Intervista a uno dei suoi membri, padre Giancarlo Centioni

di Jesús Colina

ROMA, giovedì, 14 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Alcuni settori dell’opinione pubblica hanno chiesto nelle ultime settimane prove concrete degli aiuti offerti da Pio XII agli ebrei durante la persecuzione nazista. Il sacerdote italiano Giancarlo Centioni, di 97 anni, è la prova vivente, perché è l’ultimo membro in vita della rete clandestina creata da Papa Pacelli.

Dal 1940 al 1945 è stato Cappellano militare a Roma della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e ha vissuto in una casa di sacerdoti tedeschi della Società dell’Apostolato Cattolico – Padri Pallottini -, che l’hanno coinvolto nella rete di salvataggio.

“Siccome ero Cappellano fascista, era più facile aiutare gli ebrei”, ha dichiarato spiegando i motivi per i quali venne scelto per partecipare a questa rischiosa operazione.

“I miei colleghi sacerdoti pallottini, venuti da Amburgo, avevano fondato una società che si chiamava ‘Raphael’s Verein’ (società di San Raffaele), che era stata istituita per l’aiuto agli ebrei”, ha rivelato.

Uno degli obiettivi della rete consisteva nel permettere la fuga dalla Germania, attraverso l’Italia, verso la Svizzera o Lisbona (Portogallo), motivo per il quale la rete contava su alcuni uomini in ciascuno di questi quattro Paesi. Con il tempo, ne fecero parte anche alcuni ebrei.

In Germania, ricorda don Centioni, la società era guidata da padre Josef Kentenich, conosciuto in tutto il mondo come il fondatore del Movimento apostolico di Schönstatt. Questo sacerdote pallottino venne poi fatto prigionero e rinchiuso nel campo di concentramento di Dachau fino alla fine della guerra.

“A Roma, in Via Pettinari 57, il capo di tutta questa attività era padre (Anton) Weber, il quale aveva un contatto diretto con Pio XII e la Segreteria”, ha spiegato il sacerdote.

Una delle principali attività della rete consisteva nel consegnare passaporti e soldi alle famiglie ebree perché potessero fuggire.

“Il denaro e i passaporti venivano dati da padre Anton Weber e venivano consegnati alle persone. Però lui li otteneva direttamente [nel video dell’intervista si può constatare come il sacerdote sottolinei la parola ‘direttamente’] dalla Segretaria di Stato di Sua Santità, per nome e conto di Pio XII”.

“Con me hanno aiutato almeno 12 sacerdoti tedeschi a Roma”, prosegue il sacerdote, spiegando che la rete ricevette un aiuto decisivo anche da parte della Polizia italiana, in particolare dal vicequestore di Mussolini, Romeo Ferrara, che lo informava sul luogo in cui si trovavano le famiglie ebree alle quali doveva portare i passaporti, “anche di notte”.

Tra coloro che padre Centioni aiutò a Roma c’è ad esempio la famiglia Bettoja, ebrea, proprietaria di alcuni alberghi della città.

Il poliziotto lo mandò di notte a casa loro vestito da Cappellano militare italiano, perché i soldati tedeschi non lo arrestassero.

Il sacedote ricorda nitidamente la paura e la difficoltà dell’operazione, data anche la diffidenza della famiglia che doveva aiutare.

“Ho bussato, ma non volevano aprire. Alla fine dico: ‘Guardi, io sono un sacerdote, un Cappellano, vengo per aiutarvi, per portarvi un lasciapassare’”.

“’Lo giuri’, ha risposto una voce dall’altra parte della porta. ‘Lo giuro, eccomi qua, mi potete vedere attraverso l’occhiolino’”.

Il sacerdote venne ricevuto dalla signora Bettoja con i bambini.

“Ho detto: ‘Prima delle 7 andate via di casa con la vostra macchina, perché alla 7 dalla frontiera del Lazio potete andare a Genova’. Fuggirono e si salvarono. E’ una delle tante famiglie”.

Gli interventi della rete iniziarono già prima dell’invasione tedesca in Italia, ha ricordato padre Centioni, e durarono, “almeno per quanto ne so io, anche dopo il ’45, perché i rapporti di padre Weber con il Vaticano e gli ebrei erano molto vivi”.

“Tanta brava gente”, dice, pensando soprattutto alle famiglie ebree.

“Tra quelli che ci hanno poi aiutato ci sono stati due ebrei che abbiamo nascosto: un letterato, (Melchiorre) Gioia, e un grande musicista compositore di Vienna del tempo, che scriveva le canzoni e faceva le operette, Erwin Frimm”.

Il sacerdote li nascose in alcune case di Roma, soprattutto nella sua residenza religiosa di Via Pettinari 57.

“E loro ci hanno aiutato molto dando indicazioni precise”, ha riconosciuto. A volte questo lavoro comportava il rischio della propria vita, come il sacerdote ha potuto ben presto verificare.

“Ho aiutato Ivan Basilius, una spia russa, che io non sapevo fosse russo o spia; era ebreo. Purtroppo le SS lo arrestarono e nel taccuino c’era il mio nome. Allora, apriti cielo! Mi chiamò la Santa Sede, Sua Eccellenza Hudal [alto e influente prelato tedesco a Roma], e mi disse: ‘Venga qua, perché vengono le SS ad arrestarla’. ‘E che ho fatto?’, chiesi. ‘Lei ha aiutato una spia russa’. ‘Io? Che ne so? Chi è?’. Allora sono fuggito”.

Don Centioni, come Cappellano, conobbe l’ufficiale tedesco Herbert Kappler, comandante della Gestapo a Roma e autore dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono assassinati 335 italiani, tra cui molti civili ed ebrei.

“Durante il periodo tedesco, dopo che a marzo fecero la carneficina [alle Fosse Ardeatine], dissi a Kappler, che vedevo spesso: ‘Perché non ha chiamato i Cappellani militari alle Fosse Ardeatine?’. ‘Perché li avrei eliminati e avrei eliminato anche lei’”, rispose l’ufficiale nazista.

Don Centioni assicura che le centinaia di persone che ha potuto aiutare erano a conoscenza di chi c’era dietro tutto questo, per questo motivo insiste: “Li aiutava Pio XII, attraverso noi sacerdoti, attraverso la ‘Raphael’s Verein’”.

L’intervista è stata concessa a ZENIT e all’agenzia multimediale www.h2onews.org, che l’ha pubblicata questo giovedì.

Il caso di don Centioni è stato scoperto e analizzato, comparando altre testimonianze, dalla Pave the Way Foundation (http://www.ptwf.org), creata dall’ebreo di New York Gary Krupp.

Di questa intervista ha potuto dare fede l’avvocato italiano Daniele Costi, presidente della Fondazione in Italia.

Il racconto trova riscontro documentale nella decorazione concessa dal Governo polacco in esilio a don Centioni (croce d’oro con due spade, “per la nostra e la vostra libertà”).

Il sacerdote cita inoltre le manifestazioni di gratitudine che ha ricevuto da parte di alcuni degli ebrei aitutati: i signori Zoe e Andrea Maroni, il professor Melchiorre Gioia, il professor Aroldo Di Tivoli, le famiglie Tagliacozzo e Ghiron, i cui figli poterono salvarsi, raggiungendo gli USA, con passaporti di fortuna procurati loro tramite il Vaticano.

[Per vedere l’intervista: www.h2onews.org]