Nuovi scontri tra cristiani e musulmani insanguinano il Paese

di Paul De Maeyer

ROMA, giovedì, 1° settembre 2011 (ZENIT.org).- Violentissimi scontri tra cristiani e musulmani hanno accompagnato a Jos, nella Nigeria centrale, la fine del digiuno islamico o ramadan. Secondo le ultime informazioni, i disordini nella capitale dello Stato di Plateau hanno provocato lunedì 29 agosto almeno una ventina di morti ed una cinquantina di feriti, a cui si sarebbero aggiunte martedì 30 agosto almeno altre dieci vittime. Anche decine di auto, case e negozi sono state distrutte ed incendiate.

Anche se non si conosce la dinamica esatta degli incidenti, secondo i media locali, tra cui il quotidiano The Vanguard, il pandemonio sarebbe scoppiato dopo una discussione tra gruppi di giovani cristiani e musulmani. “Si è trattato di un dissapore tra un gruppo di musulmani che si stava dirigendo in una particolare area, e un altro gruppo di giovani cristiani che si recava nella stessa area per pregare. E’ nato un disaccordo su a chi appartenesse quest’area”, così ha raccontato all’agenzia Fides (30 agosto) l’arcivescovo di Jos, monsignor Ignatius Ayau Kaigama, il quale ha avvertito però di non disporre di tutti i dettagli.

Per tutto il mese di agosto la tensione interreligiosa è stata altissima nello Stato di Plateau. Secondo Compass Direct News (28 agosto), in una serie di attacchi sono stati uccisi in vari villaggi dello Stato almeno 24 cristiani. Tra l’11 e il 15 agosto scorsi sono stati assassinati sei cristiani nel villaggio di Ratsa Foron e dieci nel villaggio di Heipang, di cui nove membri di una stessa famiglia. Altre sei vittime cristiane sono state registrate il 21 agosto nelle località di Kwi, Loton e Jwol.

Secondo i testimoni, gli estremisti musulmani sarebbero stati aiutati da soldati della Special Task Force (STF), dispiegati nella regione proprio per proteggere la gente. “Erano in uniforme dell’esercito. Conosco persino alcuni di loro, sono venuti insieme con i musulmani per attaccarci”, ha raccontato una donna, Nnaji John, che ha perso la sua famiglia in uno degli attacchi. “Posso giurare su Dio Onnipotente che l’attacco è stato condotto con il sostegno dei soldati, li ho visti”, ha detto.

Anche il governatore dello Stato, Jonah Jang, punta il dito contro l’esercito e chiede il ritiro immediato. “Sono convinto che la crisi religiosa nel Paese stia contaminando le forze armate”, ha dichiarato Jang. “Prima il personale militare rimaneva nelle caserme, oggi le forze armate hanno iniziato a prendere posizione in questa crisi religiosa, e se non vengono richiamate all’ordine sarà pericoloso per il Paese”, ha avvertito.

La situazione nello Stato di Plateau e in particolare nella città di Jos – nota una volta come la “città della pace” per la serena convivenza tra cristiani e musulmani, ma da circa dieci anni teatro di continui scontri interreligiosi ed interetnici – rispecchia il crescente livello di insicurezza che affronta il più popoloso Paese africano, la cui popolazione potrebbe raddoppiare entro il 2050 a più di 300 milioni di abitanti (SlateAfrique, 31 agosto).

La violenza non risparmia neppure la capitale federale Abuja, scossa la settimana scorsa da un attentato suicida. Venerdì 26 agosto, una macchina imbottita di esplosivi e guidata da un kamikaze è riuscita ad eludere i servizi di sicurezza e si è lanciata contro la reception della sede delle Nazioni Unite, provocando 23 vittime e più di 80 feriti. A rivendicare in una telefonata alla BBC l’attentato è stato il gruppo estremista ed anti-occidentale Boko Haram.

Mentre il 21 agosto scorso, cioè cinque giorni prima dell’attentato, le autorità hanno arrestato due membri del gruppo, mercoledì 31 agosto hanno accusato una terza persona sospetta di aver progettato la strage. “L’inchiesta ha svelato che un certo Mamman Nur, noto elemento di Boko Haram vicino ad al Qaeda, ritornato di recente dalla Somalia, ha orchestrato l’attacco contro l’edificio delle Nazioni Unite ad Abuja”, si legge in un comunicato dei servizi di sicurezza, che chiedono ai cittadini di fornire informazioni che possano condurre all’arresto del latitante (BBC, 31 agosto).

Non è la prima volta che il gruppo, definito anche i “talebani della Nigeria”, colpisce un obiettivo sensibile nel cuore della capitale nigeriana. Due mesi e mezzo fa, infatti, è stato responsabile dell’attentato contro la sede centrale della polizia federale, in cui sono morte almeno una decina di persone (Cfr. ZENIT, 19 giugno).

Per mettere a tacere una volta per tutte il gruppo fondamentalista, le autorità avevano sferrato già nel luglio 2009 un duro attacco contro la roccaforte del gruppo nella capitale dello Stato settentrionale di Borno, Maiduguri, uccidendo il capo Mohammed Yusuf e circa 780 seguaci. La sanguinosa offensiva non è servita a nulla, anzi “ha solo rafforzato la sua virulenza e la sua pericolosità”, come osserva SlateAfrique. I militanti del gruppo, che hanno stabilito dei legami con Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e con il famigerato movimento somalo degli al-Shabaab, sono ormai capaci di colpire ovunque lo Stato nigeriano, anche nel cuore stesso di Abuja.

Il gruppo sarebbe meno isolato di quanto si pensa. Secondo l’accademico Tunde Fatunde, una parte delle élite del Nord musulmano appoggia “di nascosto” il movimento, perché non hanno accettato ancora la vittoria di Goodluck Jonathan – un cristiano del sud – nelle presidenziali dell’aprile scorso. Che la vecchia opposizione nord-sud, già all’origine della guerra del Biafra (1967-1970), sia ancora palpabile in Nigeria lo dimostrano le parole di un alto funzionario dello Stato di Kano, Musa Bello. “I sudisti hanno già il potere economico. Se diamo loro anche il potere politico, cosa ci rimane?”, ha detto a SlateAfrique.

Per l’arcivescovo di Abuja, monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, l’ultimo attentato ad Abuja è “un evento molto triste, che provoca profonda preoccupazione”. “Non sappiamo dove queste persone vogliano arrivare e mi chiedo chi possano essere le forze che sono dietro a questi fatti. Aspettiamo anche una risposta adeguata da parte del governo per bloccare queste violenze”, ha dichiarato il presule a Fides (27 agosto).

Netto è stato anche il rifiuto da parte del sultano di Sokoto, Sa’adu Abubakar III. “Noi condanniamo seriamente questo atto”, ha detto in un messaggio alla “ummah” o comunità musulmana della Nigeria (The Vanguard, 31 agosto). “Ci appelliamo a tutti coloro che sono coinvolti in questo atto efferato di temere Dio e di desistere dal commettere questo deplorevole atto”, continua la più alta autorità musulmana della Nigeria, che ha condannato anche “in modo veemente” la nuova violenza a Jos. “E’ giunto il momento per il governo di impedire il ripetersi di questo tipo di violenza in questo Paese”, ha ribadito il sultano.

Gli fa eco l’arcivescovo di Jos. “E’ veramente deprimente e pure imbarazzante, ogni giorno ricevere notizie di attacchi con bombe e di violenze in diverse parti del Paese. Tutto questo è alquanto allarmante. Questa situazione interpella in primo luogo le autorità civili che devono garantire la sicurezza”, ha detto il presule a Fides (30 agosto). “I nigeriani si sentono tristi e provano pure un sentimento di vergogna per le continue violenze. Come vescovi continuiamo a rivolgere appelli alle autorità perché facciano il loro dovere e alla popolazione perché adotti il dialogo come via per risolvere le controversie”.

Come se non bastasse la violenza dell’uomo, anche il maltempo non smette di flagellare la Nigeria. Le intense piogge che da giorni si stanno abbattendo sulle regioni sudoccidentali del “gigante d’Africa” – come viene chiamata la Nigeria – hanno causato secondo la BBC (31 agosto) almeno 102 vittime. “La pioggia è stata così abbondante che tante case sono crollate e tante persone sono morte”, ha raccontato in una breve intervista alla Radio Vaticana (1 settembre) l’arcivescovo di Ibadan, mons. Felix Alaba Adeosin Job. “Il governo sta cercando di aiutare coloro che hanno perso le proprie abitazioni a causa del disastro e noi stiamo facendo il possibile per dare aiuto a quanti colpiti da questo grave evento”, ha continuato.