«Cinque giorni dopo» è abortivo, non anticoncezionale
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire del 20 agosto 2010

Il suo meccanismo di azione è analogo a quello della pillola abortiva Ru486, ma EllaOne – indicata come «la pillola dei cinque giorni dopo» – è registrata dall’azienda produttrice come contraccettivo di emergenza.

In altre parole, è fra quei farmaci usati per impedire una gravidanza, ma che si assumono solo dopo un rapporto sessuale nel quale vi sia stata la possibilità di un concepimento, quando ancora non è possibile effettuare un test di gravidanza.

In Italia c’è già la «pillola del giorno dopo», che funziona se presa entro 72 ore dal momento della possibile fecondazione; con EllaOne, non ancora approvata nel nostro Paese, i giorni di efficacia arrivano a cinque. La differenza è nel meccanismo di azione, ma in entrambi i casi non si esclude che in presenza di un embrione le due pillole ne impediscano l’annidamento in utero.

L’espressione «contraccezione d’emergenza» è un’invenzione lessicale del mercato farmaceutico per cercare di diffondere surrettiziamente farmaci che possono avere anche un effetto abortivo, evitando le polemiche che questi suscitano, e al tempo stesso aggirando le leggi nazionali che regolano l’aborto.

La vicenda della Ru486 ha pur insegnato qualcosa: una pillola abortiva, di per sé, è un prodotto che non si presenta bene, e che non si riesce ad associare a un’esperienza positiva. Ma soprattutto l’introduzione di un farmaco abortivo deve sempre avvenire nel rispetto delle normative che regolano l’aborto, diverse da Paese a Paese. E anche quello più favorevole alla Ru486, la Francia, che ha voluto modificare la legge nazionale appositamente per favorirne la diffusione consentendo l’aborto a domicilio, lo ha potuto fare solo dopo dieci anni di tenace impegno di medici e politici nella promozione del metodo farmacologico.

Per regolare la diffusione dei prodotti contraccettivi, invece, non ci sono leggi come quelle sull’aborto: il mercato li può assorbire più facilmente, quindi, spesso nella disattenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico.

Ma c’è un elemento ulteriore che accomuna tutti i «contraccettivi d’emergenza», importante dal punto di vista educativo: l’incertezza. Al momento in cui si utilizzano queste sostanze, non c’è sicurezza sulla presenza di un embrione, e quindi neppure sulla sua eventuale eliminazione. Un aborto precocissimo, ma incerto, che sfugge persino al più blando dei controlli: il conteggio. Nessuna donna che abbia utilizzato un «contraccettivo d’emergenza» saprà mai se ha interrotto una gravidanza nelle sue prime ore. Impossibile contare il numero degli embrioni eliminati in questo modo: al massimo si può sapere quante pillole sono state vendute, ma quelle effettivamente consumate e gli eventuali aborti possono essere solo ‘stimati’ in modo approssimativo.

L’aborto è incerto perché lo sono la gravidanza e il consumo stesso del farmaco, ma anche perché altrettanto insicuro è il rapporto che, forse, ha generato quell’embrione: legami sentimentali poco stabili, spesso occasionali, magari del sabato sera.

Sono le pillole dell’incertezza del vivere, quando tutto è precario e al tempo stesso possibile, e non si è più sicuri di niente. Come si può educare una generazione alla responsabilità nei rapporti se non si riesce neppure ad avere la percezione di cosa effettivamente si sta facendo? Come è possibile educare al rispetto della vita nascente, se non si sa neppure se ci sia o no? E come si potranno poi giudicare i propri atti, se non c’è neppure la possibilità di sapere cosa realmente è successo? Se un fatto è incerto, ancor più lo sarà la possibilità di valutarlo: è l’ennesima faccia dell’emergenza educativa che segna il nostro tempo.