Intervista a padre Giorgio Maria Carbone, docente di Teologia morale

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 17 giugno 2010 (ZENIT.org).- Per molti la carità è un’azione che si esaurisce con l’elemosina.

Non ci sono dubbi che ogni buona azione di donazione verso l’altro sia meritoria, ma per il cristianesimo la carità ha un valore molto più alto e deve essere praticata con una forma che va oltre la beneficenza.

Per la religione cristina la carità è legata all’amore, alla presa di responsabilità totale nei confronti dell’altro ed implica comportamenti di stretta fratellanza.

Forse per questo motivo San Paolo ha indicato la carità come la “più grande di tutte” le virtù.

Su questo tema, padre Giorgio Maria Carbone, frate domenicano e sacerdote, dottore in Giurisprudenza e Teologia, docente di Teologia morale presso la Facoltà di Teologia dell’Emilia Romagna ha scritto e pubblicato un volume dal titolo “Ma la più grande di tutte è la carità” (Edizioni Studio Domenicano).

ZENIT lo ha intervistato.

Che cosa è la carità?

Padre Carbone: La carità è innanzitutto l’identità stessa di Dio. È quanto impariamo dalla prima lettera dell’apostolo Giovanni: «Dio è amore» 1 Gv 4,16, in questo passo l’Apostolo usa il termine greco agape, che significa amore gratuito di benevolenza. La carità, poi, significa l’amore con il quale Dio ama se stesso, cioè l’amore con il quale il Padre ama il Figlio, e l’amore con il quale il Padre ama il Figlio è lo stesso Spirito Santo, che è detto anche Amore personale. La carità significa anche l’amore con il quale Dio ama ognuno di noi: e Dio ci ama con lo stesso Amore con il quale ama sé, cioè ci ama nello Spirito Santo. È questo il senso della preghiera che Gesù rivolge al Padre prima dell’arresto (Gv 17,26): «L’amore con il quale mi hai amato [che è lo stesso Spirito Santo] sia in essi [nei discepoli] e io in loro». Infine, la carità significa l’amore con il quale noi amiamo Dio, noi stessi, e il nostro prossimo. Quest’ultimo è, quindi, un amore di risposta, un amore di risultato che dipende dal fatto che Dio è amore e che Dio ci ama.

Cosa distingue la carità cristiana dal concetto di solidarietà o di altre forme di aiuto secolarizzato?

Padre Carbone: L’elemento caratteristico che fa la differenza è l’origine, la fonte e la consapevolezza di questa origine. La carità è la natura stessa di Dio, è il fatto che Dio mi ama con l’amore con il quale egli ama se stesso. E proprio per il fatto che Dio mi ama e mi coinvolge nel suo dinamismo di amore, allora io sono reso capace di amare con il suo stesso amore: è questa la carità cristiana. È una sorta di abilitazione, di potenziamento che Dio opera in noi: Gesù Cristo, amandoci, ci costituisce capaci di amare a nostra volta con il suo cuore e il suo slancio, con le sue motivazioni e i suoi fini. Questo è il disegno di salvezza nel quale ogni uomo e donna è chiamato ad entrare attivamente: un disegno di amore salvifico che si realizza mediante l’amore oblativo, cioè l’amore che diventa offerta di sé. È quanto accenna san Paolo nella lettera agli Efesini. Quindi, la carità trova la sua origine in Dio stesso e ci rende conformi alla vita di Cristo.

La solidarietà, l’altruismo, la generica benevolenza sono buone disposizioni dell’animo umano, cioè sono delle virtù e come tali sono apprezzabili, possono condurre a compiere gli stessi gesti cui può condurre la carità. Ma l’origine e la meta della solidarietà, dell’altruismo e della generica benevolenza sono diverse dall’origine e dalla meta della carità: infatti, la solidarietà nasce, non tanto dal fatto di sapere che Dio mi ama, non tanto dall’esigenza di corrispondere all’amore di Dio, ma dalla consapevolezza di appartenere a una stessa comunità e di avere interessi e finalità comuni. Mentre la carità ha come meta Dio stesso, cioè il partecipare alla sua stessa vita di amore e di felicità, la solidarietà umana ha come meta una realtà più immediata, l’aiuto vicendevole. La teologia classica sinteticamente insegna che il “motivo formale” della carità è Dio stesso, cioè la consapevolezza e la riconoscenza di essere amati da Dio e la volontà di corrispondere a tanto amore, mentre il “motivo formale” della solidarietà o dell’altruismo è la consapevolezza di avere in comune qualcosa con la persona amata.

Nel libro di cui è autore lei sostiene che la carità è forma di tutte le virtù. Perché?

Padre Carbone: Che la carità sia forma di tutte le virtù significa che le conduce tutte alla più alta perfezione. Bisogna intendersi bene. Ogni virtù umana, come le virtù cardinali della prudenza o della giustizia, perfezionano l’uomo, e lo perfezionano relativamente a qualche aspetto della sua vita, della sua attività in vista del raggiungimento di qualche obiettivo. Ad esempio la virtù della giustizia perfeziona la mia volontà perché mi rende capace di riconoscere e realizzare in modo costante il bene comune e il diritto dell’altro. Quindi, mi perfeziona relativamente alle relazioni sociali interpersonali e in vista del raggiungimento di una meta prossima, che è la pacifica e ordinata convivenza civile. La carità, invece, mi relaziona innanzitutto con Dio, perché è un amore di risposta all’amore ricevuto da Dio; poi mi relaziona con me stesso e con il mio prossimo, perché mi rende capace di amare me e il mio prossimo con lo stesso cuore e la stessa volontà di Gesù Cristo; e infine mi orienta a raggiungere non tanto un fine prossimo, ma un fine ultimo e definitivo, che è Dio stesso, il suo amore beatificante, e questo non solo nella vita futura, ma già nel corso di questa esistenza almeno in modo iniziale. La carità estende questa sua opera di perfezionamento a tutte le virtù. Ma come? Mediante la volontà umana. Ogni virtù, per essere tale, deve essere una disposizione volontaria dell’animo, cioè per poter dire «sono giusto o ho la virtù della giustizia» devo voler esercitare la giustizia, devo voler compiere atti di giustizia: alla radice della vita virtuosa c’è il nostro agire volontario. Ora la carità è una virtù che perfeziona proprio la volontà umana, rendendola capace di amare come e perché Dio ama. E poiché ogni atto virtuoso è sempre un atto volontario, se la volontà è perfezionata dalla carità, anche l’atto virtuoso di una virtù cardinale, come la giustizia, parteciperà del dinamismo dell’amore di carità, cioè avrà non solo la meta prossima della pacifica e ordinata convivenza civile, ma mirerà anche alla meta ultima e definitiva di Dio e della sua beatitudine amorosa.

La fede cattolica indica la carità come una delle virtù teologali. San Paolo sostiene che la carità è la più grande di tutte le virtù. Ci può spiegare perché questa scelta privilegiata?

Padre Carbone: In parte con le ragioni dette poco fa, e in parte anche con altre ragioni che si desumono dal confronto tra la virtù della carità e quella della fede. Entrambe sono virtù teologali, cioè hanno Dio come origine: solo Dio è la causa efficiente della fede e della carità, nessuno può causare a se stesso la fede e la carità; possiamo disporci a ricevere queste virtù, con la preghiera, con la pratica dell’umiltà, accostandoci ai sacramenti, ma non siamo noi a originare queste virtù, è Dio che le dona. Sono teologali anche perché Dio ne è l’oggetto: con la fede noi conosciamo Dio e ciò che Dio dice di sé e del creato; e con la carità noi amiamo Dio e ciò che Dio ama. Ma la differenza è questa. La fede perfeziona l’intelligenza umana e le fa conoscere Dio stesso. Questo processo di conoscenza fa uso del linguaggio e dei concetti umani, quindi di concetti limitati, finiti, che sono per loro natura riduttivi della realtà senza limiti che è Dio. Quindi, la fede, per quanto perfezioni l’intelligenza, ha un limite oggettivo: riduce Dio nei limiti finiti dei nostri concetti, per quanto possano essere concetti e idee contenute nella rivelazione storico-biblica. La carità, invece, perfeziona la volontà e la volontà si porta sulla persona amata così come questa è in se stessa. L’amore e la volontà comportano un movimento dalla persona che ama alla persona amata per raggiungere il possesso della stessa persona amata, nella sua reale identità e non nell’idea che noi ci siamo fatti di essa. Per questo la carità è più eccellente anche rispetto alla fede: mira a gioire e amare Dio per quello che Dio è in se stesso.

In che modo la carità intesa come amore per il prossimo, ha influenzato e può contribuire all’organizzazione sociale delle civiltà?

Padre Carbone: Se la carità suppone la scoperta di essere amati da Dio, di essere tutti fratelli in Gesù Cristo e di essere tutti chiamati a partecipare al disegno salvifico di amore e beatitudine della Trinità, allora può irrobustire qualsiasi attività di solidarietà, di impegno politico e sociale, fornendo delle motivazioni che dipendono non dalle simpatie o alleanze politiche o affaristiche, ma da fatti, e i fatti non sono più modificabili, neanche Dio può fare che un fatto accaduto non sia accaduto. In altri termini, la carità dà a qualsiasi organizzazione civile e sociale un valore aggiunto insostituibile: fa entrare nella dinamica delle relazioni sociali quella linfa vitale e indispensabile che è la grazia e l’amore di Gesù Cristo.