di Assuntina Morresi
Tratto dal sito SAFE – Salute femminile

Certe notizie bisogna andarsele a cercare, perché sulla cosiddetta “grande stampa” arrivano con difficoltà: càpita, soprattutto quando contraddicono vulgate comuni come anche ostinate e ideologiche campagne di opinione.

Per esempio, il recente annuncio della «Susan G. Komen for the Cure Foundation», prestigiosa istituzione internazionale nata negli Stati Uniti che da più di 25 anni si occupa della lotta contro il cancro al seno, che non impegnerà fondi per ricerche per le quali sia previsto il ricorso a cellule staminali embrionali. Motivo: allo stato dei fatti non ci sono risultati promettenti.

Da Huffington Post, il più frequentato sito di informazione online negli Stati Uniti, si sono subito levate proteste, e la fondazione è stata vigorosamente invitata a superare il «pregiudizio ideologico» che starebbe alla base della sua decisione, definita antiscientifica.

Eppure proprio la Komen Foundation era stata negli stessi giorni al centro di furiose polemiche per un’altra iniziativa avendo negato cospicui finanziamenti alla Planned Parenthood, una delle più importanti organizzazioni non governative mondiali che si occupa di “salute riproduttiva”, nota soprattutto per la politica esplicitamente a favore della legalizzazione dell’aborto e per la coerente – gestione di catene di cliniche in cui si praticano interruzioni di gravidanza. Poche ore dopo l’annuncio, travolta dalle critiche di molti dei suoi stessi finanziatori, la Komen Foundation era poi stata costretta a tornare sui propri passi, reintegrando i fondi alla Planned Parenthood e addirittura chiedendo scusa agli americani per aver messo in dubbio la propria missione di “salvare la vita” alle donne.

Se la Komen Foundation finanzia un’organizzazione che sostiene l’aborto legale e lo pratica su scala internazionale, non ha certo ostacoli morali a suggerirle di interrompere il sostegno alla ricerca che distrugge gli embrioni, quanto piuttosto motivazioni di opportunità, scientifica ed economica. In un comunicato stampa, la fondazione – che raccoglie fondi anche in Italia (www. komen. it) – ha assicurato che continuerà a finanziare le «aree scientifiche più promettenti che mostrano il maggiore potenziale per i malati di cancro al seno».

Si tratta dell’ennesimo segnale, dopo che l’azienda bio-farmaceutica californiana Geron, lo scorso novembre, ha deciso di chiudere la sperimentazione con le staminali embrionali autorizzata dalle autorità federali americane perché troppo costosa rispetto ai risultati attesi.

La ricerca che distrugge gli embrioni, dunque, stenta sempre più a raggiungere quei risultati miracolistici che periodicamente vengono prospettati, in modo del tutto irresponsabile, a malati anche incurabili affetti dalle più diverse patologie.

Ma non basta. Crescono infatti le polemiche sulla gestione del Cirm (California Institute for Regenerative Medicine), il maggiore ente di ricerca sulle staminali embrionali, che dispone di un fondo di 3 miliardi di dollari costituito nel 2004 a seguito di un referendum popolare, sull’onda delle proteste contro il divieto dell’amministrazione Bush di finanziare con fondi federali la distruzione di embrioni umani nei laboratori di ricerca. Conflitti di interesse, problemi di governance e gestione poco trasparente: queste le criticità segnalate da gruppi di opinione e comitati di controllo, dalla Pro-Choice Alliance for Responsible Research all’agenzia governativa californiana Little Hoover Commission, fino al premio Pulitzer Michel Hiltzik, che dalle colonne del Los Angeles Times ha accusato il Cirm di «truccare le carte» sulla gestione del programma di ricerca. Anche il Center for Genetic and Society si associa alle critiche, e oltre a ricordare al Cirm la grande responsabilità che gli spetta per il fatto di investire in una ricerca in cui si pongono così tante speranze, ricorda che è cruciale «rifuggire dall’iperbole e dalle promesse esagerate che hanno inquinato la ricerca sulle cellule staminali per tanto tempo». L’America si sta accorgendo che è la realtà – e non solo l’etica – a consigliare di lasciare in pace gli embrioni umani. Una lezione anche per l’Italia.