di Gianfranco Ravasi
Tratto da Avvenire del 17 maggio 2009

Una folla di ricordi attraversava la mia mente e il mio spirito in quel tardo pomeriggio del giorno di Pentecoste di dieci anni fa, il 23 maggio 1999.

Nella suggestiva, intima casa di via Donizetti, nel cuore di quella Milano da lui tanto amata, ero davanti allo scrittore e amico Luigi Santucci che poche ore prima aveva concluso il suo itinerario terreno. Pensieri, memorie piccole e grandi, persino parole aleggiavano in quello spazio, fili difficili da dipanare e da afferrare. Tra questi c’era anche il reticolo delle nostre riflessioni religiose, affidate agli incontri estivi di Bellagio, davanti alla bellezza unica del lago e dei monti manzoniani.

Ebbene, in quei percorsi teologici non mancava un filo oscuro, segno di un più vasto orizzonte di tenebra. Il tema del male aveva sempre tormentato la ragione e l’arte di Santucci, così come il dramma della morte: basterebbe solo riprendere tra le mani Il Mandragolo del 1979 o quel gioiello letterario che è l’Orfeo in paradiso del 1967 (a proposito di quest’ultimo, perché non riproporlo a nuovi e vecchi lettori negli Oscar Mondadori?).

È, allora, significativo che Avvenire pubblichi ora un inedito dello scrittore milanese, incentrato proprio sulla figura più tenebrosa, Satana (un vocabolo ebraico che vuol dire «Avversario») o il diavolo, in greco «colui che divide», l’ombra di Dio, tragica presenza nella storia della libertà umana.

A lui Santucci rivolge una paradossale preghiera: «Ti prego di esistere», un’invocazione che, certo, ammicca alla frequente ‘ demitizzazione’ di Satana, operata da un pensiero (persino teologico) che si ritiene libero dai reperti di quello che è considerato come un paleolitico culturale. Eppure, già Baudelaire non esitava a dichiarare che «la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esiste». Una convinzione ripresa da Papini che al Diavolo aveva dedicato un intero volume nel 1953: «L’ultima astuzia del diavolo fu quella di spargere la voce della sua morte». Ma anche un sincero agnostico come Gide professava così una sua particolare fede: «Non credo nel diavolo. Ma è proprio quello che il diavolo spera: che non si creda in lui».

Ma c’è una ragione più profonda nella sorprendente ‘ preghiera al diavolo’ di Santucci. La non esistenza di Satana farebbe, infatti, totalmente ricadere sulla libertà umana la piena, assoluta ed esclusiva responsabilità del male che stria tutta la storia coi suoi fiumi di sangue, di violenza, di immoralità, di perversione.

Certo, il diavolo non può essere un alibi per scaricare su di lui ogni accusa di colpevolezza, ma è anche il segno che non siamo soli nel sopportare il peso enorme, immenso, soffocante della colpa.

È un’attenuante che non elide la nostra reità, ma ci lascia aperto un varco per ottenere misericordia e per non essere imputati dell’intero, sterminato cumulo del male. Per questo, Santucci, elencando l’infinita lista delle vergogne compiute dall’umanità, invoca ironicamente il diavolo: «Io Ti prego di esistere».