di Cesare Cavoni*

ROMA, domenica, 6 settembre 2009 (ZENIT.org).- Le lobbies pro aborto “non desideravano”  spaventare quella fetta di società ancora dubbiosa, se non ostilmente contraria, ad una scelta netta e radicale come quella dell’aborto medico; una scelta che mira, fondamentalmente, a separare ancora di più la sessualità dalla procreazione, e a togliere l’accesso all’aborto dall’ambito di controllo statale, medico e scientifico per concederlo “gentilmente” alla sfera privata, casalinga (nel vero senso della parola) e, se ella lo desidera, familiare (nell’accezione più ampia possibile) della donna. Ironia della sorte! Si è fatto il percorso esattamente inverso alla socializzazione/medicalizzazione dell’aborto volontario, alla sua emersione dal privato, sostenuta da chi voleva legiferare in materia di “interruzione volontaria di gravidanza” per strappare le donne, si diceva, dalle peraltro tristi (talora mortali), circostanze dell’aborto clandestino.

Un cambiamento, insomma, davvero profondo, ma che ha avuto bisogno di oltre venti anni per potersi assestare in maniera sufficientemente convincente. Se non fosse stato per le morti (sedici quelle segnalate a fine 2007) verosimilmente correlate all’assunzione del mifepristone, il castello di sabbia dell’RU 486 sarebbe ancora, forse, tutto intero in riva al mare degli effetti collaterali. Sono venuti i dati ad avvelenare i sostenitori della “pillola magica”. S’era detto che gli aborti sarebbero diminuiti e diventati più sicuri e che nessuno avrebbe più scelto l’aborto chirurgico di fronte alla semplice prospettiva di assumere una pasticca che sostava, familiarmente, sul comodino. Ma i dati, appunto, hanno portato cattive nuove: gli aborti calavano da soli; solo un’esigua percentuale di donne sceglieva l’RU 486, perché il suo iter si rivelava troppo lungo e gravoso, fisicamente e psicologicamente. Di sicurezza, poi, come poter parlare con sicurezza?! Emorragie, gravidanze non risolte, morti da shock settico e, nel migliore dei casi, il tonfo sordo del materiale ovulare (embrione incluso) nello scarico igienico dopo giorni di attesa, scandivano un tempo che assomigliava, più che al tempo di una liberazione, a un tempo di morte e basta. Dunque, cos’era meglio? Far finta di non vederla o non vederla proprio, sotto anestesia, col vecchio metodo operativo? Dieci minuti di “black out” e via: domani è un altro giorno! E poi le fandonie sul costo: meno caro, dicevano, per le donne e per le casse pubbliche.

In realtà per le donne non era cambiato granché, forse qualche euro di differenza, a volte in meno, spesso in più. Per la sanità pubblica: un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, così poco ambìto; costretti a metter toppe sugli sbagli degli altri; più letti a disposizione; ma, di sicuro, un costo non proprio lieve se uno Stato avesse deciso di passare gratuitamente un farmaco che, solo nel primo periodo, la vecchia azienda produttrice voleva piazzare, all’epoca, a non meno di 500 franchi francesi. Allora, come convincere le autorità ad approvarlo, a metterlo sul mercato; quale la via più breve e più legale? Ad esempio, facendolo diventare un farmaco compassionevole per malati senza alternativa oltre la morte. Certo, ma per poter giungere ad un approdo simile, sarebbe stato necessario tirar su un altro castello (di sabbia?) pieno di malattie, dimostrando per giunta come il principio mifepristonico si stesse dando da fare nell’intercettare queste ultime. Ecco allora spuntare fibromi, meningiomi, endometriosi, cancro alla mammella e alla prostata, e un mucchio e una sporta di altre patologie su cui le sperimentazioni mediche – i cosiddetti trials clinici –, con la somministrazione dell’RU 486, and vano via via attestandosi in percentuali definite promettenti. Dunque, la via che avrebbe condotto all’approvazione dell’RU 486 per un uso davvero terapeutico e, poi, fuori prescrizione (off label), a scopo abortivo, stava per essere asfaltata. Nello stesso tempo, come in un effetto a forbice, ci si preparava a perorare la causa di un “aborto non aborto”, non ritenendo giusto definire come abortiva un’early option pill, una pillola che contrasta all’inizio, anzi anticipa, una gravidanza quando non, addirittura, un suo accenno. Ma ciò avrà avuto pure un senso, se quello che è considerato, a torto, fonti alla mano, il padre dell’RU 486, Etienne-Emile Baulieu, inventò, quello sì, il termine “contragestativo” per il metodo in oggetto. Mezzo contraccettivo e mezzo abortivo, fino a farlo diventare quasi esclusivamente “preventivo”: se preso ogni mese, potrebbe inibire le mestruazioni; e, quindi, va’ poi a sapere se l’ovulo “era” o “stava per essere” fecondato! Chi potrebbe dirlo? Forse nessuno, dal momento che le autorità regolatorie francesi decisero a loro tempo di approvare il farmaco solo come alternativa all’aborto chirurgico e, in più, sotto stretto controllo medico. Ma come?! Non era la pilloletta da comodino, la pillola spazzacamino di medici e ospedali, nonché del potere “machocratico” sul corpo delle donne? Perché mai nella patria del Secolo dei Lumi si andava prescrivendo un farmaco così liberante e liberatorio ponendo limiti alla scienza?

Il paradosso più grande fu che, fin dalle prime sperimentazioni, i diversi ricercatori che misero mano all’RU 486 dichiararono comodamente, senza alcun velo, di puntare all’utilizzo della stessa come “nuovo contraccettivo”, talmente nuovo da giustificare anche un nuovo termine per poterne esprimere la portata: contragestazione. Anzi, sulle prime, l’aborto sembrava rappresentare un palliativo per una scoperta che intendeva rivoluzionare sessualità e procreazione; in sostanza: avere il controllo totale della popolazione. Quella di abortire o meno, infatti, non era più la scelta vera da compiere, poiché, vista in un’ottica di liberazione, essa esisteva già attraverso la legalizzazione dell’aborto. No, la scelta vera era quella di poter prendere una pasticca, a casa propria, per sopprimere il ciclo mensile e riprenderlo, eventualmente, solo e quando – ecco il punto – si fosse deciso di avere una gravidanza. In questo clima di speranzosa liberazione, i media lanciarono subito il cuore oltre l’ostacolo. Ma lo lanciarono così oltre che non tennero minimamente conto degli studi scientifici e della praticabilità di un mezzo, di un farmaco ancora non testato a sufficienza e sul quale perfino gli stessi scopritori andavano cauti. Lo stupore per tutto questo – prima ancora che dell’opinione pubblica, su cui si riversarono un mare di promesse scientifiche e di mutamenti epocali nella vita delle donne e, per riflesso, nella vita della società – fu proprio degli scienziati, ben lontani dall’attendersi tanto clamore per qualcosa che ancora non era stato inventariato completamente e di cui essi stessi ignoravano gli sviluppi precisi. Vi si adeguarono presto, certo, perché, in fondo, fama e finanziamenti fanno gola a tutti, ma di sicuro avvertirono l’enorme peso, la responsabilità per una proposta le cui aspettative stavano giocando troppo d’anticipo sul ritmo dei laboratori. D’altra parte, le ricerche sugli abortivi farmacologici erano già state avviate fin dai primi anni ’70 del XX secolo, indirizzate a risolvere malthusianamente la sovrappopolazione nei Paesi in via di sviluppo. Siccome tutti i nodi vengono al pettine, forse per una strana coincidenza di eventi o forse per una combinata strategia che mescolava interessi economici, politici e sociali, al sorgere degli anni ’80 tutte le teorie e le ricerche sull’argomento dell’aborto medico si incrociarono: dall’uso delle prostaglandine, somministrate da sole o proprio col mifepristone, alla combinazione con l’antitumorale Methotrexate. Insomma, l’RU 486 ha costituito la miccia per far esplodere ricerche tenute nel cassetto ed in cui l’opinione pubblica non era stata ancora costretta dai media a ficcare il naso. Perché – vale la pena di sottolinearlo, pur rischiando di essere pedanti e ripetitivi –, senza l’intervento dei mass media, certe ricerche, non solo, com’è ovvio, non avrebbero occupato la scena della pubblica opinione, ma, forse, non avrebbero proprio avuto luogo e seguito. Sarà lo stesso presunto scopritore dell’RU 486, Baulieu, a scriverlo a chiare lettere nel proprio libro memoriale sulle intricate vicende della pillola abortiva. Ma, come abbiamo visto in questi anni, lo scarto tanto atteso tra l’aborto prima e l’aborto dopo la pillola, non c’è mai stato. C’è stata prevalentemente la cavalcatura di questo remunerativo cavallo di Troia.

Tutti elementi oggi ancor più rintracciabili, specialmente dopo la richiesta, giunta nel novembre del 2007 dall’azienda francese produttrice, la Exelgyn, di mutuo riconoscimento dell’RU 486. Una richiesta che, se accettata dalle autorità italiane, porterà allo sbarco della pillola abortiva anche nel nostro Paese. Per tutte queste ragioni, dunque, dopo aver esaminato gli aspetti generali di ordine scientifico e di ordine etico sull’RU 486, concentreremo l’attenzione su una comparazione a distanza tra i media italiani e quelli statunitensi, che ci è utile per almeno tre motivi: primo, per mettere a confronto il dibattito sul tema da parte dei media USA con quello da parte dei media nazionali del 2002 e del 2005; secondo, perché tali media sviscerano sin dall’inizio linee di pensiero e obiettivi che vanno molto al di là della semplice utilizzazione dell’RU 486 come metodo abortivo, mostrando e anticipando temi fondamentali con cui poi dovranno fare i conti; terzo, in quanto il panorama editoriale è carente di studi del genere. L’aborto viene di fatto tolto dalla sfera della medicalizzazione, ricondotto totalmente nella sfera privata dell’individuo e, quindi, anche svincolato da ogni responsabilità sociale (oltre che morale) in nome di un nuovo concetto di “privacy”, il quale è applicato a qualsiasi decisione riguardo al proprio corpo. Così si spalancano le porte ad un’assolutizzazione del principio di autonomia (il rispetto dell’autodeterminazione del soggetto), togliendo ogni diritto al nascituro e investendo anche la relazione con l’altro (l’embrione, il feto, il figlio) in base a tale principio. L’aborto può essere compiuto nel chiuso della propria casa. E compare fin da subito l’opzione contraccettiva dell’RU 486, vista come il migliore anticoncezionale, sul quale si scatenano (e si scateneranno) interessi commerciali e guerre aziendali. L’analisi delle informazioni sull’RU 486 veicolate dai media ci occorre dunque per capire se al centro delle dispute politiche e farmaceutiche sia stato messo il diritto delle persone ad essere informate. E ci serve per capire se, di fronte ad un argomento così importante, si siano forniti all’opinione pubblica i mezzi necessari per maturare un’opinione seria ed argomentata. In definitiva, per poter scegliere avendo come obiettivo il vero bene dell’uomo.

[La prima parte è stata pubblicata il 30 agosto scorso]

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* Cesare Cavoni, giornalista professionista per l’emittente televisiva della Conferenza Episcopale Italiana SAT2000, dove conduce da anni trasmissioni di scienza e bioetica, è Laureato in Letterature Comparate alla Sapienza di Roma, master in Bioetica presso l’Istituto Giovanni Paolo II dell’Università Lateranense, Perfezionato in Bioetica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dottorando di ricerca in Bioetica sempre presso la Cattolica, docente di Bioetica e Mass media per i corsi di perfezionamento in Bioetica dell’università di Roma e Campobasso.