di Sarah Palin

Sarah Palin è un segno di contraddizione. O la si ama o la si odia. Newsweek, invece, il famosissimo settimanale statunitense diffuso in tutto il mondo, fa entrambe le cose. Per tornaconto, ovvio. Ma gli è comunque che, dopo averla canzonata spesso e in malo modo sulle proprie copertine, oggi alla Palin dà spazio per parlare del suo ultimo nato, il quintogenito: il piccolo Trig, venuto alla luce nel 2008 affetto da sindrome di Down. Il fascicolo di Newsweek su cui la Palin racconta (con stile piano, gergo quotidiano, talora vocaboli al limite del dialettale) la bella storia della sua bella famiglia è lo stesso che in copertina mette l’importante denuncia della guerra che il mondo conduce contro i cristiani firmata da Ayaan Hirsi Ali. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia», diceva William Shakespeare nell’Amleto, il quale forse oggi a quel cielo e a quella terra aggiungerebbe pure Newsweek.

Settimana scorsa, Rick Santorum e la sua famiglia ci hanno ricordato cos’è che conta davvero. Quando sua figlia, Bella, di tre anni, nata con la Trisonomia 18, è stata ricoverata in ospedale per una polmonite, Rick ha abbandonato il tour elettorale per correre al suo capezzale. Molti di noi si sono così ritrovati – nel pieno dell’attuale, caldissimo momento politico – a pregare tra le lacrime affinché la salute di Bella migliorasse, e a spendere pure qualche preghiera di ringraziamento in più per l’esempio pubblico offerto da una persona che ha scelto di sacrificarsi per i motivi giusti. Un sacrificio, peraltro, che è nelle corde di tutti i genitori e di tutti coloro che si curano dei bambini con bisogni speciali.

C’è un’esperienza che accomuna tutte le famiglie dei bimbi bisognosi di attenzioni particolari, e questa è il vivere le gioie, le sfide, le paure e le benedizioni che comporta il crescere questi nostri figli, che noi vediamo perfetti, in questo mondo imperfetto.
Durante la campagna per le elezioni presidenziali del 2008, ai cordoni di sicurezza che ci separavano dalla gente in occasione di quei numerosi raduni che chi hanno portato in giro per tutto il Paese, mio marito Todd e io ne abbiamo incontrate moltissime di famiglie e di persone che si occupano di quei bimbi particolari, e di tutte loro non potrò mai dimenticarmi. Scattava tra noi un legame immediato: una specie di riconoscimento reciproco che diceva: “Sì, questi bambini sono preziosi e sono amati. Sì, dobbiamo confrontarci con paure e con sfide nuove, ma i nostri figli sono una benedizione, e il resto del mondo si perde qualcosa a non saperlo”.

Ogni genitore fa i salti mortali per conciliare gli impegni del lavoro e le esigenze della famiglia. Le donne lo sanno particolarmente bene. Lungo gli anni ho imparato che le donne “possono fare tutto”, solo non tutto subito e assieme. A me l’ha insegnato una scuola fatta di batoste; ma mia madre mi ci aveva preparata bene quando, serenamente, un giorno mi disse che, da madre lavoratrice attiva nella nell’arena rissosa della politica, sarebbe prima o poi giunto il momento di compiere scelte difficili. Lo facciamo tutti di compiere scelte difficili. Ora, nel prendere le decisioni che hanno riguardato la mia carriera, io ho sempre messo al primo posto la mia famiglia, e non me ne sono mai pentita, benché questo abbia a volte significato mettere temporaneamente da parte alcune cose particolari.

Quando, all’inizio della gravidanza, ho scoperto che mio figlio sarebbe nato con un cromosoma in più, la sindrome di Down che gli fu diagnosticata mi spaventò così tanto che per diversi mesi non osai parlare dalla mia situazione. Quel che solo riuscii ancora a fare fu appellarmi a Dio affinché preparasse il mio cuore a ciò che mi attendeva. Ebbene, le mie preghiere sono state esaudite ben oltre la mia capacità superficiale di comprendere quale gioia autentica potesse invece essere quella maternità. Sì, crescere un bambino con necessità particolari è una sfida che non ha pari, e io temo ancora per il futuro di mio figlio Trig, viste le prove  a cui la salute e la società lo sottoporranno; e, ovviamente, alcuni giorni sono ora assai più difficili da vivere che se avessi un figlio “normale”.

Molte faccende quotidiane – gli appuntamenti con i dottori, i momenti di convivialità, gli accomodamenti per i viaggi e persino i tempi dei pasti o una bella notte di sonno pieno – sono in questi casi ancora più difficili; ma alla fine di ogni giornata non scambierei queste difficoltà relative per alcun altro vantaggio o per l’assenza della paura. Dio sapeva cosa stava facendo quando ci ha benedetti con Trig. E noi siamo passati dal terrore dell’ignoto dall’ostentare orgogliosi un adesivo, che qualcuno ci aveva mandato, con su scritto: «Mio figlio ha più cromosomi del tuo!». Forse non diventerà il prossimo Wayne Gretzky (1), ma il nostro cuore è orgogliosissimo quando Trig sorride ai peluche delle sue sorelle o si dondola al ritmo dei suoi DVD della serie tivù Little Angels (2), e in quei momenti è come se quel piccolino tirasse su la Stanley Cup (3).

Sicuro, so di essere probabilmente più fortunata di molti altri perché ho amici che mi vogliono bene e una grande famiglia che mi sostiene e a cui chiedo aiuto, incluso un marito che passa molti notti insonni assieme a quell’irrequieto piccolino (del resto è Todd che prepara le pappe di Trig!). C’è insomma chi non è egualmente fortunato, e questa nostra riconoscenza fa di me una donna più compassionevole verso gli altri che hanno meno.

Spesso oggi penso: cosa faremmo senza Trig? Lui è il nostro “tutto ciò che conta davvero”.
Oggi Trig ha quasi quattro anni, e ogni mattino, quando si sveglia, si tira su, si frega via il sonno dagli occhietti, si guarda attorno e poi comincia a battere le manine! Accoglie ogni nuovo giorno con un’acclamazione fragorosa e una risata. Dà una occhiata al creato tutto intorno e applaude come per dire: “OK mondo, cos’hai in serbo per me oggi?”.

La mia famiglia sa che Trig dovrà lottare come a pochi di noi toccherà mai fare, comprese le persone che sanno essere sul serio crudeli verso coloro che la società non ritiene “perfetti”. Ma quella crudeltà è più che compensata quando qualcuno rivolge a nostro figlio anche un semplice sorriso. Nulla mi rende più orgogliosa. Come ho spiegato in un messaggio scritto per il Giorno del Ringraziamento (4), vedo che succede spesso negli aeroporti. I passeggeri che gli camminano per caso davanti, quando lo vedono buttano subito una seconda occhiata, forse curiosi per l’aria curiosa che Trig ha sul viso; o forse per un attimo mio figlio esercita un’attrazione irrefrenabile che prende di sorpresa le persone che passano di lì. Forse, come ha detto un altro bimbo candido e innocente quando ha visto Trig per la prima volta, quelle persone negli aeroporti pensano: «È goffo». Ma quando quella gente si ferma a guardare Trig la seconda volta e lui sorride, io mi riempio di orgoglio. Sono così grata per il loro buon cuore. Quelle persone rappresentano il meglio del nostro Paese, e la loro gentilezza mostra la speranza autentica di cui abbiamo bisogno oggi.

La mia famiglia comprende bene che, nel domani, alcuni giorni saranno migliori di altri. Ma sistemeremo le cose, per farlo ci inventeremo anche i modi più astrusi, e alla fine la sfangheremo. Trig applaude a ogni nuovo giorno. Questo è ciò che lui insegna a noi, e questa è la nostra priorità. E ne siamo benedetti.

Traduzione dell’articolo My Life with Trig, in Newsweek, vol. CLIX, n. 7,
New York 13-02-2012, pp. 12-13, e note di Marco Respint
i per La Bussola Quotidiana

(1) Wayne Douglas Gretzky, classe 1961, prima giocatore e poi allenatore, è un “mito” dell’hockey su ghiaccio.
(2) Little Angels è un reality-show trasmesso del terzo canale della rete britannica di Stato BBC dal 2004 al 2006 che presenta casi di famiglie i cui figli hanno problemi comportamentali e che alcuni esperti aiutano a superare.
(3) La Stanley Cup è l’ambìto premio finale del campionato annuale della National Hockey League.
(4) Il Giorno del Ringraziamento è la tradizionale festa religiosa con cui in origine gli americani dei futuri Stati Uniti e Canada mostravano gratitudine per la fine della stagione del raccolto. La tradizione fu inaugurata dai pellegrini puritani giunti sulle coste del Massachusetts nel 1621 a bordo del Mayflower. L’articolo a cui si fa riferimento nel testo è stato inviato dall’ex governatrice dell’Alaska a The Brody File, il blog politico curato, sul sito della rete televisiva evangelicale Christian Broadcasting Network (CBN, di Virginia Beach, in Virginia), da David Brody, corrispondente dalla casa Bianca per la CBN, e lì pubblicato il 23 novembre 2012.