Londra, 3 giorni di lavoro senza riposo

La morte per superlavoro di uno stagista 21enne impiegato alla Merryll Linch-Bank of America ha aperto un drammatico squarcio sui modelli organizzativi delle banche d’affari e delle finanziarie nella City londinese. In realtà, però, suggerisce pure una riflessione più ampia rispetto alla semplice chiave economico-sociale, chiamando in causa il significato profondo che ognuno di noi attribuisce alla sua attività.

Le testimonianze sul caso di Moritz Erhardt sembrano concordi: dopo tre giorni di attività quasi ininterrotta – andando avanti a caffè e con appena 3 ore di sonno a notte – il suo cuore, forse già “indebolito” da una preesistente epilessia, non avrebbe retto. Ma, a chi si stupisce di un simile comportamento, ecco i colleghi del ragazzo tedesco raccontare come nella City la pratica delle extreme hours, cioè “fare notte” in ufficio, sia prassi normale. Anzi, lo si teorizza come modello culturale. Più tempo si passa al lavoro sacrificandovi vita personale e familiare, più si viene ritenuti fedeli, impegnati e concentrati nel raggiungimento degli obiettivi aziendali, al di là di quanto poi effettivamente queste pratiche paghino in termini di produttività e risultati. E per coloro che sono all’inizio o devono conquistarsi un “posto fisso”, come gli stagisti, restare fino a notte incollati alla scrivania è una sorta di «rito di passaggio, che mostra fino a che punto un contrattista sia disposto a spingersi oltre ogni limite ragionevole nel lavoro», ha spiegato Andre Spicer, docente di finanza della Cass Business School di Londra.

Si potrebbe discutere allora di sfruttamento dei giovani più o meno precari: oggi estenuati e stroncati nella ricerca di un lavoro, come nel ballo i protagonisti di “Non si uccidono così anche i cavalli?” Oppure si potrebbe puntare il dito sul cinismo tipico delle banche d’affari, di un mondo capace di spostare miliardi in pochi secondi da un derivato sul grano a uno sul petrolio – e pazienza se questo provocherà un crollo dei prezzi e una carestia da qualche altra parte del pianeta. Questioni reali, ma in fondo “facili” da trattare, perché sempre “esterne” rispetto a noi stessi.

E invece, forse, varrebbe la pena che la morte di Moritz – moderno Stakanov sacrificatosi sull’altare delle magnifiche sorti e progressive del libero mercato – ci interrogasse su ciò che cerchiamo veramente con e nel lavoro. In una parola, qualedesiderio profondo ci muove nella vita e cosa siamo disposti a sacrificarvi per esaudirlo. Paradossalmente è stato assai più semplice, nell’Occidente del secolo scorso, combattere contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di quanto non lo sia oggi, in molti casi, contrastare la nostra stessa ambizione. Siamo passati, quasi senza accorgercene, dal manifestare nelle piazze per avere “Otto ore per lavorare, otto ore per dormire e otto ore per vivere”, a consegnarci a una moderna forma di schiavitù, più subdola di quella imposta un tempo con catene e rapporti di forza, perché “liberamente scelta”. Spesso a muoverci è la ricerca del denaro o del potere. Altre volte una sete inesauribile di successo, alla ricerca di una continua affermazione di sé, senza la quale ci si percepirebbe inadeguati.

Si dice – e a ragione – che il lavoro crei identità. Che ognuno di noi, con la propria attività, partecipi in qualche modo alla creazione divina o, per chi non è credente, comunque alla trasformazione di questo mondo. E che perciò stesso siamo portati a impegnarci tanto nel nostro lavoro, assai più di quanto non sia “necessario” per vivere. L’uomo “artigiano” attraverso il lavoro imprime la propria piccola impronta su questa Terra e come un artista si identifica con la sua opera. Ma triste l’uomo che pensa di dover essere solo operaio, avvocato o manager della finanza, senza essere più – anche o soprattutto – padre, madre, coniuge, figlio, amico, volontario, cittadino, persona… Con tutto il tempo necessario per esserlo davvero.

Francesco Riccardi da Avvenire.it