Il sesso tra piccoli e adulti venne giustificato in nome di una rivoluzione che ha inquinato anche la chiesa
di Francesco Agnoli
Tratto da Il Foglio  del 17 aprile 2010

Partiamo da un dato di fatto: i casi di pedofilia nella chiesa, seppur molti meno di quello che si vorrebbe far credere, risalgono per lo più agli anni Sessanta e Settanta e si sono verificati, soprattutto, negli Stati Uniti. Questi avvenimenti terribili si iscrivono in un aumento degli abusi sessuali contro minori generalizzato, che interessa la società tutta, famiglia, single, preti, laici, nessuna categoria esclusa. Basti pensare che ogni giorno nascono decine e decine di nuovi siti pedofili con violenze sessuali sui bambini dai tre ai dodici anni e che ogni anno milioni di occidentali partono per Cuba, la Thailandia e altri paesi in cui prospera il turismo sessuale.

Ecco, solo questa banale constatazione, oggettiva e non strumentale, dovrebbe portare a una domanda che invece per lo più si preferisce evitare: perché?

La risposta mi sembra obbligata: tutto va ricondotto, oltre che ovviamente alla peccaminosità intrinseca nell’uomo, all’origine della mentalità attuale, cioè alla cosiddetta “rivoluzione sessuale”. Dobbiamo andare con la mente agli anni Sessanta, in quel periodo di incubazione che portò poi al 1968 e a tutto quello che ne seguì. L’America e l’Europa sono pervase da queste grida: “Abolire i tabù”, “liberare il sesso”, distruggere le vecchie tradizioni, concezioni, istituzioni… La critica investe i rapporti sociali, economici, scolastici, ma soprattutto la famiglia. E’ lei la grande imputata, a cui, in nome di Marx, Engels, Marcuse, Reich, Cooper, ecc., si contrappone l’assoluta possibilità per ogni individuo di fare le esperienze sessuali più varie, frequenti e “alternative” possibili… La “monogamia cristiana”, spiegano i teorici delle comuni, molte femministe e rappresentanti dei nascenti movimenti gay, non è per nulla più naturale, più giusta, della poligamia, della poliandria, dell’amore di gruppo, del rapporto istantaneo e diversificato… Il matrimonio diviene così per molti simbolo di oppressione e la generazione dei figli una schiavitù, un limite, una maledizione: nasce così la cultura della contraccezione, del divorzio e dell’aborto. I bambini saranno, a breve, le vittime designate delle nuove “libertà”: abortiti, separati a forza dai genitori, sballottati sempre di più da una casa all’altra, e un giorno progettati addirittura a tavolino, da una donna single, da due uomini, o da due donne, grazie alle banche degli ovuli, del seme, agli uteri in affitto e domani, chissà, a quelli artificiali.

Se si sfoglia “La cultura degli Hippies” (Laterza, 1969), florilegio di scritti degli anni Sessanta negli Stati Uniti, si possono leggere articoli così intitolati: “In difesa dell’oscenità”; “Sei professori in cerca di… osceno”; “Applauso per l’orgia”… dovunque inni alla “liberazione sessuale”, alla pornografia, all’omofilia, ai “rapporti sessuali aperti in modi non tradizionali”, persino all’incesto.

Insomma, è in questi anni di profonda secolarizzazione, di odio verso ciò che resta della tradizione cristiana, che si collocano i primi aperti sostenitori delle più varie perversioni, dall’adulterio come atto legittimo, alla zoofilia, dalla necrofilia alla pedofilia. Qui dobbiamo cercare i precursori di Asia Argento che si bacia appassionatamente con un cane, in uno dei suoi film, oppure di quella marea di film pornografici in cui non mancano scene di personaggi che fanno sesso con i morti. Qui dobbiamo cercare l’origine dell’educazione sessuale nelle scuole, intesa spesso come spiegazione, a ragazzini ancora piccoli, di cosa sia tecnicamente l’atto sessuale; oppure come possibilità per i piccoli di incontrare a scuola transessuali o “esperti” chiamati a raccontare, come è recentemente avvenuto in una scuola italiana, “cosa avviene quando la coppia è atipica ed entrano in gioco gli animali” (Corriere della Sera, 22/1/2010). Qui dobbiamo cercare il perché di libretti distribuiti per esempio nelle scuole spagnole, in cui si invitano i giovani, a partire dagli 11 anni, a masturbarsi e ad avere relazioni omosessuali e lesbiche, in nome dell’idea per cui “la normalità è scambiare amore e relazioni sessuali con qualunque persona, dell’altro sesso, o del proprio”, a qualunque età (Libero, 4/11/2005).

E la pedofilia? Non è già chiaro che si tratta di un altro personaggio dell’affresco? Se si guarda bene ci sta perfettamente. E’ lì, sotto la voce “liberazione sessuale”; vicino agli slogan sessantottini “Il sesso è tuo, liberalo”, “Vietato vietare”, “Lotta dura contro natura”, “Inventate nuove perversioni”, “Né maestro né Dio, Dio sono io”; è accanto ai proclami contro la “sessuofobia cristiana” e ai discorsi contro il diritto naturale e a favore del relativismo; è insieme alla desacralizzazione di ogni relazione affettiva, all’aumento dei rapporti precoci tra minori e degli aborti delle minorenni… Insieme alla cultura del sesso liberato, cioè fine a se stesso, della sessualità ridotta materialisticamente a genitalità, e dell’altro visto anzitutto come oggetto di piacere. E’ lì insieme al disprezzo dei bambini, così facilmente eliminati, così spesso trascurati in nome del “benessere” dei grandi!

Infatti sono sempre questi gli anni in cui nascono, accanto agli asili “antiautoritari”, quelli in cui vengono insegnati ai bambini “giochi erotici” per “liberarli dai tabù”; in cui un leader studentesco, oggi europarlamentare, come Daniel Cohn-Bendit, descrive i suoi toccamenti con bambini piccoli di un asilo “alternativo” e scrive su Libération, insieme ad altri intellettuali francesi di sinistra, da Jean-Paul Sartre a Jak Lang, da Simone de Beauvoir a Michel Foucault, un manifesto in difesa della pedofilia (vedi il Giornale, 16/1/2005 e M. Picozzi, M. Maggi, “Pedofilia, non chiamatelo amore”, Guerini, 2003)! Sono gli anni in cui diviene di moda “La rivoluzione sessuale” di W. Reich, stampata in Italia da Feltrinelli nel 1963, che predica la distruzione del modello familiare naturale, ritenuto oppressivo anzitutto per la libertà sessuale del bambino, per la sua “genialità spontanea e priva di complessi di colpa”, negata brutalmente dalla concezione cristiana e “borghese” della famiglia. In Italia nasce proprio ora, col sostegno dei Radicali, il F. u. o. r. i. di Mario Mieli, recentemente esaltato dal quotidiano Liberazione, aperto cantore, contro la “norma eterosessuale” e l’antropologia cristiana, dell’omosessualità, ma anche della coprofilia, della necrofilia e, appunto, della pedofilia. Sono gli anni, ancora, in cui l’ideologa femminista Shulamith Firestone, nel suo “La dialettica dei sessi” (1970), propone di separare sessualità da riproduzione e difende una sessualità “liberata”, senza confini, arrivando coerentemente ad auspicare, come avevano già fatto anche alcuni illuministi, la liceità dell’incesto, cioè della pedofilia. L’incesto, infatti, sarebbe un “tabù” che serve “solo a preservare la famiglia”. Scrive ancora la Firestone, sempre in nome della “liberazione sessuale di donne e bambini”: “Dobbiamo includere anche l’oppressione dei bambini in ogni programma della rivoluzione femminista… il nostro passo deve essere l’eliminazione della stessa condizione di femminilità ed infanzia…”, e si deve arrivare a far sì che “tutti i rapporti intimi”, anche quelli tra genitori e figli, adulti e piccini, includano “anche la fisicità” in senso lato. Sono gli anni, per finire, in cui molti attivisti del nascente movimento gay, come racconta Paul Berman nel suo “Sessantotto” (Einaudi), sperimentano sin da piccoli, a scuola, o nei parchi, il “sesso tra giovanissimi e adulti”, nel clima appunto di sessualità sfrenata e “liberata” di quegli anni.

Così insomma è nato il boom della pedofilia, della pedopornografia, di cui oggi continuiamo a vedere gli effetti: insieme ai nuovi “diritti civili”, alle nuove “libertà”, alla lotta a tutto campo alla purezza e alla famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, come disegno immodificabile di Dio. Insieme a quella negazione della fede e della morale cristiana di cui Benedetto XVI non cessa di ripetere ogni giorno le ragioni. Si dovrebbe riflettere, al riguardo, sul fatto che nell’epoca della crisi della famiglia, la pedofilia è divenuta una emergenza, come dimostrano tutti gli studi sull’argomento, proprio nella famiglia stessa, essendo che la gran parte delle violenze sui minori avvengono per mano di genitori, parenti e non di rado dei nuovi “genitori” acquisiti in seguito a un divorzio.

E la pedofilia praticata da uomini di chiesa? Anzitutto è bene ricordare che cattolici e protestanti furono senza dubbio quasi gli unici avversari della “rivoluzione sessuale”. Proprio perché la libertà del cristiano è, almeno in teoria, e quindi più facilmente anche in pratica, tutt’altra cosa: si realizza nella fedeltà a una relazione, non nella intercambiabilità e nella frequenza delle esperienze fisiche individuali; si concretizza nella sessualità ordinata e finalizzata, non nella genitalità solo istintiva e animale. Basta leggere qualche scritto di quegli anni: sovente i “liberatori” si scagliano con virulenza proprio contro la chiesa, contro i “puritani”, contro il pensiero cristiano in generale, reo di opprimere la libera sessualità, di imporre regole e divieti.

E’ però vero che anche la “liberazione sessuale” entra nel tempio, insieme alle altre novità.

Sempre negli stessi testi di cui sopra possiamo trovare l’elogio di quei cristiani, di quei pastori protestanti, di quei preti cattolici, che hanno finalmente capito i “nuovi tempi”, che non rimangono stoltamente ancorati alla morale tradizionale, disobbedendo, se cattolici, a Roma! Il Los Angeles free press del 23 giugno 1967, per esempio, pubblica un articolo intitolato “Un sacerdote underground dice: ‘La chiesa è morta’”. In esso il prete in questione spiega che la chiesa “ha danneggiato la gente dal punto di vista sessuale, razziale e politico”. Un articolo dell’Open city di Los Angeles del 24 agosto 1967, invece, narra di un “prete hippy”, uno dei tanti protestanti presbiteriani che ha deciso di sposare le nuove idee rivoluzionarie.

Nel mondo cattolico il tanto decantato aggiornamento, la tanto pubblicizzata “apertura al mondo”, diventano per molti ecclesiastici e per molti credenti “adulti” un dovere irrinunciabile. Non tutti hanno capito che secolarizzazione fa rima con tristezza, e “liberazione sessuale” con disgregazione della famiglia, pornografia, pedofilia, esplosione del numero dei divorzi, instabilità dei bambini ecc.

Inevitabilmente, poi, l’“aggiornamento” nella fede diventa anche aggiornamento nella morale.

Ecco così che migliaia e migliaia di sacerdoti abbandonano la veste talare, si spretano, attaccano il celibato, chiedono una revisione della morale della chiesa, leggono ed elogiano i testi di Reich, per poi finire con lo schierarsi apertamente e violentemente a favore della legalizzazione del divorzio e dell’aborto. Questi religiosi trovano grande accoglienza sulle pagine dei quotidiani progressisti, gli stessi che oggi molto ipocritamente fanno la guerra, a ogni piè sospinto, a Benedetto XVI.

Un libretto di un famoso benedettino, “Arcipelago Chiesa. A quarant’anni dal Concilio”, di padre Stanley Jaki (Fede & Cultura), può aiutarci a comprendere meglio queste vicende, specie per quanto riguarda l’America. Jaki mette anzitutto in luce la perdita di fede propria di quegli anni, e la detronizzazione del Santissimo dal centro degli altari: essa gli appare il simbolo più evidente della perdita del senso del soprannaturale. In secondo luogo Jaki nota la perdita fortissima, nel mondo cattolico, del senso del peccato, “il quale soltanto chiede a gran voce una redenzione”. “Ha poco senso – scrive – parlare dello stato decaduto dell’uomo quando la sua caduta originaria è minimizzata in luoghi consacrati”: se il peccato non esiste più, né per il mondo, né per molti uomini di chiesa, è chiaro che il compierlo diventa più semplice, più banale, più automatico. E’ chiaro che, mentre nella società si inizia a sottovalutare, per esempio, la sacralità del matrimonio, e l’adulterio diventa sempre più normale, se non addirittura un “diritto”, analogamente molti religiosi perdono il senso della loro missione, e quindi anche il significato della loro verginità. Il grave è che non esiste quasi più nessuno che li richiami e che li punisca. Soprattutto perché in tutta la cristianità, negli Stati Uniti e in Germania in particolare, la ribellione al magistero diventa fortissima e investe molti vescovi. Tra costoro Jaki, in questo libretto del marzo 2008, cita proprio l’arcivescovo di Milwaukee, Robert Weakland: un beniamino della stampa progressista di allora, per le sue posizioni, come ha ricordato anche Roberto de Mattei su questo giornale, a favore della “rivoluzione sessuale”. Tale vescovo, oggi, è ancora più lodato, visto che le sue dichiarazioni sono servite ad attaccare violentemente Benedetto XVI, nonostante la verità sia che egli fu dimissionato nel 2002 “dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi”.

La ribellione di molti ecclesiastici alla morale cattolica, racconta Jaki, raggiunge il culmine con la pubblicazione dell’enciclica “Humanae Vitae”, rispetto a cui la risposta è lo scisma strisciante di tantissimi preti e laici credenti, in tutto l’occidente. Nel 1976 si arriva addirittura al punto che “cinque arcivescovi americani e quindici vescovi erano pronti ad annunciare la formazione di una chiesa cattolica americana”, separata da Roma. “Da parte di molti cattolici, affermava l’allora cardinal Ratzinger nel 1985, parlando con Vittorio Messori, c’è stato in questi anni uno spalancarsi senza filtri e freni al mondo, cioè alla mentalità moderna dominante, mettendo nello stesso tempo in discussione le basi stesse del depositum fidei che per molti non erano più chiare”.

La crisi di fede, è giusto dirlo, ha toccato tutti: laici e credenti, e tra costoro cattolici e protestanti. Nel caso specifico della pedofilia, però, è interessante, rimanendo solo ai credenti, il fatto che il fenomeno abbia coinvolto maggiormente i pastori protestanti, liberi di sposarsi, rispetto ai preti cattolici, votati al celibato. Mentre infatti molte chiese protestanti hanno ceduto enormemente nei principi, e quindi, di conseguenza, anche nella pratica, al contrario nella chiesa cattolica, nonostante gli errori, propri dell’uomo e dei tempi, è sempre rimasta viva una voce controcorrente, a contrastare la crisi delle fede e la rivoluzione sessuale: quella del magistero romano. Non è proprio per questa fermezza, perché la chiesa cattolica ha ceduto meno di altre, che tantissimi anglicani rientrano oggi, sotto Benedetto XVI, nella chiesa romana, in polemica con le loro gerarchie, troppo aperte verso la “rivoluzione sessuale”?

Quanto al fatto che la stampa progressista, da sempre in prima fila nella “liberazione sessuale”, oggi identifichi tendenziosamente nella chiesa cattolica il luogo per eccellenza della pedofilia, fingendo di dimenticare i “bei tempi” in cui la chiesa veniva accusata di imporre troppi tabù, si tratta, come è facile capire, di una vendetta postuma, di chi si improvvisa moralizzatore, strumentalmente, dopo aver contribuito alla demolizione sistematica dell’umano e dell’affettività vera. Il fatto è così chiaro che per un lapsus rivelatore, su Repubblica, il cardinal Bernardin, uno dei tantissimi prelati cattolici accusati ingiustamente di pedofilia, per soldi o altro, è stato recentemente confuso con l’eroe del momento, perché antiromano ed antipapista, cioè il vescovo liberal Robert Weakland, lui sì, come si è visto, veramente colpevole di atti contro la morale, cristiana e naturale.