di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Nell’udienza generale dell’11 aprile, che si situa in ideale continuità con il ciclo di interventi della Pasqua 2012, Benedetto XVI ha proposto una catechesi sulla «trasformazione che la Pasqua di Gesù ha provocato nei suoi discepoli».

Questa trasformazione, ha detto il Papa, fa della Pasqua la sorgente della missione. L’esperienza dell’incontro con il Risorto spinge i discepoli ad annunciare – subito e a tutti – la Buona Novella del Vangelo.

Una prima scena che i Vangeli ci propongono è quella della sera della Resurrezione. I discepoli se ne stanno chiusi in casa per timore dei Giudei. «Il timore stringe il cuore e impedisce di andare incontro agli altri, incontro alla vita. Il Maestro non c’è più. Il ricordo della sua Passione alimenta l’incertezza». Ma «questa situazione di angoscia dei discepoli cambia radicalmente con l’arrivo di Gesù». Egli «entra a porte chiuse», e li saluta: «Pace a voi» (Gv 20, 19). «È un saluto comune che tuttavia ora acquista un significato nuovo, perché opera un cambiamento interiore; è il saluto pasquale, che fa superare ogni paura ai discepoli». La pace che Gesù porta non è una pace di circostanza: «è il dono della salvezza che Egli aveva promesso durante i suoi discorsi di addio»: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14, 27).

Dopo questo saluto non meramente formale, Gesù mostra ai discepoli le ferite delle mani e del fianco (Gv 20, 20). Sono i «segni di ciò che è stato e che mai più si cancellerà: la sua umanità gloriosa resta “ferita”». Anche questo gesto ha uno scopo ben preciso: «confermare la nuova realtà della Risurrezione: il Cristo che ora sta tra i suoi è una persona reale, lo stesso Gesù che tre giorni prima fu inchiodato alla croce». E qui finalmente «i discepoli colgono il senso salvifico della sua passione e morte. Allora, dalla tristezza e dalla paura passano alla gioia piena. La tristezza e le ferite stesse diventano fonte di gioia». E Gesù dice loro di nuovo: «Pace a voi» (Gv 20, 21). «È evidente ormai che non è solo un saluto. È un dono, il dono che il Risorto vuole fare ai suoi amici, ed è al tempo stesso una consegna: questa pace, acquistata da Cristo col suo sangue, è per loro ma anche per tutti, e i discepoli dovranno portarla in tutto il mondo». Subito infatti Gesù aggiunge: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi» (ibid.). La pace di Cristo è un dono per la missione.

«Ma Gesù sa che nei suoi c’è ancora tanto timore, sempre». Egli alita su di loro il suo Spirito (Gv 20, 22). Si tratta di un gesto fondamentale: «è il segno della nuova creazione. Con il dono dello Spirito Santo che proviene dal Cristo risorto ha inizio infatti un mondo nuovo». Questa nuova creazione è anch’essa collegata alla missione. Infatti, «con l’invio in missione dei discepoli, si inaugura il cammino nel mondo del popolo della nuova alleanza, popolo che crede in Lui e nella sua opera di salvezza, popolo che testimonia la verità della risurrezione. Questa novità di una vita che non muore, portata dalla Pasqua, va diffusa ovunque, perché le spine del peccato che feriscono il cuore dell’uomo, lascino il posto ai germogli della Grazia, della presenza di Dio e del suo amore che vincono il peccato e la morte».

Naturalmente, questo invito alla missione non vale solo per i primi discepoli. Vale anche per noi. Per noi «anche oggi il Risorto entra nelle nostre case e nei nostri cuori, nonostante a volte le porte siano chiuse. Entra donando gioia e pace, vita e speranza, doni di cui abbiamo bisogno per la nostra rinascita umana e spirituale. Solo Lui può ribaltare quelle pietre sepolcrali che l’uomo spesso pone sui propri sentimenti, sulle proprie relazioni, sui propri comportamenti; pietre che sanciscono la morte: divisioni, inimicizie, rancori, invidie, diffidenze, indifferenze. Solo Lui, il Vivente, può dare senso all’esistenza e far riprendere il cammino a chi è stanco e triste, sfiduciato e privo di speranza». Per chi vive questi problemi, così tipici del mondo di oggi, i Vangeli propongono un episodio speciale: quello dei discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35). «Essi parlano di Gesù, ma il loro “volto triste” (cfr v. 17) esprime le speranze deluse, l’incertezza e la malinconia». Il loro scoraggiamento è simile a quello di tanti cristiani. «Avevano lasciato il loro paese per seguire Gesù con i suoi amici, e avevano scoperto una nuova realtà, in cui il perdono e l’amore non erano più solo parole, ma toccavano concretamente l’esistenza. Gesù di Nazaret aveva reso tutto nuovo, aveva trasformato la loro vita. Ma ora Lui era morto e tutto sembrava finito».

E tuttavia «all’improvviso, però, non ci sono più due, ma tre persone che camminano. Gesù si accosta ai due discepoli e cammina con loro, ma essi sono incapaci di riconoscerlo». Certo, hanno sentito parlare della risurrezione, ma non ci credono veramente. Occorre che con pazienza Gesù spieghi loro le Scritture. Allora tutto «improvvisamente si apre e diventa chiaro davanti ai loro occhi. Gesù aveva aperto loro la mente all’intelligenza delle Scritture». Allora chiedono al Signore: «Resta con noi» (Lc 24, 29). E anche noi sempre di nuovo dobbiamo dire al Signore con ardore: “Resta con noi”». Prosegue il Vangelo di Luca: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro» (Lc 24, 30). «Il richiamo ai gesti compiuti da Gesù nell’Ultima Cena è evidente». «Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 31). Finalmente capiscono chi è lo straniero che ha camminato con loro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?» (Lc 24, 32). «Questo episodio – commenta il Pontefice – ci indica due “luoghi” privilegiati dove possiamo incontrare il Risorto che trasforma la nostra vita: l’ascolto della Parola, in comunione con Cristo, e lo spezzare il Pane; due “luoghi” profondamente uniti tra loro poiché “Parola ed Eucaristia si appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la Parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico” (Esortazione apostolica postsinodale Verbum Domini, 54-55)».

Allora i due discepoli «partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”». (Lc 24, 33-34). «A Gerusalemme essi ascoltano la notizia della risurrezione di Gesù e, a loro volta, raccontano la propria esperienza, infiammata d’amore per il Risorto, che ha loro aperto il cuore ad una gioia incontenibile». Il Papa cita le parole di san Pietro: questi discepoli sono stati «rigenerati a una speranza viva dalla risurrezione di Cristo dai morti» (1Pt l, 3). E subito essi comprendono il legame fra Pasqua di Resurrezione e missione. «Rinasce infatti in loro l’entusiasmo della fede, l’amore per la comunità, il bisogno di comunicare la buona notizia. Il Maestro è risorto e con Lui tutta la vita risorge; testimoniare questo evento diventa per essi una insopprimibile necessità».

Questo tempo immediatamente successivo alla Pasqua dev’essere per i cristiani «occasione propizia per riscoprire con gioia ed entusiasmo le sorgenti della fede, la presenza del Risorto tra di noi. Si tratta di compiere lo stesso itinerario che Gesù fece fare ai due discepoli di Emmaus, attraverso la riscoperta della Parola di Dio e dell’Eucaristia, cioè andare col Signore e lasciarsi aprire gli occhi al vero senso della Scrittura e alla sua presenza nello spezzare il pane. Il culmine di questo cammino, allora come oggi, è la Comunione eucaristica: nella Comunione Gesù ci nutre con il suo Corpo e il suo Sangue, per essere presente nella nostra vita, per renderci nuovi, animati dalla potenza dello Spirito Santo».

L’incontro pasquale con il Risorto «trasforma la nostra vita: la libera dalla paura, le dà ferma speranza, la rende animata da ciò che dona pieno senso all’esistenza, l’amore di Dio». E ci fa sentire l’urgenza della missione.