di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Dopo il periodo natalizio, Benedetto XVI ha ripreso nell’udienza dell’11 gennaio la sua «scuola della preghiera», cui dedica da diversi mesi le udienze del mercoledì e che nelle ultime catechesi si è concentrata sulle preghiere di Gesù. Questa volta il Papa ha meditato sulla preghiera, «particolarmente solenne», dell’Ultima Cena.

Come tutti sappiamo, «lo sfondo temporale ed emozionale del convito in cui Gesù si congeda dagli amici, è l’imminenza della sua morte che Egli sente ormai vicina». Per la verità, «da lungo tempo Gesù aveva iniziato a parlare della sua passione, cercando anche di coinvolgere sempre più i suoi discepoli in questa prospettiva». Inoltre, «proprio nei giorni in cui si preparava a dare l’addio ai discepoli, la vita del popolo era segnata dall’avvicinarsi della Pasqua, ossia del memoriale della liberazione di Israele dall’Egitto. Questa liberazione, sperimentata nel passato e attesa di nuovo nel presente e per il futuro, tornava viva nelle celebrazioni familiari della Pasqua».

Come il Pontefice aveva fatto notare per altre preghiere di Gesù, anche qui ci sono insieme un profondo radicamento nel contesto storico e rituale ebraico e «una novità di fondo». Dove sta la novità? Pienamente consapevole della Passione che lo attende, Gesù «vuole vivere questa Cena con i suoi discepoli, con un carattere del tutto speciale e diverso dagli altri conviti; è la sua Cena, nella quale dona Qualcosa di totalmente nuovo: Se stesso».

Questa cena – un tema approfondito da Benedetto XVI nel suo secondo volume su Gesù di Nazaret – San Giovanni «non la descrive come la cena pasquale, proprio perché Gesù intende inaugurare qualcosa di nuovo, celebrare la sua Pasqua, legata certo agli eventi dell’Esodo. E per Giovanni Gesù morì sulla croce proprio nel momento in cui, nel tempio di Gerusalemme, venivano immolati gli agnelli pasquali».

Ma, se ci poniamo da punto di vista di una scuola della preghiera, che cos’è essenziale in questa cena? «Sono i gesti dello spezzare il pane, del distribuirlo ai suoi e del condividere il calice del vino con le parole che li accompagnano e nel contesto di preghiera in cui si collocano: è l’istituzione dell’Eucaristia, è la grande preghiera di Gesù e della Chiesa».

Si tratta di un brano dei Vangeli che è essenziale per la nostra fede, e che ci è giunto in due versioni diverse. «Paolo e Luca parlano di eucaristia/ringraziamento: “prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro” (Lc 22, 19). Marco e Matteo, invece, sottolineano l’aspetto di eulogia/benedizione: “prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro” (Mc 14, 22). Ambedue i termini greci, “eucaristeìn” e “eulogeìn”, rimandano alla “berakha” ebraica, cioè alla grande preghiera di ringraziamento e di benedizione della tradizione d’Israele che inaugurava i grandi conviti».

Anche le apparenti discrepanze dei Vangeli non sono mai casuali, ma sono giunte fino a noi per una ragione. Qui «le due diverse parole greche indicano le due direzioni intrinseche e complementari di questa preghiera. La “berakha”, infatti, è anzitutto ringraziamento e lode che sale a Dio per il dono ricevuto»: pane e vino. C’è qui un duplice movimento: «la preghiera di lode e ringraziamento, che si innalza verso Dio, ritorna come benedizione, che scende da Dio sul dono e lo arricchisce. Il ringraziare, lodare Dio diventa così benedizione, e l’offerta donata a Dio ritorna all’uomo benedetta dall’Onnipotente». Le stesse parole dell’istituzione dell’Eucaristia, per noi così importanti, «si collocano in questo contesto di preghiera; in esse la lode e la benedizione della “berakha” diventano benedizione e trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù».

Anche i gesti fanno parte della preghiera. «Chi spezza il pane e passa il calice è anzitutto il capofamiglia, che accoglie alla sua mensa i familiari, ma questi gesti sono anche quelli dell’ospitalità, dell’accoglienza alla comunione conviviale dello straniero, che non fa parte della casa. Questi stessi gesti, nella cena con la quale Gesù si congeda dai suoi, acquistano una profondità del tutto nuova: Egli dà un segno visibile dell’accoglienza alla mensa in cui Dio si dona. Gesù nel pane e nel vino offre e comunica Se stesso».

Come può qualcuno offrire se stesso con questi gesti, dopo tutto semplici? «Gesù sa che la vita sta per essergli tolta attraverso il supplizio della croce, la pena capitale degli uomini non liberi, quella che Cicerone [106-43 a. C. ] definiva la “mors turpissima crucis”». Con il dono del pane e del vino, il Signore «offre in anticipo la vita che gli sarà tolta e in questo modo trasforma la sua morte violenta in un atto libero di donazione di sé per gli altri e agli altri. La violenza subita si trasforma in un sacrificio attivo, libero e redentivo».

Ancora una volta, tradizione ebraica e novità cristiana sono entrambe ben presenti: «nella preghiera, iniziata secondo le forme rituali della tradizione biblica, Gesù mostra la sua identità e la determinazione a compiere fino in fondo la sua missione di amore totale, di offerta in obbedienza alla volontà del Padre. La profonda originalità del dono di Sé ai suoi, attraverso il memoriale eucaristico, è il culmine della preghiera che contrassegna la cena di addio con i suoi». «Con il dono di Sé Egli celebra la sua Pasqua, diventando il vero Agnello che porta a compimento tutto il culto antico. Per questo san Paolo parlando ai cristiani di Corinto afferma: “Cristo, nostra Pasqua [il nostro Agnello pasquale!], è stato immolato! Celebriamo dunque la festa … con azzimi di sincerità e di verità” (1 Cor 5, 7-8)».

Se passiamo ora al Vangelo di Luca, vediamo come qui è stato «conservato un ulteriore elemento prezioso degli eventi dell’Ultima Cena, che ci permette di vedere la profondità commovente della preghiera di Gesù per i suoi in quella notte, l’attenzione per ciascuno». Sul finire della cena, Gesù si rivolge a Pietro e gli dice: «Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31-32).

I discepoli stanno per rivelarsi deboli, ma la preghiera di Gesù «sorregge la loro debolezza, la loro fatica di comprendere che la via di Dio passa attraverso il Mistero pasquale di morte e risurrezione, anticipato nell’offerta del pane e del vino. L’Eucaristia è cibo dei pellegrini che diventa forza anche per chi è stanco, sfinito e disorientato». E notiamo che la preghiera è particolarmente per Pietro, perché, «una volta convertito, confermi i fratelli nella fede. L’evangelista Luca ricorda che fu proprio lo sguardo di Gesù a cercare il volto di Pietro nel momento in cui questi aveva appena consumato il suo triplice rinnegamento, per dargli la forza di riprendere il cammino dietro a Lui».

Questa preghiera di Gesù noi la riviviamo «in modo straordinario» ogni volta che partecipiamo all’Eucarestia. Gesù prega con noi, prega in noi «affinché il male, che tutti incontriamo nella vita, non abbia a vincere e agisca in noi la forza trasformante della morte e risurrezione di Cristo». Fin dall’inizio della sua storia, «la Chiesa ha compreso le parole di consacrazione come parte della preghiera fatta insieme a Gesù; come parte centrale della lode colma di gratitudine, attraverso la quale il frutto della terra e del lavoro dell’uomo ci viene nuovamente donato da Dio come corpo e sangue di Gesù, come auto-donazione di Dio stesso nell’amore accogliente del Figlio». E ancora oggi, «partecipando all’Eucaristia, nutrendoci della Carne e del Sangue del Figlio di Dio, noi uniamo la nostra preghiera a quella dell’Agnello pasquale nella sua notte suprema, perché la nostra vita non vada perduta, nonostante la nostra debolezza e le nostre infedeltà, ma venga trasformata».