carlo Gnocchi (1902-1956), brillante sacerdote, cappellano militare degli alpini in Russia, “padre dei mutilatini” e fecondo scrittore, è stato beatificato il 25 ottobre 2009 a Milano per volontà di Benedetto XVI.

La sua opera di carità verso i sofferenti, specie i giovani e i bambini feriti e mutilati a causa della guerra, è universalmente e giustamente nota, e continua attraverso la sua Fondazione pro Juventute (creata nel 1952).

Assai meno nota è la sua vasta produzione culturale che spazia in campi diversissimi, dalla teologia al cinema, dalla pedagogia alla politica, dall’arte allo sport, mostrando una notevole agilità intellettuale, oltre che un grande acume critico, unito sempre ad uno zelo senza falla per la salvezza delle anime.

L’insieme dei suoi scritti contempla molti articoli, vari libri e saggi ancora di grande attualità: si auspica al più presto una nuova edizione critica della sua Opera omnia, già uscita nel 1993 col titolo di Scritti (1934-1956), ma oggi non più facilmente reperibile. Due importanti opere sono state invece da poco riedite e invitiamo caldamente i lettori a prenderne atto.

Si tratta di Cristo con gli alpini (Mursia, 2008), uscita in prima edizione nel 1942 e soprattutto Restaurazione della persona umana (Libreria Editrice Vaticana, 2009), che vide la luce originariamente nel 1946.

Quest’ultima opera, benché di impianto pedagogico, se non fosse catalogabile come lo scritto di un santo, sarebbe da qualcuno bollata come “revisionismo storico” tanto la prospettiva di don Gnocchi, sulla situazione politica italiana del dopoguerra, appare diversa da quella poi dogmatizzata nei manuali (o marxisti o liberali) di storia contemporanea.

In pratica il sacerdote non vedeva nel regime distrutto dalla guerra tutti i mali dell’Italia contemporanea, come allora era obbligatorio scrivere e pensare, ma scorgeva la causa vera di essi nella mentalità moderna, che il fascismo non aveva pienamente rimosso, ma che di fatto preesisteva ad esso e ad esso avrebbe purtroppo fatto seguito.

Scrive ad esempio nella prefazione: «Lo sforzo macchinoso della diplomazia internazionale mira a rimettere in piedi quell’assetto e quegli equilibri politici che hanno fatalmente prestato l’occasione o il pretesto all’ultima conflagrazione mondiale. All’interno il lavoro dei partiti e degli organi legislativi sembra teso a ricondurre la vita italiana a quella flaccida e insincera democrazia [del periodo pre-fascista] che postulò, come evasione liberatrice, l’esperimento di forza del regime fascista» (p. 15).

E ancora: «Si direbbe che il mondo non abbia ben compreso che, nella recente guerra, è venuto a crollare definitivamente, non soltanto un regime politico, ma una civiltà ed un modo di vita» (p. 16).

Riguardo allo stato morale dell’umanità, benché ormai in un’Italia “liberata” da un regime autoritario, scrive: «Mancano all’uomo moderno […] ragioni ferme ed immutabili di vita, valori eterni e non contrattabili che condizionino i valori terreni e contingenti, certezze fondamentali che diano coerenza e intelligibilità alla favola dell’esistenza umana» (pp. 18-19).

Dopo aver notato che la crisi di allora, cioè degli anni detti della ricostruzione, era «una crisi morale, anzi metafisica», attribuiva a tutti gli italiani di buona volontà, e in particolar modo ai laici cattolici, questa consegna: «L’impresa formidabile assegnata alle generazioni di questo tragico dopoguerra, va quindi ben più oltre e ben più al fondo, non soltanto di una restaurazione materiale […], ma anche della riforma stessa delle leggi e delle istituzioni politiche ed economiche […]. La rinascita del mondo sarà quindi religiosa o non sarà affatto» (p. 19).

Nel crollo del fascismo e nell’auspicato crollo del comunismo, don Gnocchi sperava di intravedere il crollo di tutta la modernità laica ed immanentistica: in realtà però non solo tale crollo non avvenne, ma la fine del regime autoritario, temperato dalla Chiesa di Pio XI, costituì almeno in Italia l’inizio dell’accelerazione massima proprio nella visione materialista, consumista e laicista, con devastanti e inaudite conseguenze spirituali e morali.

Il suo anelito restava, malgrado tutto, fermamente teocentrico e “antimoderno”: «l’uomo moderno è profondamente, costituzionalmente laico. È quindi il valore eterno che ha ceduto nella civiltà moderna. Il valore che urge ricollocare al centro della vita individuale e collettiva se, per l’ennesima volta, non si vuole lavorare invano» (p. 19).

CR n. 1125 del 16/1/2010