di Massimo Introvigne da La Bussola Quotidiana
Dopo la pausa pasquale, con l’udienza generale del 18 aprile 2012 Benedetto XVI ha ripreso la sua «scuola della preghiera», soffermandosi su un episodio che gli esegeti hanno definito la «piccola Pentecoste», e notando come nei momenti di grande difficoltà la reazione appropriata della Chiesa è costituita dall’unità e dalla concordia, un commento in cui non è difficile vedere allusioni anche a temi di attualità.

Che cos’è la «piccola Pentecoste»? Dopo la guarigione di un paralitico presso il Tempio di Gerusalemme (cfr At 3,1-10), Pietro e Giovanni sono arrestati (cfr At 4,1) perché annunciano un evento scandaloso,  la Risurrezione di Gesù (cfr At 3,11-26). Dopo un processo sommario, sono rimessi in libertà e raggiungono gli altri apostoli e discepoli: ma la situazione è ancora molto tesa, e la minaccia di una gravissima persecuzione aleggia sui primi cristiani. In quel momento, riferiscono gli Atti degli Apostoli, «tutti unanimi innalzarono la loro voce a Dio» (At 4,24). E qui san Luca, l’autore degli Atti degli Apostoli, «riporta – ricorda il Papa – la più ampia preghiera della Chiesa che troviamo nel Nuovo Testamento», alla fine della quale ci dice che «il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati dello Spirito Santo e proclamavano la Parola di Dio con franchezza» (At 4,31).
Per Benedetto XVI c’è qui una lezione molto importante per noi, «un atteggiamento di fondo importante: di fronte al pericolo, alla difficoltà, alla minaccia, la prima comunità cristiana non cerca di fare analisi su come reagire, trovare strategie, come difendersi, quali misure adottare, ma, davanti alla prova, si mette in preghiera, prende contatto con Dio».

E la nota fondamentale di questa preghiera è l’unità: la concordia fra fratelli che, come pure sappiamo dagli Atti degli Apostoli, a proposito di tante questioni cominciavano ad avere opinioni in parte diverse. Ma qui pregano concordi. «Si tratta di una preghiera unanime e concorde dell’intera comunità, che fronteggia una situazione di persecuzione a causa di Gesù. Nell’originale greco san Luca usa il vocabolo “homothumadon” – “tutti insieme”, “concordi” – un termine che appare in altre parti degli Atti degli Apostoli per sottolineare questa preghiera perseverante e concorde (cfr At 1,14; 2,46)». La concordia «è l’elemento fondamentale della prima comunità e dovrebbe essere sempre fondamentale per la Chiesa».

Non è solo la preghiera di Pietro e di Giovanni, che si sono trovati in pericolo, ma di tutta la Chiesa.
«Di fronte alle persecuzioni subite a causa di Gesù, la comunità non solo non si spaventa e non si divide, ma è profondamente unita nella preghiera, come una sola persona, per invocare il Signore. Questo, direi, è il primo prodigio che si realizza quando i credenti sono messi alla prova a causa della loro fede: l’unità si consolida, invece di essere compromessa, perché è sostenuta da una preghiera incrollabile». «La Chiesa non deve temere le persecuzioni che nella sua storia è costretta a subire»: deve temere molto di più le divisioni e le discordie interne, che rafforzano pure la posizione dei persecutori.

Poniamoci un’altra domanda: «che cosa chiede a Dio la comunità cristiana in questo momento di prova?». Contrariamente a quanto potremmo forse attenderci, «non chiede l’incolumità della vita di fronte alla persecuzione, né che il Signore ripaghi coloro che hanno incarcerato Pietro e Giovanni; chiede solamente che le sia concesso “di proclamare con tutta franchezza” la Parola di Dio (cfr At 4,29), cioè prega di non perdere il coraggio della fede, il coraggio di annunciare la fede».
Prima, però, il gruppo degli apostoli e dei discepoli «cerca di comprendere in profondità ciò che è accaduto, cerca di leggere gli avvenimenti alla luce della fede e lo fa proprio attraverso la Parola di Dio, che ci fa decifrare la realtà del mondo». Infatti prende le cose, per così dire, alla lontana, comincia dall’inizio di tutti gli inizi, dalla creazione: «Signore, tu che hai creato il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano» (At 4,24). Non solo il ricordo della creazione «dà certezza e coraggio: tutto viene da Lui, tutto è nelle sue mani», ma la creazione «continua nella storia». Sempre nella storia il Signore «è stato vicino al suo popolo mostrandosi un Dio che si interessa dell’uomo, che non si è ritirato, che non abbandona l’uomo sua creatura; e qui viene citato esplicitamente il Salmo 2, alla luce del quale viene letta la situazione di difficoltà che sta vivendo in quel momento la Chiesa». Il Salmo 2 «celebra l’intronizzazione del re di Giuda, ma si riferisce profeticamente alla venuta del Messia, contro il quale nulla potranno fare la ribellione, la persecuzione, il sopruso degli uomini». Leggiamo infatti in questo Salmo:  «Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo» (At 4,25).

La Chiesa nascente applica il Salmo 2 alla vicenda di Gesù di Nazaret: «davvero in questa città … si sono radunati insieme contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse» (At 4,27). Ma non si tratta di una lamentela: al contrario, «l’opposizione verso Gesù, la sua Passione e Morte, vengono rilette, attraverso il Salmo 2, come attuazione del progetto di Dio Padre per la salvezza del mondo». E questo svela «anche il senso dell’esperienza di persecuzione che la prima comunità cristiana sta vivendo; questa prima comunità non è una semplice associazione, ma una comunità che vive in Cristo; pertanto, ciò che le accade fa parte del disegno di Dio. Come è successo a Gesù, anche i discepoli incontrano opposizione, incomprensione, persecuzione. Nella preghiera, la meditazione sulla Sacra Scrittura alla luce del mistero di Cristo aiuta a leggere la realtà presente all’interno della storia di salvezza che Dio attua nel mondo, sempre nel suo modo».

Così ora comprendiamo meglio perché «la richiesta che la prima comunità cristiana di Gerusalemme formula a Dio nella preghiera non è quella di essere difesa, di essere risparmiata dalla prova, dalla sofferenza, non è la preghiera di avere successo, ma solamente quella di poter proclamare con “parresia”, cioè con franchezza, con libertà, con coraggio, la Parola di Dio (cfr At 4,29)».
Questa, però, non è l’unica richiesta. La piccola comunità chiede pure che «questo annuncio sia accompagnato dalla mano di Dio, perché si compiano guarigioni, segni, prodigi (cfr At 4,30), cioè sia visibile la bontà di Dio, come forza che trasformi la realtà, che cambi il cuore, la mente, la vita degli uomini e porti la novità radicale del Vangelo».

Alla fine della preghiera – come abbiamo visto – «il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31). Che il luogo tremi indica che  «la fede ha la forza di trasformare la terra e il mondo». Nel medesimo momento, «lo stesso Spirito che ha parlato per mezzo del Salmo 2 nella preghiera della Chiesa, irrompe nella casa e ricolma il cuore di tutti coloro che hanno invocato il Signore. Questo è il frutto della preghiera corale che la comunità cristiana innalza a Dio: l’effusione dello Spirito, dono del Risorto che sostiene e guida l’annuncio libero e coraggioso della Parola di Dio, che spinge i discepoli del Signore ad uscire senza paura per portare la buona novella fino ai confini del mondo».

Benedetto X VI ne ricava due lezioni. La prima è che anche noi «dobbiamo saper portare gli avvenimenti della nostra vita quotidiana nella nostra preghiera, per ricercarne il significato profondo». Anche oggi «la preghiera ci aiuta a leggere la storia personale e collettiva nella prospettiva più giusta e fedele, quella di Dio».

In secondo luogo, la «piccola Pentecoste» c’insegna il modo giusto di reagire alle persecuzioni e alle difficoltà. «Come la prima comunità cristiana, anche noi, lasciandoci illuminare dalla Parola di Dio, attraverso la meditazione sulla Sacra Scrittura, possiamo imparare a vedere che Dio è presente nella nostra vita, presente anche e proprio nei momenti difficili, e che tutto – anche le cose incomprensibili – fa parte di un superiore disegno di amore nel quale la vittoria finale sul male, sul peccato e sulla morte è veramente quella del bene, della grazia, della vita, di Dio».

Mettendo insieme i due insegnamenti, anche noi potremo così «riconoscere come il Signorerealizzi le nostre invocazioni secondo la sua volontà di amore e non secondo le nostre idee». Talora ci sembrerà che il Signore non ci ascolti, mentre invece lo sta facendo, secondo le sue vie che non sono le nostre vie. Diventeremo allora davvero «capaci di vivere con serenità, coraggio e gioia ogni situazione della vita», e con san Paolo vantarci «nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza»: quella speranza che «non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,3-5).