Christoph von Schönborn, cardinale di Vienna, ci spiega che la chiesa, dopo la tempesta dei preti pedofili, ha due nemici contro cui combattere: il libertinismo e il puritanesimo
di Paolo Rodari
Tratto da Il Foglio del 4 giugno 2011

Roma. L’annus horribilis per la chiesa cattolica, il 2010 segnato dalle accuse alla chiesa e al Papa di aver insabbiato i peccati carnali del clero commessi sui bambini, è passato. Le ferite sono ancora aperte. Una parte di mondo ha cercato di entrare nella pelle e nel cuore della chiesa per cambiarla, mutarla, rinnovarla dall’esterno. Come se, messa davanti al proprio peccato, la chiesa dovesse prendere una rotta per essa inedita: l’abbraccio incondizionato della contemporaneità e dei suoi criteri radicalmente secolarizzati di esistenza.

La chiesa ha risposto con Benedetto XVI e le sue parole ai vescovi irlandesi: penitenza. Che significa sì espiazione, ma anche profonda “révision de vie”. Un suo tradizionale modo di essere, ma una svolta rispetto a un lungo ciclo storico degli ultimi trent’anni. Sono stati ventisei anni e mezzo del beato Giovanni Paolo II al soglio di Pietro, un pontificato trionfale ed evangelicamente invadente, politicamente e spiritualmente forte, anche nella sua lenta e sofferente fase finale. Anni di battaglia culturale e dottrinale, segnati dalla guida ratzingeriana della congregazione per la Dottrina della fede, culminati negli esordi decisi di Benedetto XVI con le grandi omelie e i discorsi alla vigilia dell’elezione diretti contro il relativismo etico e la sua dittatura, con il discorso di ermeneutica conciliare tenuto dal nuovo Papa alla curia romana nel 2005 con il monito a fuggire quello spirito di rottura che dopo il Concilio Vaticano II ha tradito la tradizione autentica; infine la lectio magistralis di Ratisbona, con il richiamo alle religioni affinché agiscano secondo ragione e non si pieghino all’odio e alla violenza nel nome di Dio, e le grandi encicliche sull’amore, sulla speranza e sulla carità nella verità. Anni e interventi di grande vitalità identitaria, di proiezione della chiesa verso il mondo, e cioè di riconquista e di evangelizzazione. Oggi qualcosa è cambiato. Lo stato d’animo è quello dell’allerta, si nota un linguaggio più mite e introverso, che appare ad alcuni come un abbassamento della soglia della combattività culturale e teologica.

Il cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, domenicano, è a Roma per l’ordinaria riunione della congregazione per la Dottrina della fede della quale è membro. “Ci riuniamo sempre nella feria quarta, ovvero il mercoledì, come un tempo faceva l’Inquisizione”, spiega sorridendo. Schönborn ha accettato di parlare con il Foglio di questa nuova fase, spiegandola e interpretandola. Dice: “La chiesa manca oggi di offensiva? E’ vero. Ma ciò accade perché la purificazione è necessaria. Se la chiesa vuole essere una guida spirituale per la società, se la chiesa vuole avere come è giusto e legittimo che sia questo ruolo, deve confrontarsi con i suoi peccati. Perché non si può richiamare il mondo alla verità se la verità non si ha il coraggio di farla propria. Sembra di essere al tempo dei profeti dell’Antico Testamento. Le loro parole erano per il popolo come uno specchio. Il loro era un invito a guardarsi, a guardare i propri peccati e il proprio tradimento. Era Dio che attraverso i profeti chiamava la chiesa alla purificazione, alla metànoia che significa sempre un radicale e vissuto cambiamento del modo di pensare e di agire. Nella chiesa cattolica vengono commessi gravi peccati come accadeva ai tempi in cui Paolo era a Corinto, una città divenuta ormai romana, profondamente pagana negli orientamenti di vita. Paolo predicò la purificazione per la piccola comunità cattolica della città. Il cambiamento di rotta fu notato e la città a suo modo non rimase indifferente. La stessa cosa la chiesa deve fare oggi. La stessa cosa abbiamo deciso di fare a Vienna. Abbiamo pubblicato le nostre linee guida sulla pedofilia nel clero e le abbiamo chiamate ‘La verità vi farà liberi’. Per me, per la chiesa austriaca, è stato un anno molto difficile. Siamo stati nella tempesta. Abbiamo deciso di rispondere, in linea con una tendenza che in modo ineludibile il Papa ha voluto mostrare, puntando sulla penitenza e sulla verità. Cercare la verità è un’operazione che può essere penosa ma indispensabile. E’ l’unica condizione per avere misericordia da Dio. Viviamo in un periodo nel quale tutti fuggono dalla verità. La chiesa non può permettersi di fare questo”.

Schönborn è il secondogenito di una antica famiglia dell’alta nobilità dell’Europa centrale. Una famiglia “poco praticante – dice Schönborn – ma che respirava della grande tradizione cattolica austriaca, una chiesa che fu chiesa di stato ma anche anima dell’impero e del popolo. Una chiesa che fu di stampo costantiniano, dove i vescovi erano dei signori con un loro potere da esercitare, avevano una corte, proteggevano gli artisti, e i Papi aspiravano a una pompa uguale a quella dei Cesari. E’ questo modello di chiesa che il post Concilio ha fortemente messo in discussione”.

Scrisse il teologo domenicano Yves-Marie- Joseph Congar che è “la menzogna della donazione di Costantino” che “impedisce l’apertura a un compito pienamente evangelico e profetico” della chiesa. L’accusa, vivissima soprattutto nell’era di Karol Wojtyla regnante, quando la grande battaglia evangelica si concentrò sulla riconquista spirituale e politica dell’Europa alla libertà religiosa e alle sue radici cristiane, è sempre la medesima: la religione dell’antico patto costantiniano tra chiesa e impero falsifica la fede riducendola a religione civile, contigua alle potenze del mondo.

Dice Schönborn: “Non voglio negare che il metodo che Dio ha scelto per manifestarsi è quello dell’incarnazione. Che significa che Dio si è fatto uomo dentro la storia e dunque accettando l’istituzione come prolungamento della sua stessa incarnazione. Questo mistero divino-umano è un invito al mondo a fare propria la fede come dimensione spirituale ma anche ad assumere il Vangelo come cammino di vita. Questo cammino implica un cambiamento visibile della società e delle sue strutture, è inevitabile. Perché una vera umanizzazione possa avvenire la società deve cambiare anche a livello strutturale. E’ per questo motivo che i cristiani hanno da sempre cercato di trasformare la società in cui vivono. Hanno inventato gli ospedali, le università. L’incarnazione in questo senso è sempre stata un qualcosa di visibile, di concreto. Questa scelta che possiamo in qualche modo definire ‘costantiniana’ è necessaria e inevitabile”.

Incarnare la fede cristiana nel mondo di oggi è impresa non facile. La chiesa vive nel mondo ma non è del mondo. Su questo crinale si combatte ogni giorno un’aspra battaglia nella quale a cadere sono in tanti, non soltanto i preti che peccano e abusano dei giovani. “L’anno scorso – dice – dalla vicina Germania sono arrivate notizie di casi tremendi di pedofilia che ci hanno segnato ma anche molto interrogato. Nel collegio gesuita di Berlino, il Canisius, uno dei migliori collegi cattolici tedeschi, si è saputo che negli anni Settanta e Ottanta si è abusato di diversi giovani. La stessa cosa è avvenuta nella prestigiosa Odenwaldschule di Heppenheim, nei pressi di Francoforte, la scuola dove viene formato il meglio dell’intellighenzia laica del paese – qui studiavano l’ex presidente della confindustria tedesca, Tyll Necker, il figlio dello scrittore Thomas Mann, Klaus, il deputato europeo dei Verdi Daniel Cohn- Bendit, e un figlio dell’ex presidente della Repubblica tedesca Richard von Weizsäcker. Dunque due casi analoghi per due scuole profondamente diverse. Questi fatti devono aiutarci a riflettere. E a riconoscere che tutti oggi viviamo in una società che manca di virtù, che manca di una gestione sana della propria sessualità, che manca di educazione e di equilibrio. Tutti ne siamo condizionati, tutti corriamo il rischio di farci condizionare. Ma alla società non bisogna contrapporre né una forte attitudine rigorista e puritana né il permissivismo assoluto come era nel dopo Sessantotto. In questo senso la battaglia della chiesa è la stessa battaglia alla quale è chiamata la società più sana, e cioè il superamento delle logiche puritane e libertine per tornare ad abbracciare ciò che siamo, le virtù conosciute bene dalla grande tradizione ebraico-cristiana e insieme anche classico-pagana. Quelle virtù senza le quali il mondo altro non è che una truppa di briganti. Questo è il defensor civitatis, e cioè colui che sa incoraggiare le virtù più elementari della vita comune: la giustizia, il rispetto, la disponibilità, l’amicizia. L’Europa non deve perdere questa sua importante eredità che, come detto, non affonda le sue radici soltanto nella cultura cristiana ed ebraica ma anche in quello precristiana e pagana”.

Non cedere al puritanesimo e nemmeno al libertinismo, dunque, nonostante la norma etica si stia abbassando sempre più vertiginosamente? “Che la norma etica si stia abbassando è evidente. L’uso della pillola abortiva, l’aborto, la destrutturazione della famiglia sono fenomeni oggi ordinari. Ma la rete sociale e umana non può essere ricreata semplicemente con decreti e richiami forti sulle norme. Di certo le norme servono ma queste devono nascere da un qualcosa che già si vive, da delle virtù che già si riconoscono come importanti a prescindere dalla propria appartenenza religiosa. Per me, comunque, la grande urgenza dell’Europa oggi resta la famiglia. Perché è nella famiglia che s’impararano certi valori”.

Oggi la famiglia è un concetto non facilmente circoscrivibile. La famiglia tradizionale biparentale è in forte difficoltà. Ci sono le famiglie gay, le famiglie allargate, formate da persone separate… “E’ vero. Anche in Austria è così. Le patchwork families sono una realtà ben radicata. Moltissimi matrimoni si sciolgono in divorzio. La chiesa credo debba incoraggiare, con l’esempio anzitutto. Ma deve anche riconoscere che molte virtù sono presenti nelle persone che vivono in queste situazioni. La chiesa non deve demonizzare ma osservare e valorizzare ciò che si può valorizzare. Torno a san Paolo, nella sua Corinto. Quando Paolo ha fondato la piccola comunità di Corinto ha trovato innanzi a sé un mondo pagano e frammentato. Non ha detto a questo mondo: ‘Dovete fare così e così’. Ma ha creato una comunità cristiana che con la sua carità e la sua gioia di condividere ha attratto a sé tanta gente. Questa è la nostra sfida oggi. Mostrare al mondo il fascino della nostra fede”.

Il fascino della fede ha segnato la strada di Schönborn verso il sacerdozio. Il cardinale racconta: “A undici anni avevo come insegnante di religione un prete bravissimo che mi fece scoprire l’amore per Gesù. Verso i diciotto anni questo amore era ancora intatto e anzi più vivo. Così mi convinsi e scelsi per il sacerdozio. La scelta dei domenicani la presi quando conobbi padre Paulus. Era un intellettuale domenicano amante del rosario. Fu questo contrasto tra una pietà popolare e un’alta intelligenza formata alla scuola tomista a conquistarmi. Questo suo modo di vivere divenne per me, e lo è tutt’ora, un ideale: una vita intellettuale esigente unita a una pietà semplice, popolare. In una mano san Tommaso e nell’altra il rosario. Nel 1964 cominciai i miei studi. Ricordo che intorno a noi tutto crollava. L’anno fatidico del cambiamento, infatti, non fu il 1968 ma il 1964, l’anno dell’apparizione di voci che volevano fare del Concilio Vaticano II ciò che Henri de Lubac chiamava il ‘paraconcilio’. E’ stato l’anno nel quale il teologo domenicano olandese Edward Schillebeeckx lascia il tomismo e si butta nell’ermeneutica e nell’esegesi moderna. Io arrivai allo studio della filosofia e della teologia proprio quando crollò la scolastica classica, la formazione tomista classica e quando ancora non si era imposto un nuovo ordine disciplinare. Inizialmente ero affascinato dalle scienze umane, dalla psicologia in particolare, ma di nuovo un incontro importante fece mutare il mio indirizzo. Incontrai un monaco ortodosso, André Scrima, che mi aprì la strada verso i Padri della chiesa d’oriente. Direi che fu grazie a Scrima, che al Concilio era il teologo personale del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Atenagora I, che sono sopravvissuto in questo ambiente dove il metodo di studio teologico era profondamente mutato. Scrima parlò al mio gruppo di Jacques Derrida, allora una figura mitica del panorama filosofico. Ci fece conoscere Massimo il confessore che divenne il protagonista dei miei studi. Con Scrima frequentammo i Padri della chiesa come un pensiero caldo e autentico sganciato da una prospettiva meramente storico-critica. La visione dei Padri era fortemente cristologica, il divino nell’umano. In questa prospettiva mi fermai molto sul grande filosofo e cardinale del Quattrocento Nicola Cusano, che parla di Cristo come il maximum concretum. E’ il Dio concreto, reale, uomo e Dio insieme. E’ il paradosso che studiai in Vladimir Soloviev, Dio come persona umano- divina, reale, storica, con la concretezza della carne, quella figura che oggi studiamo in Benedetto XVI che nei suoi libri invita a superare l’approccio storico-critico per cogliere il Gesù dei Vangeli come il Gesù reale”.

E’ tempo per Schönborn di rientrare nell’ex Sant’Uffizio, per i lavori della feria quarta. Poi il pernottamento, come sempre, alla basilica dei Quattro Coronati. Qui ha sede la Comunità dell’Agnello della quale Schönborn è il responsabile. Eretta il 6 febbraio 1983 da monsignor Jean Chabbert, arcivescovo di Perpignan, vive in povertà e austerità: “Seguendo Gesù povero e crocifisso, sulle orme dei nostri padri san Domenico e san Francesco, i piccoli fratelli dell’Agnello, alla ricerca della pecora smarrita, pregano senza sosta il nome di Gesù, vanno di porta in porta a chiedere l’elemosina del pane quotidiano”. Si capisce molto di Schönborn, chiamato al sacerdozio grazie all’incontro con un domenicano “intellettuale e insieme amante del rosario”, guardando questa piccola comunità. I componenti dormono su letti di legno, con un materasso molto sottile. “Io – dice von Schönborn con delicata autoironia – dormo su un letto normale”.