di Rino Cammilleri da La Bussola Quotidiana
Vien da chiedersi perché i soloni del laicismo non si facciano i fatti loro. Invece, non perdono occasione per dare ai cattolici lezioni di cattolicesimo. Almeno lo conoscessero. Invece, meno ne sanno e più insegnano, danno consigli pure al papa, addirittura citano filosofi ebraici per spiegare Cristo ai cristiani.

Naturalmente, il processo inverso non è consentito, perché la loro occhiuta inquisizione è pronta a bacchettare ogni invasione di campo e, soprattutto, filtrare gli eventuali moscerini cattolici con crivelli in cui a stento passerebbe l’aria. Stavolta, tanto per cambiare, è il solito Augias, notorio esperto di dottrina cristiana, che a due lettori di «Repubblica» (uno meglio dell’altro, e vedremo perché) il 4 aprile 2012 spiega che le preghiere per invocare la pioggia richieste da mons. Betori attraversano «in modo pericoloso il confine tra fede e superstizione, già così fragile di suo».

La fede, insomma, è in pericolo e, chissà perché, Augias se ne preoccupa. Ma vediamo queste lettere. La prima è di uno che si firma, e si scandalizza: pensa che i monsignori «bestemmino. Infatti essi attribuiscono a Dio la mancanza di pioggia (…) e, ancor peggio, attribuiscono a Dio la possibilità che piova soltanto perché hanno pregato». Sintassi a parte, abbiamo qui uno che, nell’era elettronica, figuratevi se può credere a pratiche sciamaniche tipo danza-della-pioggia. Anche Bultmann, viste le lampadine elettriche e le radio a galena, scoprì che non si poteva continuare a credere in certe cose. A Carducci addirittura bastò una vaporiera. L’altro lettore è uno che ha «letto con sgomento l’invito di monsignor Betori a pregare per la pioggia. Mi chiedo quale sia l’immagine di Dio che Sua Eccellenza ha dentro di sé». Noi ci chiediamo qual sia la sua, visto che è «rimasto basito». Poi, con somma coerenza, la chiusa: «La prego di non firmare questa lettera, faccio anch’io parte della Chiesa, anche se ho di Dio una visione molto diversa». Forse questo lettore ha sbagliato porta e si è infilato nella Chiesa dei Testimoni di Geova.

Qualcuno dovrebbe informarlo dell’equivoco. Augias risponde citando Baruch Spinoza e il suo Breve trattato su Dio, che dà addosso ai pretesi miracoli e alla creduloneria dei cristiani, poi spiega che «invocare da Dio il bene possibile della pioggia significa attribuirgli il male certo della siccità, il che per un cardinale è grave». Augias, dunque, bacchetta sulle dita il cardinale (ahiahiahi, Betori, questo è un errore blu!), e lo fa alla luce di una logica sui generis: la siccità è sicura colpa di Dio, la pioggia sarà eventuale merito di chi la chiede. Boh. Eppure, se non i lettori di «Repubblica», almeno Augias ha l’età di chi dovrebbe aver letto da piccolo il catechismo di San Pio X (per quello moderno, più grosso, non ha tempo, visto che deve compulsare l’opera omnia di Spinoza, compresa l’Epistola 23 a Oldenburg). Dal quale si desume che tutto il cristianesimo consiste in questo: Signore, salvaci.

I cristiani, affetti da Peccato Originale e perciò viventi in una Valle di Lacrime, pregano continuamente Dio di rendere meno dura la loro condizione (la cui «colpa» la si trova descritta nel Genesi, libro biblico non ignoto nemmeno a Spinoza) e di portarli, dopo morti, nel suo Regno. Per quanto riguarda la pioggia, la cui mancanza o sovrabbondanza può essere un flagello, nemmeno la civiltà industriale e informatica ha saputo ovviarvi, e da sempre la Chiesa ha preghiere (anche preconfezionate, come le antiche Rogazioni) e Santi speciali per questa necessità. Ora, speriamo che ai lettori di «Repubblica» non venga in mente di chiedere lumi ad Augias a proposito di quelli che, malati senza speranza, vanno a chiedere guarigione a Lourdes. Altrimenti, dopo essersi stracciato le vesti su un Dio che «causa» il cancro, sarebbe capace di citare a conferma Zola e Voltaire.