Salvatore Crisafulli è un uomo entrato in uno stato vegetativo persistente a seguito di un incidente stradale. Una condizione comatosa classificata con 3-4 punti della Scala di Glasgow (GCS) , in pratica l’identica condizione in cui si trovava la povera Eluana Englaro.

A differenza della sfortunata ragazza di Lecco, però, Salvatore si è risvegliato dal coma dopo quasi due anni dall’incidente e ha raccontato che, per tutto quel periodo in cui veniva ritenuto “un vegetale”, lui, in realtà, sentiva e comprendeva perfettamente. «I medici dicevano che non ero cosciente, ma io capivo tutto», racconta Crisafulli in un’intervista, «e piangevo perché non riuscivo a farmi capire».

Nell’aprile dello stesso anno scrive al Capo dello Stato e, quattro mesi dopo, invia una lettera al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in cui denuncia come nei confronti di coloro che si trovano nella sua condizione «non esista un’intensa e continuativa assistenza» mentre «leggi come la 328 e la 162 non vengono recepite dalla Regione Sicilia». In quella stessa lettera a Berlusconi, però, Salvatore Crisafulli trova sempre la forza di combattere ogni prospettiva eutanasica: «non può il diritto di morire diventare la nuova frontiera dei diritti umani». Spiega, però, che «se lo Stato riuscisse a garantire pienamente la tutela della vita, in ogni fase della malattia e della disabilità ed anche nella fase insostenibile, non esisterebbe alcun fenomeno di eutanasia». È la disperazione, secondo Salvatore, che può condurre alla scorciatoia della dolce morte. Questa era la situazione fino all’anno scorso. Un destino funesto, però, continua ad abbattersi sulla famiglia Crisafulli. La vigilia dello scorso Natale, alle quattro di pomeriggio, Marcello, il fratello maggiore di Salvatore, viene travolto da un pirata della strada mentre, con la sua motocicletta, si stava recando ad acquistare delle focacce per tutti gli altri familiari riuniti in occasione della festa.

Marcello resta immobile sull’asfalto, in bilico tra la vita e la morte, fino a quando non viene portato d’urgenza in ospedale. Solo lì si conoscerà l’esito dell’incidente: tre fratture alla colonna vertebrale, la frattura delle costole, la perforazione dei polmoni, una frattura alla cervicale, la frattura alla clavicola e gravi lesioni a un occhio. Proprio a causa delle fratture alla colonna vertebrale, Marcello rimane paralizzato e non potrà più camminare. Dopo questo gravissimo incidente, la situazione della famiglia Crifasulli si trasforma in tragedia. Marcello, infatti, era il fratello che accudiva amorevolmente Salvatore di notte e di giorno, e rappresentava, praticamente, l’unica concreta possibilità di assistenza. Il fratello Pietro arriva a denunciare pubblicamente: «Siamo rimasti soli e non possiamo più aiutarlo, perché Salvatore ha bisogno di aiuto 24 ore su 24. Non possiamo fare altro, ci hanno abbandonati al nostro destino, allora meglio farlo morire: lui è al corrente di questa nostra decisione ed è d’accordo». Così Pietro annuncia «un viaggio della morte per suo fratello», in una clinica belga ove praticano l’eutanasia. La rabbia, umanamente comprensibile, si scaglia contro le istituzioni pubbliche, i politici, le autorità e persino la Chiesa, colpevoli di aver abbandonato Salvatore privandolo del necessario aiuto e della dovuta assistenza. Ora, è difficile pontificare sulle disgrazie che hanno colpito la famiglia Crisafulli. Un senso di profondo rispetto fa sì che il giudizio si fermi di fronte alla soglia del mistero del dolore. Non so se davvero le istituzioni pubbliche abbiano abbandonato Salvatore Crisafulli al suo destino. Se così fosse, sarebbe incredibilmente triste. Sarebbe come se Eluana Englaro fosse morte inutilmente.

Uno degli effetti per cui pareva che la sua scomparsa non fosse stata vana, era il fatto di aver illuminato, con uno spietato raggio di luce, quel cono d’ombra in cui silenziosamente vivono la propria sofferenza migliaia di persone in stato vegetativo persistente insieme ai propri cari. Vanificare questo effetto significherebbe far morire Eluana una seconda volta.

Non so – ripeto – se le istituzioni pubbliche abbiano fallito nel loro compito, ma certo non si è fatta attendere la voce di chi non smette di credere in quella profonda solidarietà che nasce dalla concezione cristiana dell’amore. L’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, infatti, ha subito dichiarato «la propria disponibilità ad accogliere in un clima di grande rispetto e di particolare solidarietà Salvatore Crisafulli».

Certo, però, che lo Stato e soprattutto le Regioni non devono essere da meno. Non sarebbe giusto costringere i cittadini a minacciare l’improbabile ricorso all’eutanasia per chiedere assistenza. Che la minaccia paventata dai familiari di Salvatore rappresenti, in realtà, più una disperata provocazione che una reale intenzione, lo dimostrano gli interventi di due insospettabili personalità. Una di queste è Silvio Viale, il medico radicale che da anni si batte per l’eutanasia, e l’altra è il senatore Ignazio Marino, noto per le sue posizioni in tema di testamento biologico.

Il primo, Silvio Viale, ha invocato la necessità di nominare un curatore per Salvatore Crisafulli, come fu per Eluana Englaro, e ha denunciato «le strumentalizzazioni del fratello e della famiglia di Salvatore Crisafulli» ritenendole «un’offesa per tutti coloro che si battono per il diritto all’autodeterminazione e per l’eutanasia, la quale, prima di tutto, è una libera manifestazione di volontà e non la morte imposta dai familiari».

«Nessun medico belga, olandese, lussemburghese o svizzero – ha precisato Viale – procederà mai all’eutanasia o all’accelerazione della morte senza almeno una, sebbene ricostruita, chiara e manifesta volontà della persona».

Il secondo intervento è quello di Ignazio Marino il quale, dopo aver precisato di essersi sempre batttuto «per la libertà di scelta rispetto alle terapie, sulla base dell’articolo 32 della Costituzione», ha riconosciuto che «l’annunciata intenzione dei familiari di Salvatore Crisafulli di portarlo in Belgio perché gli sia praticata l’eutanasia, sembra apparire più come «frutto della disperazione ed esasperazione della famiglia per l’assenza di assistenza che denunciano».

Marino ha precisato, sul caso Crisafulli, di nutrire dubbi sulla sua effettiva volontà di morire, facendo peraltro presente che «quando la morte è decisa da qualcun altro non si può parlare di eutanasia ma piuttosto di omicidio». Anch’io non credo che Salvatore Crisafulli si sia arreso e che la disperazione abbia vinto sul suo ostinato desiderio di vivere. Certo è che la nostra coscienza resta turbata di fronte al dubbio che non sia stato fatto tutto il necessario per alleviare la sua sofferenza e per consentirgli la dovuta assistenza. Salvatore è sempre quello che, rivolgendosi a Napolitano, ha dato a tutti noi una lezione con queste parole: «Credetemi, la vita è degna d’essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. La vita è quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita di finta dolcezza. Signor Presidente della Repubblica, solo il suo intervento (ma con i fatti) potrà evitare ulteriori richieste di eutanasia, in alternativa ordini di chiudere tutti i reparti di rianimazione». No, davvero Salvatore non può essersi arreso.

Gianfranco Amato

© il Sussidiario – 1 febbraio 2010